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sabato 3 ottobre 2015

persi e ritrovati (3)

Se vi è piaciuta la storia de “La principessa sposa” (di cui parlavo due post fa) state a sentire quella de “I misteri di Harris Burdick”.

Under the Rug – Two weeks passed and it happened again
È il 1953 e Peter Wenders, un editor di libri per ragazzi di Chicago, riceve la visita di un uomo che si presenta come Harris Burdick. Gli dice di aver scritto e illustrato un libro di racconti, sono quattordici e, per ciascuno di essi, gli lascia uno dei disegni che ha realizzato. Se Wenders è interessato (e lo è parecchio) l'indomani passerà portandogli i testi relativi. Non lo farà.
Di lui si perde ogni traccia. Negli anni le ricerche di Wenders si dimostrano del tutto infruttuose: gli sono restati in mano quei quattordici disegni (corredati, ciascuno, di una didascalia e del titolo del racconto a cui si riferiscono) ma non un'informazione, non un indizio per ritrovare l'autore o anche solo il testo dei racconti e tutti gli altri disegni che Wenders non ha visto ma di cui conosce l'esistenza.
Quei quattordici disegni restano a casa di Wenders per trent'anni.

Mr. Linden’s Library – He had warned her about the book. Now it was too late
Poi, un giorno, capita che Peter Wenders mostri questi disegni e racconti la loro storia all'autore di libri per ragazzi Chris Van Allsburg e, assieme, i due decidono che quelle opere meritino la pubblicazione. Il libro The Mysteries of Harris Burdick esce nel 1984 e, da allora, non ha mai smesso di affascinare lettori di tutto il mondo. Per molti di loro (semplici lettori, studenti – spesso spinti dai loro insegnanti che hanno fatto del libro uno strumento didattico – ma anche scrittori autori affermati) è stato inevitabile provare a  immaginare quali potessero essere le storie di quei racconti e, negli anni, ne sono stati scritti centinaia.
Quei quattordici disegni si sono dimostrati vere e proprie macchine narrative dentro la testa di chi li guardava. In realtà, le illustrazioni, macchine narrative un po' lo sono sempre ma, in questo caso, il loro autore lo ha fatto in maniera un po' più consapevole e scoperta del solito. Già, perché l'autore di quei disegni non è mica per davvero Harris Burdick, l'autore è in realtà Chris Van Allsburg.

Oscar and Alphonse – She knew it was time to send them back. The caterpillars softly wiggled in her hand, spelling out “goodbye”
Basta un'occhiata allo stile per capire che sono disegni di Chris Van Allsburg, un apprezzato autore statunitense di libri per ragazzi da noi poco pubblicato. Qui è conosciuto, soprattutto, per due film tratti da due sue opere: Jumanji (libro del 1981, film – con Robin Williams – del 1995) e Polar Express(libro del 1985 e film – di animazione, regia di  Zemeckis – del 2004).
Né Harris Burdick né Peter Wenders (che secondo quanto leggo sulla wiki in inglese sarebbe morto a 91 anni nel 2000) sono mai esistiti.

Just Desert – She lowered the knife and it grew even brighter
La storia di come il libro sia arrivato all'autore che se ne fa curatore o interprete è un genere a sé, può essere la storia del manoscritto trovato (dal Don Chisciotte al nome della rosa, passando per Manzoni e Ivanhoe) oppure quella del libro ritrovato (come nel caso de “La principessa sposa” da cui è partito questo filo di miei pensieri un paio di post fa), Chris Van Allsburg ha applicato questo artificio ai suoi disegni.
I fatti inventati da Van Allsburg sono quelli che ho raccontato all'inizio, per l'uscita italiana del libro (I misteri di Harris Burdick Logos 2005) li ha raccontati, con un po' più di dettagli, anche un articolo del Post. La cosa un po' sconcertante è che per tutto il pezzo non si adombra neppure velatamente il sospetto che sia una storia falsa. Complicità del redattore con l'artificio narrativo dell'autore? O piatta cialtronaggine giornalistica?
(Il fatto che per tutto l'articolo il titolo del libro – nonché nome dell'autore fittizio dei disegni – sia scritto sbagliato mi fa temere per la seconda possibilità ma, per certo, non lo posso dire).

The House on Maple Street – It was a perfect lift-off
Dicevo che quelle macchine per provocare storie che sono i quattordici disegni di Burdick/Van Allsburg hanno generato una sterminata produzione di racconti: un lavoro di “retroingenieria narrativa” che non ha coinvolto solo scrittori amatoriali. Già nel 1994 Stephen King aveva cercato di svelare quale fossero gli avvenimenti che stanno dietro all'illustrazione che vedete qui sopra: “The House on Maple Street”. Nel 2011 è poi uscita un'intera antologia (“The Chronicles of Harris Burdick”) che propone tutti e quattordici i racconti di Harris Burdick scritti da altrettanti noti autori (oltre a King gente come Cory Doctorow, Jules Feiffer, Lemony Snicket, lo stesso Van Allsburg).
Curiosamente, qui da noi, Le cronache di Harris Burdick (Il Castoro, 2012) è uscito un paio di anni prima del libro a cui è ispirato (che, come detto, è stato pubblicato solo quest'anno).

Missing in Venice – Even with her mighty engines in reverse, the ocean liner was pulled further and further into the canal
Un'altra cosa accomuna “I misteri di Harris Burdick” alla “La principessa sposa”: sono stati entrambi libri di tale successo in patria da aver avuto edizioni successive in qualche modo accresciute che nelle recenti edizioni italiane sono però state ignorate. Del libro di Goldman e delle sue edizioni per il 25° e 30° anniversario già ho detto nel primo post di questa piccola serie, dei misteri di Burdrick invece esiste una portfolio edition” uscita a una dozzina d'anni dall'originale che contiene una quindicesima immagine, più precisamente quella che dovrebbe essere una seconda immagine tratta dal racconto “Missing in Venice”. Van Allsburg racconta nell'introduzione la storia di come questa nuova immagine di Harris Burdrick si saltata fuori, c'entrano un antiquario che nel '63 ha rilevato mobili e libri di un defunta signora e uno specchio con una cornice in legno intagliata con i personaggi di “Attraverso lo specchio”, chi mastica l'inglese può leggerla qui.

A Strange Day in July – He threw with all his might, but the third stone came skipping back
Infine esiste una sedicesima immagine in qualche modo collegata alle quattordici/quindici di Harris Burdrick. Si tratta di un disegno inedito di Chris Van Allsburg, datato 1985, che circola in rete perché in tempi recenti (2008 e 2010) è andato due volte all'asta. L'atmosfera richiama quella dei disegni del libro e il titolo pure (ammesso che sia vero che si chiami proprio “La strana scomparsa di Victor Simms” non ne sono certissimo) ma il formato è orizzontale ed è mancante di didascalia. Lo si può vedere qui, ovviamente ciò che sostiene la casa d'aste, ossia che l'opera sarebbe stata pubblicata in “The Mysteries of Harris Burdick” è una falsità visto che loro stessi dichiarano essere stata fatta l'anno dopo la pubblicazione.

The Seven Chair – The fifth one ended up in France
Ecco, su “La principessa sposa”, “Confessioni di una mente pericolosa”“I misteri di Harris Burdick”, almeno per ora, non mi viene altro da dire.

Il prossimo post lo faccio su Diabolik.

Another Place, Another Time – If there was an answer, he’d find it there

venerdì 29 novembre 2013

sylvie e bruno

Avviso: questo è un post molto lungo che parla unicamente di un libro di Lewis Carroll (per di più fuori catalogo).
[Lewis Carroll] fu perseguitato da qualcosa di simile al rimorso, e le lettere testimoniano l'accanimento con cui si impose di dedicarsi, durante molti anni, alla stesura di un nuovo doppio volume per bambini con funzioni quasi di palinodia: “Sylvie e Bruno”, parte prima e seconda, risultato poi un libro schizofrenico e tale da lasciare interdetti i suoi destinatari, allora come oggi.
Così Masolino d'Amico (non proprio l'ultimo pirla visto che è il mio traduttore italiano di riferimento per i due libri di Alice) liquida l'ultima grande opera di Carroll, il suo romanzo più corposo e a cui si dedicò per più tempo (ah, la palinodia è un componimento poetico con cui si ritrattano tesi o idee sostenute in precedenza, sono andato a controllare).


Per quasi vent'anni la stesura di Sylvie e Bruno procede per accumolo di materiale informe e sua successiva organizazione. Carroll si appunta idee, racconti, sogni, frasi e mozziconi di dialogo detti da bambini... Così, lui stesso nella prefazione al primo volume (1889):
Col passare degli anni, di tanto in tanto, venivo annotando una congerie di idee e spezzoni di dialoghi che – chiassà come – mi affioravano nella testa così fugaci e provvisori da non lasciarmi altra scelta che appuntarli subito o relegarli nel dimenticatorio. Si potrebbe anche riuscire a individuare le origini di questi brandelli di pensieri collegandoli alla lettura di un libro o ascrivendoli all'effetto prodotto dall'attrito fra la “pietrina” della nostra mente con l'“acciarino” del casuale accenno di un amico – ma in genere hanno un loro modo d'insorgere – à propos di nulla – esemplari di quel fenomeno irrimediabilemente illogico di “effetto senza causa”. È il caso, ad esempio, dell'ultimo verso di “The Hunting of the Snark” che mi venne in mente […] del tutto all'improvviso, durante una passeggiata solitaria; oppure di sequenze apparse in sogno, che non riesco a collegare a nessuna causa antecente. Vi sono almeno due esempi di tali suggestioni oniriche, in questo libro […]. Fu così che mi ritrovai in possesso di una gran quantità di letto-ratura – se il lettore mi perdonerà l'abuso – che aveva bisogno solo di essere cucita assieme col filo di una trama corente per andare a formare il libro che speravo di scrivere. Solo questo! Ma dapprima l'impresa mi sembrò a dir poco impossibile e mi regalò l'idea molto più chiara di quanto avessi avuto fino allora del significato della parola “caos”; e credo di averci messo dieci anni o più per venire a capo di questi frammenti e capire che tipo di storia suggerissero – perché era la storia che doveva scaturire dagli incidenti, non gli incidenti dalla storia.
La “letto-ratura” della traduzione in originale era “litterature” (con due "t" in luogo di una) ossia “letteratura-rifiuto”, “letteratura-cartaccia-buttata-per-terra”. E tutte queste “cartacce”, tutti questi “incidenti” però Carroll li fa confluire in una narrazione doppia, dall'aspetto molto più tradizionale delle avventure di Alice, dalla cui carica eversiva, secondo D'Amico, Carroll voleva emendarsi.

In “Sylvie e Bruno” ci sono due storie che procedono parallale, una ambiendata nella realtà della Gran Bretagna vittoriana e, accanto, un'altra ambientata nella fantasia del mondo delle fate. Lo sdoppiamento dello Specchio qui opera su un altro piano ma continua a farla da padrone e non a caso, i critici letterari che insistono sulla dualità/contrapposizione di Dodgson/Carroll (Jekyll/Hyde) qui hanno facile gioco nel dire che la parte di romanzo realistico sociale e morale è stata scritta da Charles Dodgson mentre l'altra (zeppa di nonsense, bisiticci di parole, idee sorprendenti e seminali) è ovviamente opera di Lewis Carroll.
Bella immagine, ma che a me non convince, proprio come non mi convince, a monte, chi pone troppa enfasi su questa scissione.

All'uscita delle due parti del romanzo il riscontro di vendite non è  all'altezza delle aspettative di Carroll e anche negli anni a venire la fortuna del testo sarà miserrima se paragonata a quella dei due libri di Alice o anche solo dello Snark. C'è pure chi, per porvi rimedio, prova persino a rieditare il romanzo in mondo da espungere la parte realistico-moralistico-dodgsoniana per dare spazio solo a quella brillante-nonsensical-carrolliana, se ne registrano due tentativi di queste edizioni mozzate, ma nessuno ha lasciato alcun segno.

Doveva passare molto tempo prima che, almeno un poco, il vento girasse. Visto che sono pigro lo dico con le parole di tal Thomas Christensen: 
Raramente il passaparola ci ha messo tanto tempo a operare la sua magia. Come altri, maledetti da uno straordinario successo […], Carroll non avrebbe mai  potuto soddisfare un pubblico che voleva solo un'altra Alice. Per cui, la piccola Alice era diventata centenaria quando cominciò a diffondersi il rispetto per quanto di notevole Carroll aveva prodotto nei due volumi di Sylvie e Bruno. Le traduzioni, parecchio tardive, in francese (1972), spagnolo (1975), e giapponese (1976) [e pure in italiano (1978)] segnalano un nuovo interesse per quest'opera. E con il rinnovato interesse arrivano anche nuovi giudizi: l'illustre critico francese Gilles Deleuze lo definisce «un capolavoro che mostra tecniche completamente nuove rispetto ad Alice e Attraverso lo Specchio».
Già, perché tra gli estimatori di questo ingombrante romanzo (anche gente di un certo qual pregio, tipo James Joyce) il filosofo Gilles Deleuze è uno dei più assidui. Ne parla già in “La logica del senso” nel '69 (ma la mia copia di quel libro è chiusa in chissà quale scatolone e quindi pazienza) e ci torna più volte. Posso citarvi quello che ne scrive nel '93 (giusto un paio d'anni prima di togliersi la vita) in “Critica e Clinica”.
Il terzo grande romanzo di Carroll, Sylvie e Bruno, segna un ulteriore progresso. Si direbbe che l'antica profondità si sia appianata, sia diventata una superficie accanto all'altra. Coesistono quindi due superfici, in cui s'inscrivono due storie contigue, una maggiore e una minore; una in maggiore e una in minore. Non una storia nell'altra, ma una accanto all'altra. Sylvie e Bruno è verosimilmente il primo libro che racconta due storie insieme; non una all'interno dell'altra, ma due storie contigue, con una continua combinazione di passaggi dall'una all'altra, grazie a un frammento di frase comune a entrambe, o alle strofe di una stupenda canzone che distribuiscono gli avvenimenti di ciascuna storia dai quali sono al contempo determinate: la canzone del giardiniere pazzo. Carroll domanda: è la canzone che determina gli avvenimenti o gli avvenimenti la canzone? Con Sylvie e Bruno, Carroll compone un libro a rotolo, alla maniera dei quadri a rotolo giapponesi. (Nel quadro a rotolo, Eisenstein vedeva il vero precursore del montaggio cinematografico, e lo descriveva così: "Il nastro del rotolo si arrotola formando un rettangolo! Non è più il supporto che si arrotola su se stesso; è quel che vi è rappresentato che si arrotola alla sua superficie".) Le storie simultanee di Sylvie e di Bruno formano l'ultimo termine della trilogia di Carroll, capolavoro al pari degli altri due.
Dal canto suo Franco Cordelli, curatore e traduttore dell'unica edizione italiana dell'ultimo romanzo di Carrol (per altro da tempo fuori catalogo), non è da meno.
All'«opposizione», nelle avventure di Alice, tra il primo e il secondo libro segue, in “Sylvie e Bruno”, una identica struttura generale tra inizio e conclusione: ma in questa tanto più complessa e forse tanto più sottile opera della maturità (Carroll la scrisse intorno alla sessantina, e la portò a termine cinque anni prima di morire, nel 1893), in questo testo che non ha eguali nella storia della letteratura e che non esito a definire un capolavoro (criticare, come fanno i francesi anche illuminati, ad esempio Parisot, la sovrabbondanza di discussioni etiche o logiche, sarebbe come criticare in Melville le digressioni sulla baleneria, che sono poi la sostanza del libro, ciò che fanno di “Moby Dick” il contrario del “Vecchio e il mare”, che è come lo zibibbo estratto dal panettone, cioè qualcosa di estremamente stucchevole preso a sé ma di indispensabile nel gran corpo di quel dolce)
Personalmente di questo librone, ricco di dialoghi ma con meno figure di quel che si vorrebbe, ho un ricordo confuso e, nel complesso, non certo pari ai due libri di Alice, ma l'ho letto tanti, troppi, anni fa. Dalla confusione emergono comunque alcuni brani folgoranti, sparsi qua e là, questi sì sicuramente all'altezza del miglior Carroll. Su tutti la canzone del giardiniere matto, di cui qui s'è già detto e di cui presto si tornerà a dire.
Per dare un mio giudizio più articolato dovrei rileggerlo, ma il tempo per quelle quattrocento e passa pagine, no, non mi va di trovarlo, son pigro, l'ho detto. Me la caverò facendo mie le parole di Martin Gardner (altro tipo mica pirla pure lui):
In conclusione come dovremmo valutare questo lungo, complicato, curioso “romanzo di idee”, così ricco di nonsense, giochi linguistici, e riflessione filosofica? La narrativa vittoriana popolare spesso combinava pietà religiosa e sentimentalismo [...] ma è inutile negare che “Sylvie e Bruno”, più di tutti, trasudi sentimentalismo, moraleggiante e melenso, e una dolcezza stucchevole, nelle parole di Miss Berman: “sgradevole come troppo zucchero filato.” Miss Lennon lo definì “il più grande scarabocchio” di Carroll, un “libro terribile”, un libro “di infernale ottusità”. Eppure lei stessa affermò anche: “Che libro! Che nobile rovina!”
Derek Hudson, nel suo “Lewis Carroll: An Illustrated Biography” (1977), lo ha detto benissimo. Sylvie e Bruno è “uno dei fallimenti più interessanti della letteratura inglese. È certamente unico, nessuno oltre a Dodgson avrebbe potuto scriverlo; nulla di simile sarà mai prodotto di nuovo”.

La citazione iniziale di Masolino d'Amico è presa dall'introduzione di “Cara Alice...” raccolta di lettere di Lewis Carroll (Einaudi, 1985).

Il brano dalla prefazione di Carroll è tradotto da Franco Cordelli e viene, ovviamente, da “Sylvie e Bruno” (Garzanti 1978) così come da lì viene il testo di Cordelli che è preso dalla sua “Nota” conclusiva.

Il pezzo di Deleuze è tradotto da Alberto Panaro e l'ho preso da “Critica e Clinica” (Raffaello Cortina Editore, 1996) già che ci sono metto qui l'intero capitoletto dedicato a Lewis Carroll.

Sono mie le traduzioni della citazione di Thomas Christensen che ho preso da qui ossia della prefazione a “Sylvie and Bruno” (Mercury House, 1991) e di quella di Martin Gardner anche questa da una prefazione a “Sylvie and Bruno” (Dover Books, 1988).

Per chi mastica l'inglese su archive.org ci sono varie copie digitalizzate di “Sylvie and Bruno” (per esempio qui) e della seconda parte “Sylvie and Bruno concluded” (per esempio qui).

Sempre su
archive.org c'è anche “The Story of Sylvie and Bruno” (qui) versione spicciamente “amputata” da Edwin Dodgson (fratello minore di Caroll) nel 1904 da cui è stata espunta la storia che si svolge nel mondo reale dalle 800 e passa pagine originali questo libro ne conta 329. Per dire quanto sono fanatico, ho scoperto grazie a questo mio post che nel 1910 (probabilmente ristampata nel 1913 e poi ciao!) è stata fatta una versione ridotta di questa versione ridotta (da 329 a 80 pagine, sempre con le illustrazioni di Furniss) è nota col nome “The Story of Sylvie & Bruno (abridged)” e io non mi capacito che online si trovi poco o niente a riguardo. Non ne parla nessuno, non c'è su archive.org, non ce ne sono copie in vendita su abebooks, non è reperibile in alcuna biblioteca italiana (in svizzera sì) ma soprattutto non ne parla nessuno!  E io non me ne capacito.

La prossima volta che parlerò di Carroll e di “Syvlie e Bruno” sarà di nuovo per via della canzone del Giardiniere matto.

venerdì 22 febbraio 2013

google, gorey e amphigorey


Lo so che ve ne siete già accorti da soli che il doodle di oggi è dedicato a edward gorey, ma io lo segnalo lo stesso (sarebbe il suo ottantottesimo compleanno).

Mi serve per fare un prossimamente qui (non il primo che dedico a gorey): presto su 403 vi parlo di alcuni librini con le figure, librini con le figure che seguono un ordine alfabetico. Librini con le figure che seguono un ordine alfabetico e che ho regalato per natale a un'amica mia.

La maggior parte dei librini – con le figure che seguono un ordine alfabetico e che ho regalato per natale a un'amica mia – è di gorey.

Moltissimi lavori di gorey sono raccolti in una serie di quattro volumi antologici, la grafica dell'odierno dooodle si ispira fortemente alle loro copertine, specie a quella del primo volume: “Amphigorey”.



Ah, una volta ho dedicato a gorey un interminabile post.

lunedì 4 febbraio 2013

cose sovietiche, mattoidi, fumetti
e un libro misterioso

Se nei tag metto più di 200 caratteri di roba, blogspot si rifiuta di pubblicarmi i post. Per cui tocca che certe cose (come questa lista dei regali libreschi più significativi da me ricevuti in dicembre) io le spezzo in due puntate, la prima puntata è nel post avanti a questo.
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Gian Piero Piretto, La vita privata degli oggetti sovietici, Sironi.
208 pagine


Regalo di una persona che mi conosce pochissimo (per dire, fino all'anno scorso mi regalava narrativa, alla fine ho dovuto dirglielo che non leggo narrativa, non ne vado fiero, ma è bene lo si sappia) e pare un libro davvero strano. L'autore racconta di 25 cose comuni nella fu-unione-sovietica (ma molto comuni, come il bicchiere di vetro a faccette, ossia il normalissimo bicchiere di vetro che abbiamo sempre avuto anche noi e che, tuttora, spopola pure all'ikea). "Cose comuni" e non "oggetti" visto che un capitoletto è dedicato pure alle polpette. Non so... Devo leggerne un po' per capire meglio, io non subisco molto il fascino dell'URSS però i regali di cose che stanno fuori dal tuo usuale campo visivo servono anche a scoprir cose. Vedremo, per ora resta in pila assieme ai millanta libri da leggere.
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Paolo Albani, I mattoidi italiani, Quodlibet.
348 pagine.


Il suo “Dizionario degli istituti anomali nel mondo” è stato per breve tempo in carica come mio libro da metrò del momento ma poi lo trovavo un po' noioso e ora è nella famigerata pila dei libri di mezzo (quella sorta di limbo in cui vanno i libri che non sono né del tutto letti né propriamente ancora da leggere). Su quest'altro repertorio nutro, ciò non di meno, buone aspettative. Vi saprò dire.
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Magnus, Lo sconosciuto. Edizione integrale, Rizzoli/Lizard.
416 pagine.


Le prime sei storie dello sconosciuto, quelle uscite in edicola, all'epoca, in formato diabolik, sono qui nella versione "rimontata dall'autore” per farcele stare in formato album. Non me ne frega nulla se lo ha fatto l'autore, rimontate sono più brutte e funzionano meno (anche se restano leggibili, che è già qualcosa).
Per quelle sei storie l'edizione di riferimento, per me, resta l'uscita del '98 per Einaudi Stile Libero. Col tempo alla mia copia si è scolorita la costa gialla, ma la carta è buona (non come quella schifa e trasparente che usarono per l'antologia Stile Libero di Andrea Pazienza) e le storie sono tutte e sei lì, nel formato giusto.
Per il resto l'edizione Lizard è a posto, la carta è ottima, c'è tutto lo sconosciuto in un unico volume (be'... tutto tutto tutto no, un paio di storie in cui aveva solo il ruolo di narratore non sono incluse, fortuna che io le ho altrove) e c'è pure lo storyboard di una storia breve inedita (seguibile ma non proprio godibilissimo). E comunque, purtroppo, il libro Einaudi è fuori catalogo da un po'.

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Gianni Bono e Matteo Stefanelli, Fumetto!, Rizzoli.
576 pagine.


Questo, lo ammetto, l'ho solo sfogliato (tanto) e letto un po' qua e un po' e là (poco). Che per un libro impegnativo come questo (pesa più di tre chili, è grosso come un vassoio e spesso molto di più) è anche un buon modo di affrontarlo. Però avrei dovuto leggerne di più, conosco di persona i curatori, sono amico dai alcuni contributori e anche di un paio di quelli a cui è stato dedicato un capitolo... Insomma, il fatto che non me lo sia ancora letto dall'inizio alla fine è un po' colpevole (lo dicevo che a fare l'elenco dei libri che mi entrano in casa io poi m'imbarazzo per le inadempienze, dannazione!)
Quindi dei testi non dico (ma i curatori ispirano fiducia a prescindere) però mi piace spendere due parole sulla grafica, che in una strenna come questa ha il suo bel peso. Io la grafica l'ho trovata tanto bella (quasi) quanto irritante (un filo più bella che irritante, se proprio devo dire).
È che in "fumetto!" le immagini dei fumetti subiscono un processo di "de-narrazione",  anche quando una tavolta a fumetti viene riprodotta pressoché per intero (spesso ingrandendola, ché il formato del libro è notevole) la si taglia in modo tale da farle perdere la sua funzione di racconto, si lasciano fuori pezzetti di balloon e di testo, la si rende illeggibile (o, comunque, molto meno leggibile) privilegiando la messa in mostra del tratto del disegnatore da un lato e la funzione di illustrazione "figa" dall'altro.
Questo trattamento "pop-artistico" delle immagini a me da lettore di fumetti (e da sceneggiatore :) fa davvero incazzare però, da ex-grafico, devo ammettere che funziona.
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???, ???, ???
??? pagine


Poi mi è stato regalato, per natale, un libro che è ancora impacchettato e quindi non posso dire.
È che è un “regalo vincolato”, come certi depositi bancari, ed è possibile svincolarlo solo a certe condizioni che ancora non si sono verificare. Quindi il pacchetto sta lì, e mi guarda, e io ci passo accanto e lo guardo. Qualche volta (ma poche) lo prendo in mano, lo smanaccio (posso dire che è in brossura) me lo rigiro, lo soppeso (non è né grosso né piccolo, questo con tanto di pacchetto pesa due etti e settantaquattro grammi) e poi lo metto giù.

domenica 3 febbraio 2013

libri, liste e fisica quantistica

Ho scoperto che c'è chi viene qui, quando vuole regalarmi un libro, per vedere se ce l'ho già... si va a vedere i tag... usa la casellina di ricerca in alto a destra... e io quando l'ho scoperto ho pensato che, se le cose stanno così, forse doveri dire più spesso a questo blog i libri che compero, che mi regalano o che leggo.

Ma un po' m'imbarazzo, perché i libri che compero (specie se in inglese, ma non solo) sono molti di più di quelli che leggo e quindi, se segnassi tutto, 'sto posto diverrebbe una sorta di catalogo di inadempienze...

Chissà che farò... per ora ho deciso di stilare un breve elenco, brevemente commentato, dei libri più significativi che ho ricevuto in regalo nello scorso mese di dicembre. Non sono recensioni, perché di tutti quelli ne ho letto giusto mezzo.

Robert Gilmore, Alice nel paese dei quanti, Raffaello Cortina Editore.
Traduzione di Pier Daniele Napolitani. 248 pagine.


La fisica quantistica spiegata prendendo a prestito la protagonista dei due romanzi più famosi di Carroll.  Su Alice mi sento tranquillo, sulla fisica quantistica un po' meno... Staremo a vedere.
Comunque il libro lo ha scritto un professore universitario di fisica, con attitudine per la scrittura e che ha fatto di persona tutte le (onestissime, vedi su) illustrazioni, anche solo per questo: chapaeau.
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Hugh Aldersey-Williams, Favole Periodiche, Rizzoli.
Traduzione di Daniele Didero. 592 pagine.


È il libro da metrò attualmente in carica. L'ho già nominato in un paio di post recenti ed è quello di cui ne ho letto mezzo.
Un chimico inglese passa in rassegna la tavola periodica degli elementi profondendo aneddoti storici (soprattutto) e (saltuariamente) personali. Ogni tanto si mette in testa di rifare un qualche esperimento che ha portato, all'epoca, alla scoperta di un nuovo elemento e non necessariamente le cose vanno a buon fine. Tante pagine, scritto mica troppo piccolo (riesco, quasi, a leggerlo senza occhiali) un libro che mi sta dando parecchie soddisfazioni. Certo, dà soddisfazioni a me che mi appassiono scoprendo che il blu dei fuochi d'artificio è stato ottenuto solo dopo decenni di prove modificando certi sali di rame, oppure che a metà dell'ottocento, quando si cominciò ad estrarre industrialmente l'alluminio usando il sodio metallico, il procedimento era talmente costoso che l'alluminio (l'elemento mettalico più diffuso nella crosta terrestre) venne salutato come il nuovo oro. Costava trecento volte il prezzo dell'argento, veniva usato per fare gioielli, e l'imperatore Napoleone III aveva un servizio di posate d'alluminio per i suoi ospiti di maggiore riguardo.
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Jim Ottaviani e Leland Purvis, Un pensiero abbagliante, Sironi.
Traduzione di Martha Fabbri, disegni finali di Jay Hosler, Steve Leialoha, Linda Medley e Jeff Parker. 320 pagine.


Ne avevo letto bene da qualche parte un paio d'anni fa e mi ero appuntato mentalmente di comperarlo (il punto debole è stato quel “mentalmente”). Fortuna che poi ci ha pensato un'amica mia. Il sottotitolo del libro (che è una biografia a fumetti) fa: Niels Bohr e la fisica dei quanti. Insomma, il mio giro di amicizie ha deciso che per il 2013 io mi devo dare alla quantistica, mah... Niels Bohr doveva essere un tipo notevole, me lo sono appena ritrovato citato anche in “Favole Periodiche”.
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Umberto Eco, Vertigine della lista, Bompiani.
408 pagine.


L'ho visto in libreria da filomena e ne sono stato subito rapito, l'ho quindi lestamente messo nella mia letterina per babbo natale e me lo sono ritrovato sotto l'albero. Certo, il libro è di qualche anno fa ma svenarsi (o far svenare babbo natale) per l'edizione rilegata era troppo. Questa edizione in brossura mi va bene uguale. Un saggio su elenchi ed enumerazioni con relativa antologia letteraria in appendice ai singoli capitoli e un repertorio di “liste visive” che, già da solo, mi avrebbe mosso all'acquisto (o, comunque, al porlo in lista, la lista per babbo natale).
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La lista dei libri regalati invece la finisco domani, parlerò di fumetti, di mattoidi e di un libro misterioso (misterioso anche per me).

mercoledì 13 giugno 2012

tipo per bambini ma non per bambini

Le coincidenze vanno celebrate. Torno qui per questo.

L'altro giorno mi è arrivato un libro in regalo, oggi mi è arrivato un libro che mi ero ordinato da me e qualche tempo fa ho comperato un libro da regalare. Tutti e tre hanno in comune una cosa: sembrano dei libri illustrati per bambini ma non sono per bambini. Tutti e tre sono entrati in casa mia indipendentemente l'uno dall'altro in breve tempo.



Il regalo che mi ha fatto questa mia amica è "Go the Fuck to Sleep" apparentemente un picture book della buonanotte e, in qualche maniera, lo è. Grandi illustrazioni sulla doppia pagina (non straordinarie) e spassose strofe in rima, il narratore è un genitore esasperato dall'ostinazione del pargolo a non dormire. Ogni strofa contiene almeno un'esasperata parolaccia. E, col procedere del libro, l'esasperazione cresce.

Dell'opera esiste un'edizione italiana per Mondadori "Fai 'sta cazzo di nanna", mi sono chiesto come potesse essere la traduzione in italiano, ho fatto una semplice ricerca e... opps! ho scoperto che sul sito mondadori c'è online il pdf completo ad alta risoluzione del libretto. Mi sa che qualcuno a Segrate si è dimenticato di rendere una pagina inaccessibile a google. La traduzione poi non mi ha molto convinto.

Se il pdf è ancora in linea quando leggete, io l'ho trovato qui.

Se l'inglese non v'intimorisce potete sentire l'intero libretto, in originale, letto da Samuel L. Jackson qui.


"All my friends are still dead." è il seguito di "All my friends are dead" entrambi li avevo recentemente regalati a un'amica che ha appena cominciato a studiare l'inglese. I libri per bambini piccoli sono, ovviamente, molto adatti a chi ha appena cominciato a studiare l'inglese. Libri come questi, strutturati proprio come libri per bambini piccoli, ma che invece parlano, con humor, di morte, mi paiono ancora più adatti.

Il primo dei due lo avevo già, solo ora mi sono deciso a prendere il secondo. L'idea però è sempre la stessa. Carino ma diciamo che di un terzo volume potrei anche fare a meno.

Con un post su questo libro (rebloggando pensierispettinati) aprii il mio tumblr.


E se parliamo di morte e di pricture book non propriamente per bambini, "The Gashlycrumb Tinies" di Edward Gorey è forse il primo che mi viene in mente.
Si tratta di un elenco di morti in forma di abbedario. I piccoli di Gashlycrumb muoiono in numero di ventisei, a coppie che rimano, dove allo strangolamento per una pesca (peach) segue il dissanguamento per una sanguisuga (leech).

Io ho un amico con cui mi scambio regali di natale. È da un paio di anni che non ci si vede, credo che entrambi stiamo accumulando libri da regalare all'altro, in soluzione unica, quando sarà che ci vedremo.
Il libretto di Gorey è andato a far parte del fondo-regali-di-natale-per-mauro giusto un paio di settimane fa.

Il libercolo è on line in ogni dove (per esempio qui) ma io penso che sarebbe meglio ordinarlo e farselo mandare a casa (al link di bookdepository che ho messo su, con nemmeno 7 euro ve la cavate).

Oplà! Quattro libri tutti tenuti con la sinistra! Sì, sono piccoli e non pesano molto.

venerdì 11 maggio 2012

ciao, mi chiamo andrea...
... ho un problema di libri

citofono
io – sì?
citofono – sono portinaio...
io – sì?
citofono – qui c'è un po' di pacchi.
io – arrivo!


Ecco, diciamo che per qualche mese la terapia a scalare è andata bene poi stop.
È da un po' che ci sono ricascato.

Quelli sopra sono i pacchi arrivati oggi, sotto il loro contenuto (più qualcosina d'altro arrivato nei giorni scorsi). Non si tratta solo di novità, ché i libri da comprare là fuori possono essere usciti oggi o mesi o anni or sono, fa uguale. Il senso di gratificazione per me è uguale.


Niente, era solo un piccolo post per farmi bello col mio acquisto cronico e compulsivo di libri con le figure da cui proprio non mi riesce di guarire.

mercoledì 22 febbraio 2012

e io ce l'ho

È bello avere degli amici. Io ho un amico fotografo che mi ha fatto un regalo: un pomeriggio del suo lavoro. E così abbiamo fotografato alcuni oggetti che voglio mostrare qui su 403.

Si tratta di oggetti, per me, memorabili o anche solo curiosi che se ne stanno qui a casa mia.

Comincio con un'edizione minuscola de "La straordinaria invenzione di Hugo Cabret" di Brian Selznick.



È bello avere degli amici, io questo libro (non questo qui minuscolo, quello grande e leggibile) l'ho scoperto perché poco dopo l'uscita dell'edizione italiana, un mio amico (non il fotografo, un altro) mi ha mandato un sms apposta per dirmi che era uscito un libro che dovevo proprio leggere. Aveva ragione.

L'amico è Paolo e, se non avete presente che libro sia questo, uso le sue parole per spiegarvelo.
Un gioiello narrativo di 600 pagine che mette in crisi tutti i tentativi di classificazione. Le immagini occupano sempre doppie pagine, come in certa tradizione del picture book, ma si inseguono rapidamente, quasi giustapposte e sicuramente in sequenza. Non ci sono balloon e tutte le parole occupano coppie di pagine a loro esplicitamente dedicate. Il libro si compone di centinaia di pagine prive di figure e di centinaia di pagine prive di parole. Eppure, il codice verbale e quello iconico collaborano nella maniera più efficace. Il miglior libro che abbia letto da un sacco di tempo (non solo tra quelli illustrati) miscela parole e immagini e mette in crisi la definizione di fumetto in cui ci piace acciambellarci.
Poi, volendo, ci sarebbe da dire del film che è nelle sale in questo momento. Ma io ho commesso l'errore di accontentare le due amiche che lo volevano vedere in 3D e non avevo con me gli occhiali per il 2D (non li avevo perché non li ho mica comperati). Totale: ho patito per quasi tutta la proiezione e ho capito che, se i cartoni in 3D proprio non mi piacciono, i film con le persone in 3D mi fanno veramente schifo.
Ciò detto, se lo avessi visto in 2D credo lo avrei trovato carino ma non molto di più. Come spesso capita di dire: "il libro è meglio" (e per di più nel film si perdono per strada il taccuino del ragazzo, evvabbe').

Il fotografo mio amico si chiama Enrico Conti (sta qui e se ne avete bisogno ditemelo che magari vi faccio fare lo sconto) grazie Enrico! (e grazie pure a Paolo).

Ah, se fate clic sulle foto le potete vedere più grandi (e sì, ho le mani pelose).

e io ce l'ho (1)

sabato 12 febbraio 2011

la memoria degli oggetti

Continuo la terapia a scalare (ma più per un malinteso senso del dovere che perché senta davvero la necessità di postare qualcosa su quattrozerotré), comincio coi segreti di settimana scorsa (che domani già escono i nuovi) e poi vi racconto un paio di altre cose:



Prima di sostituire i mio spazzolino da viaggio penso a tutti i bei posti dove è stato



----- Email -----
io penso a tutte le cose che hanno visto i miei occhiali
ogni volta che ne prendo di nuovi.




Do via i mie vecchi vestiti non in base a quanto siano usati,
ma per quanto sono stati dolorosi i ricordi di quando li indossavo.



Ho conosciuto una che non metteva più i vestiti che aveva addosso quando le erano capitato cose brutte brutte. Non era superstizione, era proprio la memoria degli oggetti.

Di postsecret la prima volta ho parlato qui.



segreti della settimana (75)



----

Anche questa volta mi pregio di presentarvi una sintetica rassegna di post fantasma (ossia quelli che forse avrei fatto questa settimana se il presente blog venisse aggiornato).

Storie senza parole – È il passo successivo alle storie di poche parole. Ho comperato un bel libro pop up, una copia per me, una per una mia amica di sei anni. Ogni doppia pagina è dedicata a una fiaba (ma una è dedicata a una rilettura fantastica della Madama Butterfly) e non c'è neanche una parola scritta. L'idea è che o il lettore le storie le sa già, o c'è qualcuno che gliele racconta mentre sfoglia con lui il libro, oppure se le inventa per conto proprio.

Il libro è questo qui sotto (ma io l'ho preso in edizione italiana, Rizzoli, che così il titolo è tradotto :)




Il etait une fois - Benjamin Lacombe By BCWALL from B&C on Vimeo.



Il coniglio non è incluso nella confezione (almeno non nell'edizione italiana) e bisogna stare un po' attenti quando si richiudono le pagine.

A proposito dell'edizione italiana: quelli della rizzoli non è che avessero da tradurre molto. Giusto i titoli delle favole e poco altro (l'ho detto che è un libro senza parole). Be' sono riusciti a cannare il titolo della prima fiaba "Poucette" che loro hanno tradotto "Pollicino", quando non c'è bisogno di sapere il francese per capire quella è una bambina e che la fiaba in questione quindi è "Pollicina" (il tag "cialtroni" questa volta lo metto per loro).

Siamo in mano alla sciatteria.

Googleganger – Quattro giorni fa Word Spy (io amo Word Spy) se n'è uscito con la definizione di questa nuova parola"A person who has the same name as you, and whose online references are mixed in with yours when you run a Google search on your name" come a dire un tuo omonimo la cui esistenza (in rete) ti scassa i maroni quando fai egosurfing, oppure un omonimo della persona che vuoi googolare che ti rende tutto più difficile. Si tratta di una portmanteau word tra google e doppelgänger.

Io ho un googleganger che fa il consigliere comunale a Forlì per l'UDC (non mi è andata neanche troppo male, ché posso sperare che non diventi molto più famoso di così). E tempo fa avevo accennato al fatto che un mio caro amico (ormai morto) aveva un googleganger (ma non sapevo si potesse dire così) che fa con successo il direttore di coro e che è nato a milano (come era nato il mio amico) e nel 1964 (proprio come era nato lui). L'altro giorno ascoltavo Rotoclassica, una trasmissione di radio popolare e mi è venuto un mezzo colpo, perché parlando di un disco appena uscito hanno cominciato a tessere le lodi di quanto fosse stato bravo Marco Berrini a dirigere quel dato coro spagnolo, facendo cantare tutti in un perfetto venziano (ché il mio amico Marco Berrini era un figo, ma una cosa del genere mica sarebbe stato capace di farla).

Lo so che quella è la radio e non google, e quindi con googleganger non c'entra. Ma a me ha fatto impressione lo stesso.



Transnistria – Se ancora aggiornassi avrei sicuramente dedicato un post a una nazione dell'est europeo che sembra uscita da un film di Peter Sellers, che esiste dal 1990 e che non conosce pressoché nessuno. Io l'ho appena scoperta grazie al mio amico Ipofrigio, che facendo il traduttore, scopre un sacco di cose e le più mirabilanti poi le racconta a me. Se mai tornerò ad aggiornare, un post alla Pridnestrovskaia Moldavskaia Respublica credo proprio che andrebbe fatto.

Channel 403 – Grazie a questa segnalazione di Inkiostro credo proprio che avrei fatto una puntata della mia televisione multispecialistica su web, dedicandola tutta a un pezzo musicale di Steve Reich e vi avrei messo questo fimato, questo, naturalmente quello segnalato da Inkiostro da cui è partito tutto e sicuramente anche questo (che, lo so, è tecnicamente una chiavica, ma come mi sarei potuto trattenere dal pubblicare la performance di un gruppo che si chiama Grodner 4Klang e le Schiaffeggiatrici Ladine – il tag "erotismo tirolese" lo metto loro).



Quello che no – Di sicuro ci sarebbe stata un bel po' di cose che, anche se ancora aggiornassi, non avrei pubblicato lo stesso. Un bel post sui miei nuovi libri da metrò su cui sto scoprendo cose interessantissime, il ritorno di fiamma per due miei vecchi amori: Usagi Yojimbo di cui mi sono appena comperato questi due splendidi volumoni che raccolgono i primi dieci anni delle sue avventure e, soprattutto Laurie Anderson, di cui magari non vi parlerò la prossima volta. Non vi avrei detto della morte di Tura Satana, che se anche mi è dispiaciuto, qui gli annunci mortuari qui si dedicano solo a chi ha contribuito alla mia formazione (o a gente che ho conosciuto di persona) Tura non rientra in nessuna delle due categorie. Forse non avrei postato nulla neppure di musica balcanica, che sta riempiendo con i suoi strumenti a fiato e i suoi ritmi bislacchi (per le nostre orecchie) le mie giornate.



Registro Pubblico delle Opposizioni – Infine. Il nome è assurdo, comunque se funziona davvero è cosa sacrosanta. Se hai un numero di telefono pubblico, di quelli che stanno sull'elenco del telefono e quindi di quelli, sventuratamente, prede del telemarketing, da qualche giorno è possibile iscriversi al Registro Pubblico delle Opposizioni (è cosa lesta e facile, si può fare anche online) e nessuno può più legalmente telefonarti per proporti di cambiare gestore telefonico oppure per venderti casse di vino o di olio (a meno che non abbia lasciato tu il tuo numero a qualcuno autorizzando il trattamento dei tuoi dati in questo senso). Io mi sono iscritto qualche giorno fa e ora risulto iscritto al registro (ci mettono un paio di giorni a inserirti) adesso vediamo se smetteranno di rompermi i coglioni.


Se aggiornassi ancora il blog a questa cosa avrei dedicato un post, ma visto che mi pare una bella cosa, questa ve l'ho raccontata tutta per esteso lo stesso.

lunedì 6 dicembre 2010

tutti i bambini sono artisti...

Io lo avevo già capito da anni che sto un po' fuori dal mondo, che per scoprire cosa succede dietro casa mia lo devo leggere sui blog americani (lo spiegato anche qui).

Ecco, oggi ho saputo che l'anno scorso è stato pubblicato un libro parecchio interessante, qui in italia, e lo devo scoprire – un anno dopo – leggendo il blog (questo) di una designer svizzera che vive a new york (e che ha saputo del libro da un sito, olandese, di uno che lo ha trovato a parigi e lo vende).
Da questa scoperta è nata l'idea del presente post che mi ha portato (come relazionato nella mia entrata precedente) a cercare in internet immagini e notizie che avevo qui, a pochi metri dalla mia scrivania.
Mah...


(il vero post inizia dopo il continua, che metto perché è un post molto illustrato, con molte cose come questa qui sopra, e occupa un sacco di spazio – ma è di poche parole)

Tutto comincia con la scoperta da parte mia, tre anni e mezzo fa, del Dave DeVries' Monster Engine: un libro, un ciclo di conferenze e una mostra.

L'idea è di una semplicità geniale: si prende un bambino e gli si fa disegnare un mostro, dopodiché si dà il disegno a un illustratore professionista, anzi a più illustratori professionisti, e si fa loro reinterpretare quel disegno lì.


Un anno e mezzo dopo, grazie a ffffound! trovo qualcosa che gli assomiglia parecchio, però questa volta i mostri vengono realizzati in tre dimensioni, con lana, stoffa e imbottiture e vengono fatti pupazzi, costumi e installazioni (e non sono solo di mostri, in realtà, di un sacco di altre cose).
Si tratta del lavoro di grecolaborativo il laboratorio familiare della famiglia Greco, californiani, padre, madre e due bambini (ma accettano commissioni anche da disegni di altri bambini).

Il loro sterminato archivio su Frickr lo trovate qui.


E arriviamo così al libro che ho scoperto oggi grazie a Swiss Miss che lo ha trovato un paio di settima fa tra le cose trovate da James a parigi (ma che è uscito l'anno scorso e, almeno parte delle delle illustrazioni contenute, erano già state in mostra a bologna nel 2005).


Si tratta di "Potente di fuoco" (Mondo Infoshop, 2009) lavoro firmato congiuntamente da Leonardo e da Ericailcane, che sono poi la stessa persona.
Ma andiamo con ordine: Ericailcane è un giovane artista bolognese (graffitaro, illustratore, aimatore, regista di video), capita che i suoi genitori abbiano conservato un po' di disegni di quando era piccino, venti anni dopo glieli fanno vedere, lui li piglia su e li ridisegna. Il lavoro esce quindi a doppio nome: Leonardo (che è come si firmava nel 1985) e Ericailcane (che è come si firma vent'anni dopo).
Insomma, un'opera a quattro mani, tutte e quattro della stessa persona ma con due di queste che sono mani cucciole (il booktrailer del libro è qui).

A me "Potente di fuoco" ha ricordato un racconto di Borges ("L'altro" pubblicato nel 1975 ne "Il libro di sabbia"), in cui l'autore si ritrova seduto su una panchina accanto a se stesso molto più giovane, un fuggevole incontro, una conversazione impossibile. E anche Ericailcane si è trovato, vent'anni dopo, a conversare (a duettare) con se stesso bambino (un po' come Natalie Cole che nel '91 duettò con la voce di suo padre, Nat King Cole, proveniente dal 1961 cantando "Unforgettable" operazione poi ripetuta un paio di anni dopo con "When I Fall In Love").


A proposito di disegni a quattro mani, di cui due cucciole, e di padri e figli che duettano, non posso non ricordare un lavoro del 1969 fatto da Roland Topor su disegni di suo figlio Nicolas, di cui io vidi gli originali nel 1986 (ne parlavo, per l'appunto, nel post prima di questo).

Si tratta di una serie di disegni a doppia firma, padre e figlio, e a guardarli mi pare di poter dire che il piccolo Nicolas abbia fatto realizzato la figura ritratta, mentre Roland gli ha poi dato spessore col tratteggio.
Le immagini ve le scansiono dal catalogo della mostra milanese del 1986. Ho anche provato a vedere se esiste una specifica pubblicazione in commercio per questi disegni, mi pare pure di averla trovata, ma solo in polaccco ("Połamany ludzik" edizione del 1995 che, a giudicare dalla doppia firma e dalla copertina, sembra proprio essere ciò che cerco ma, miseriaccia, è in polacco! Metti che oltre ai disegni ci sia anche una storia, che Topor era pure romanziere, quello).

(clicca per ingrandir)


Tutti i bambini sono artisti, diceva Picasso, il problema è rimanere artista una volta che cresci.

sabato 16 ottobre 2010

l'età dell'oro, l'età del bronzo...

C'era un tempo, tanto tempo fa, che io avevo sconti d'oro e d'argento sui ogni libro che uscisse in italia. 50% su tutto il gruppo rizzoli (fabbri, sonzogno, bompiani...) e 45% (sceso poi a 35%) sulle distribuite (tra cui adelphi!), 50% su mondadori (e 30% sulle distribuite tipo einaudi o elekta)... su qualsiasi altro editore avevo il 25%...
Privilegi del lavorare in editoria e, quindi, di avere amici e parenti che lavoravano in editoria o in libreria.

Poi, nel giro di un paio d'anni, io ho smesso di lavorare in una distribuita della rizzoli, il mio amico ha smesso di lavorare in mondadori e amici e parenti che dirigevano librerie hanno fatto carriera e quindi sono andati a lavorare "sopra" le librerie (e non più dentro) rendendo tutto più difficile.
Sono tornato un comune mortale.

Dopo qualche anno di comune mortalità ho deciso che basta, è vero che a me i libri piace comperarmeli di persona (e un po' continuerò a farlo) però da oggi qualcosa lo compererò pure attraverso la mia amica libraia che ha fatto carriera (e che, più o meno ogni sabato, passa da qualcuna delle librerie che stanno "sotto" di lei, non proprio "sotto", diciamo "sotto un po' di lato", e quindi mi può comperare lei i libri col suo sconto argenteo). Funzionerà così: io le mando un sms coi titoli entro sabato mattina, lei se li piglia su e la domenica sera ci si vede per un sushi o un cinemo e me li dà (ché noi la domenica sera già ci vediamo lo stesso per un sushi o un cinemo, sia chiaro).

Tutto questo preambolo per dire che ho appena mandato il mio primo sms di questo nuovo corso. E l'ordine include i seguenti libri illustrati:

Edward Gorey – L' arpa muta – Adelphi

Viorel Boldis e Antonella Toffolo – Il fazzoletto bianco – topipittori

Jules Feiffer – Un sacco di risate, una valle di lacrime – Fabbri (i Delfini)


  


Il libercolo di Gorey è già uscito da mesi e mesi e io, colpevolmente, non l'ho ancora preso. "Il fazzoletto bianco" è uscito da poco, l'ho scoperto leggendo spari, avere per le mani un nuovo libro di antonella sarà di sicuro un'emozione. Infine un libro uscito dieci anni fa che mi sa che è esaurito e che – per davvero – mi toccherà aspettare che l'anno prossimo lo ripubblichi rizzoli, però io ci ho provato, che sempre spari (nei commenti, qui) mi ha detto che è "estremo e necessario" e io quando sento dire che un libro è "necessario" mi vengono in mente le lettere che scriveva, per lavoro, italo calvino e a me viene subito da comperarlo un libro che è necessario.

Poi ho ordinato anche un paio di libri non illustratiperragazzi che però non vi dico, mi serviranno per altrettanti post e non voglio fare spoiling.

mercoledì 15 settembre 2010

sei libri con le figure (anzi sette)

C'è questa bambina in ospedale da un po'. Ha sei anni e ancora non sta male. Presto lo starà.
Credetemi, voi questa cosa non volete sentirla raccontare e, anche se fosse, io questa cosa non voglio raccontarvela. E infatti non ve la racconto. Se è per questo in questi giorni non vi racconto molto altro, ossia è proprio per questo che da un po' di giorni non vi racconto molto altro, non ci ho la testa. Ché la mia testa è in ospedale (e spesso sta là anche tutto il resto).

Comperare libri mi fa bene, credo c'entri qualcosa con le endorfine, la dopamina, non so di preciso, bisognerebbe chiedere a un'endocrinologo appassionato di librerie. Comunque sabato ho passato il pomeriggio a comperar libri per questa bambina (e l'ho fatto più per me che per lei).
A milano abbiamo un'ottima libreria per ragazzi in via tadino, ma io non volevo andare in un posto pieno di cose belle, sceglierne un po' e tornarmene a casa. L'effetto sarebbe durato meno. Allora sono andato in centro con questa idea: battere un po' di librerie grosse e generaliste a caccia di libri per bambini che so già che mi piacciono. Meno la gioia della scoperta e più la gioia della caccia, quindi.

Mi sono passato al setaccio il reparto ragazzi di quattro grosse librerie, ci ho speso un bel pezzo del pomeriggio, e alla fine ho comperato due libri bellini, due libri selvatici e due libri da maltrattare. Un libro invece non l'ho comperato, ma solo perché era rovinato.

I due libri bellini sono:

Fabian Negrin – Favole al telefonino (Orecchio Acerbo) ve ne ho già parlato qui.
Questo l'ho preso perché mi pare un libro che possa germogliare nella fantasia di chi lo legge, fornendo i semi delle storie, delle figure per quelle storie, e lasciando al lettore (piccolo e grande) d'immaginarsi dettagli e sviluppi.




Bruno Munari – Nella nebbia di Milano (Corraini)
Io a parlare bene di Munari oggi non ci riesco, è come parlar bene degli spaghetti, è come parlar bene delle vacanze, io oggi proprio non sono così brillante. Tra le tante cose che è stato Munari (pittore, designer, bella persona, grafico editoriale, insegnante...) è stato anche un autore di libri, molti per ragazzi. Molti splendidi.
"Nella nebbia di Milano" è quello a cui sono più affezionato, non pretendo che sia il più bello (per quello c'è solo l'imbarazzo della scelta) ma io ci sono affezionato.
È un libro che comincia e finisce nella nebbia, il tutto grazie alle pagine stampate su carta da lucido che ti fanno avanzare, velo dopo velo, in mezzo alla foschia di milano per poi arrivare a un cuore coloratissimo e pieno di buchi (per guardare da una pagina all'altra) e di fantasia.
Lo so, dico cose confuse, ma io parlare di Munari oggi non son capace, ve l'ho detto (e l'illustrazione qui sotto nemmeno la prendo dal libro, ma da una mostra dedicata al libro).




Poi ho pensato che vanno bene i libri bellini, che ti metti lì e li ammiri, che ti lasci rapire. Ma se sei una bambina di sei anni all'ospedale, magari a volte puoi avere voglia di strappazzarlo un libro, di prenderlo a matitate, di avere un rapporto un po' più muscolare con lui. E allora le ho preso:

Taro Gomi – (Ancora) scarabocchi tutti diversi (Corraini)
Seconda raccolta monstre di pagine (360 e passa) in grande formato da disegnare, completare, scarabocchiare, colorare (la prima è in ristampa). Il libro suggerisce una traccia (minimale, sempre discreta) e al "lettore" è dato il compito di farselo lui il libro... insomma se il libro di Negrin ti fa lavorare dentro, con quelli di Gomi tocca anche metterci l'olio di gomito.
Era da qualche anno che aspettavo l'occasione per regalarlo a qualcuno.




Hervé Tullet – Pasticci e colori (Rizzoli) quelli della Rizzoli devono aver capito che l'internet è una moda che non dura, visto che il loro catalogo online – le poche volte che lo consulto – non perde occasione per deludermi (di questo libro trovate un'immagine della copertina a una risoluzione che fa vomitare, una scheda con tre dati in croce di cui uno – il numero di pagine – è clamorosamente sbagliato e nessuna descrizione).
Ve lo descrivo io: è come il libro precedente ma molto più fighetto, formato più largo e poche pagine (ma a colori e molto più disegnate). Insomma se sfogliando il libro di Gomi è chiaro che si sta sfogliando un libro di tracce, sfogliando questo libro si protrebbe anche pensare di essere già a posto così. Alla fine qui il lettore collabora con l'autore e quello che viene fuori è un'opera a quattro mani (mentre in scarabocchi tutti diversi Taro Gomi alla fine sparisce lasciando tutta la scena al "lettore").




Infine, trattandosi di una bambina un po' selvaggia ho pensato che potesse farle piacere leggere di altre creature selvaggie (la frase che precede è vera, ma è anche una cazzata messa lì tanto per introdurre gli ultimi due libri che ho preso, perché questi due libri quì, anche a un bambino tutto a modino io penso piacerebbero lo stesso):

Maurice Sendak – Nel paese dei mostri selvaggi (Babalibri)
Io sono sicuro che Spari saprebbe dirvi molto meglio di me che figata sia questo picture book. Spero anche che molti di voi sappiano già che figata sia questo picture book. Gli altri che non lo sanno potrebbero procurarselo e scoprirlo da soli che figata sia questo picture book (che arrivato a questo punto del post sono un po' stanco, e per essere uno che in questi giorni non ha voglia di scrivere qui, mi pare di aver scritto già un frego).
Nel paese dei mostri selvaggi è l'avventura che ogni bambino vorrebbe vivere, io di sicuro l'avrei voluto, se non lo conoscete fatevi un favore e scopritelo da soli che figata sia (se siete sulle spese e non vi spaventa leggere il testo in inglese – che di testo ce n'è poco poco qui – bookdepository ve lo manda a casa per 5 euro e 75).




Pablo Prestifilippo  – Manuale dei calzini selvaggi (Orecchio Acerbo) ve ne ho già parlato al termine di questo post qui.
Nel mio personale manuale di zoologia fantastica i calzini selvaggi hanno un posto d'onore, sono una delle invenzioni più belle in cui mi sono imbattuto negli ultimi diecianni.




Il libro che non ho preso (ché l'unica copia che ho incontrato era troppo rovinatella) e questo:

Peter Newell – Il libro sbilenco (Orecchio Acerbo) pubblicai il book-trailer qui.
Un libro che è un incubo per i librai, ché ha una forma diversa da tutti gli altri, fatta apposta per non stare bella composta negli scaffali. Un libro che con la semplice trasformazione da rettangolo a parallelogramma riesce a fondere forma e contenuto in una storia che in discesa è un aeroplano!



Di visite in ospedale ce ne saranno ancora e ancora. Se qualcuno di voi ha voglia di suggerirmi un suo libro del cuore tra quei libri con le figure mi farà piacere (ah, Ma tu lo sai cos'è un vombato? gliel'ho già regalato in altra, ben più lieta, occasione).

sabato 7 agosto 2010

storie di poche parole

Quando era giovane, questo blog si è occupato di letteratura breve, molto breve. Articoli compilatori a tratti barbosi (ma non sempre). Una serie di post che prometteva di continuare, ma cominciavo ad annoiarmi io per primo (e poi una serie sulla brevità dev'esser breve, che diamine!)

Però è tempo di riaffrontare il tema.
Ier l'altro mi sono regalato il libro "favole al telefonino"di fabian negrin (orecchio acerbo, 2010) m'è piaciuto, mi ha fatto pensare a un altro libro che mi è piaciuto, poi a un altro ancora e quest'ultimo mi ha fatto pensare a un fumetto e - infine - il libro di negrin mi ha costretto a scrivere una favola e a spedirgliela e io allora ne ho scritte tre (però si tratta della medesima idea rifritta tre volte). Ma procediamo con ordine.



Già dal titolo "favole al telefonino" rimanda a quel "favole al telefono" (einaudi, 1962) di gianni rodari che (spero) conosciate di già.

C’era una volta....
... il ragionier Bianchi, di Varese. Era un rappresentante di commercio e sei giorni sua sette girava l’Italia intera, a Est, a Ovest, a Sud, a Nord e in mezzo, vendendo medicinali. La domenica tornava a casa sua, e il lunedì mattina ripartiva. Ma prima che partisse la sua bambina diceva: – Mi raccomando, papà: tutte le sere una storia.
Perché quella bambina non poteva dormire senza una storia, e la mamma, quelle che sapeva, gliele aveva già raccontate tutte anche tre volte. Cosi ogni sera, dovunque si trovasse, alle nove in punto il ragionier Bianchi chiamava al telefono Varese e raccontava una storia alla sua bambina. Questo libro contiene appunto le storie del ragionier Bianchi. Vedrete che sono tutte un po' corte: per forza, il ragioniere pagava il telefono di tasca sua, non poteva mica fare telefonate troppo lunghe. Solo qualche volta, se aveva concluso buoni affari, si permetteva qualche «unità» in più. Mi hanno detto che quando il signor Bianchi chiamava Varese le signorine del centralino sospendevano tutte le telefonate per ascoltare le sue storie. Sfido: alcune sono proprio belline.

Questa è l'introduzione di rodari al suo libro e parla di un tempo senza tariffe flat, senza cellulari e con la teleselezione tramite operatore. E parla anche di favole, brevi, alcune brevissime, nessuna più lunga di due pagine a stampa. Proprio belline.

Parlando di brevità e di favole voi pensate che potrebbe non venirmi in mente italo calvino? Dai, su, non scerziamo.

Se in un'epoca della mia attività letteraria sono stato attratto dai folktales. dai fairytales, non è stato per fedeltà a una tradizione etnica (dato che le mie radici sono in un'Italia del tutto modena e cosmopolita) né per notalgia delle letture infantili (nella mia famiglia un bambino dovea leggere solo libri istruttivi e con qualche fondamento scientifico) ma per interesse stilistico e strutturale, per l'economia, il ritmo, la logica essenziale con cui sono raccontate.  Nel mio lavoro di  trascrizione delle fiabe italiane dalle registrazioni degli studiosi di folklore del secolo scorso, provavo un particolare  piacere quando il testo originale era molto laconico e dovevo cercare di raccontarlo rispettandone la concisione e cercando di  trarre da essa il massimo d'efficacia narrativa e di suggestione  poetica. Per esempio:

Un Re s'ammalò. Vennero i medici e gli  dissero: «Senta, Maestà, se vuol guarire, bisogna che lei prenda una penna dell'Orco. È un rimedio difficile, perché‚ l'Orco tutti i cristiani che vede se li mangia».
Il Re lo disse a tutti ma  nessuno ci voleva andare. Lo chiese a un suo sottoposto, molto  fedele e coraggioso, e questi disse: «Andrò».
Gli insegnarono la  strada: «In cima a un monte, ci sono sette buche: in una delle  sette, ci sta l'Orco».
L'uomo andò e lo prese il buio per la  strada. Si fermò in una locanda... (Fiabe italiane, 57).

Nulla è detto di quale malattia soffra il re, di come mai un orco possa  avere delle penne, di come siano fatte queste buche. Ma tutto ciò  che è nominato ha una funzione necessaria nell'intreccio; la  prima caratteristica del folktale è l'economia espressiva; le  peripezie più straordinarie sono raccontate tenendo conto solo dell'essenziale; c'è sempre una battaglia contro il tempo, contro  gli ostacoli che impediscono o ritardano il compimento d'un desiderio o il ristabilimento d'un bene perduto.

Quanto precede è tratto da "lezioni americane" (garzanti, 1988) saggio uscito postumo dedicato da calvino "ad alcuni valori o qualità o specificità della letteratura" che gli stavano particolarmente a cuore "cercando di situarle nella prospettiva del nuovo millennio". La citazione è tratta dal capitolo dedicato alla "brevità".

La stessa fiaba citata da calvino è servita a kevin huizenga come spunto per un suo bel racconto a fumetti (è in "maledizioni" coconino press, 2006) su questo fumettista statunitense è da tempo che vorrei scrivere qualcosa, vabbe', vedremo.

Ma tornaimo al festeggiato: fabian negrin.

“Con la loro estrema malleabilità e capacità di trasformazione, le fiabe trasportano da una generazione all’altra, dall'adulto al bambino, un nucleo narrativo immortale la cui origine si perde nella notte dei tempi, fino a confondersi con l’origine dell’uomo. Sono vere e proprie forme di vita preistoriche che portiamo dentro di noi. Cercare di contenerle nei 160 caratteri di un Sms è un omaggio giocoso e, al tempo stesso, il tentativo di dare un piccolo aiuto al loro viaggio verso il futuro. Con la speranza che le fiabe ci portino con loro.”

Questo è il suo libro: una raccolta di tredici favole condensate nel limitato spazio dei 160 caratteri che consente un sms (ah, di letteratura formato sms avevo già parlato qui). Un esempio, tanto per capici (ma sul sito di orecchio acerbo, come d'abitudine, si può scaricare il pdf con mezzo libro abbondante così magari l'idea ve la fate meglio):


C'era 1 bambino tanto buono.
Imbarchiamoci, propose il pirata.
Mi aspettano a casa, signore.
La cena è pronta, urlò la mamma.
Ma ormai i 2 pirati eran partiti.


Ogni storia gode d'un'ampia illustrazione a doppia pagina, tinte piatte, personaggi e oggetti solo in silhouette, come se il lavoro di sintesi fatto sulle trame contagiasse anche i disegni e come se quellla fantasia che si chiede al lettore di usare per il testo (forzatamente ellittico) servisse anche per le facce dei personaggi, per i colori degli oggetti.
Magari vi viene da dire: ma come? ho speso 13 euro e 50 e poi tocca a me fare parte del lavoro?
Un po' è così, ma è anche questo il suo bello.

E a proposito di far lavorare il lettore, esiste una quattordicensima favola: "C'era una principessa che cantava con voce d'usignolo" ma non sta dentro al libro. Per poterla leggere bisogna fare un baratto. Devi mandare un sms al numero che ti dice il libro e su quell'sms ci deve essere una tua favola. In cambio loro ti mandando un sms con la favola mancante.

A me di favole ne sono venute in mente tre e gli ho spedito la prima, era quasi mezzanotte. La mattina dopo (ossia ieri) a metà mattinata, proprio mentre stavo dicendo di questo libro alla mia compagna di stanza, in redazione, il mio cellulare ha fatto "bing" e mi è arrivata l'ultima favola di fabian negrin (mannaggia, ma così è senza illustrazione).

Queste le mie (anch'esse senza illustrazione):


C'era una volta un ferocissimo drago
a guardia di un immenso tesoro.
Ma la volta dopo non c'era più.
Ed è così che Ugo divenne ricco sfondato.

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Esaudirò 3 tuoi desideri, disse il genio.
Me ne basta 1, fece lui:
voglio che tu sia x sempre il mio ubbidiente schiavo!
Quel genio non era poi 'sto gran genio.

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"Darò la mano di mia figlia al vincitore"
disse Re Fededegno.
Il vero amore di lei arrivò secondo,
ma la sposò lo stesso,
contendandosi d'una principessa monca.




storie di poche parole (1)



Cuando despertó, el dinosaurio todavía estaba allí (5)