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lunedì 24 dicembre 2012

pensieri di natale (short version)


Quest'anno io il Natale non lo sento
non so se l'ho sentito l'anno santo
non so avevo sete e l'ho tossito
non so se avevo tisi sotto sotto
non so se ha senso un sasso sotto sale
ma è assai un tassa al sette sul Natale

comunque è sempre buono il panettone
sia il tipo alto ricco di canditi
che il tipo piatto pieno di pepite
sia il tipo tappo piatto di patate
che il tipo topo vuoto di ripieno
sia il topo gatto tipo sotto vuoto
che tu Panatta vieni sotto rete

le donne vanno in giro con pellicce
c'è il lupo, c'è la lince e c'è la pulce
c'è il cielo che c`ha pace e poca luce
e puccio i ceppi in cima al picio pacio

la casa si prepara in gran premura
prenoto le primizie e lepri miste
presempio l'hai presente il mio presepio
presagio di prestigio e di re magio?
preciso le preghiere predisposte
predico le presunte tue risposte:

com'è la tua cometa? è a metà cotta
ah sì? nello scenario. E l'asinello?

di gran regali credo di non farli
farò regali allegri a pochi cari
un lager con il lego regolare
rallegrerò le gole in galleria

pel freddo ed anche un poco per puntiglio
ha acceso il suo camino la famiglia
sto molto meglio in maglia – fa la moglie
ti sbagli è meglio luglio – dice il figlio
migliaia di famiglie col maglione
somigliano a dei gigli sul balcone

peccato, ho poca coppa pel cenone
e scappa per i campi il mio cappone
lo placco e con un cappio poi lo impicco
lo accoppo e poi lo spacco a pacche e colpi
lo scalpo e poi lo impepo a poco a poco
che pacchia, ho poca coppa,
ma ho il cappone
e poco dopo, a coppie, per il palco
la polka e poi daccapo chi è capace

i grandi fan la tombola coi bimbi
i bimbi fanno i grandi con la bambola

la bambola e la bombola col grappolo
fan grano e grappa gratis per i gruppi
ma in grembo ho un bimbo grande
come Binda

Befana è la più mesta delle feste
si porta via la porta e tutto il resto.

di Marco Ardemagni
uno dei quattro del gruppo "Bufala Cosmica" la poesia è tratta da "Rime Tempestose" (Sperling & Kupfer, 1992)

Be'... buon natale :)
a.

giovedì 2 settembre 2010

Odio le state

Odio le state e più
Quelle che un bacio no
Quelle che sì e poi no
Quelle che chiama tu
Quelle che se ti va
forse le trovi al Pois*.

Odio le chissà se
(poi sai che tutti sa)
Quelle che chissà chi
crede sia suo papà
Quelle che del tu dà
a tutti a tutte età.

Odio le cambio look
Quelle che solo rock
Quelle col taglio shock
tutti i samedi al Plastic**
Quelle che quando fuck
vuol sempre e solo Bach.

Odio le un po' retrò
tutte fri fri e fru fru
Quelle mio Dio non so
Quelle va be' fa' tu
Quelle che a notte no
non torno col metrò.

Odio le ho letto che
Quelle koinè agorà
Quelle che genio è
specie per la sua età
Quelle tutte cioè
cioè quelle come te.

di Gianni Micheloni
uno dei quattro del gruppo "Bufala Cosmica" la poesia è tratta da "Rime Tempestose" (Sperling & Kupfer, 1992)

* locale milanese di tendenza, anni '80.
** discoteca milanese di tendenza, anni '80, '90...

QUI altre tre poesie di Micheloni, monovocaliche, tratte dal medesimo libro, io sono particolarmente legato a "I Ciclisti" – "Vidi i ciclisti / in bici sì vivi, / li vidi tristi / di bici privi [...]" – all'epoca avevo anche pensato di scriverne un seguito ("I Ciclisti Bis") mi appuntai anche un po' di versi, ma poi non lo scrissi.

sabato 10 ottobre 2009

williamina e tutte le altre

Fred Astaire: certo era un grande, ma non dimentichiamo che Ginger Rogers faceva tutto quello che faceva lui, ... andando all'indietro e con i tacchi alti.
Questa battuta del fumettista Bob Thaves (malgrado l'affetto che provo per Fred Astaire) l'ho sempre trovata una puntuale metafora della condizione lavorativa femminile.

L'altro giorno ho letto un libro. È un libro per ragazzi, scritto grosso, non tante pagine, si legge in fretta. Ci ho messo un paio di ore durante un viaggio in corriera per Siena. S'intitola Le tue antenate ed è firmato da Rita Levi-Montacini assieme a Giuseppina Tripodi, sottotitolo: "donne pioniere nella società e nella scienza dall'antichità ai giorni nostri". E infatti è una carrellata di 70 biografie da Ipazia a Vandana Shiva (con l'800 a farla da padrone seguito a ruota dal '700). Leggendo questo libro (e poi rileggendolo, senza gli scossoni del pullman e con la matita in mano per sottolienature e appunti) mi è venuta in mente spesso Ginger Rogers.


Tutta la storia della scienza al femminile è costellata da passioni incontenibili (quando società e mentalità dell'epoca facevano il possibile per contenerle), di successi nonostante tutto, di riconoscimenti negati, di personalità eccezionali. Leggere questo libro è stato come vivere decine di avventure una dietro l'altra. Non che le due autrici abbiano davvero scritto un libro di avventure, le avventure ce le deve vedere un po' anche l'occhio del lettore, che nel libro lo spazio è tiranno, ogni biografia tiene un paio di pagine, scritte grosse, perciò bisogna usare anche l'immaginazione, le scarne notizie biografiche vanno fatte germogliare leggendo (o magari anche scrivendo) tra le righe del testo. Ma anche il testo fa la sua parte: le scarne notizie biografiche sono quelle giuste, dette nel modo giusto, e ogni stringata biografia finisce con l'essere la tessera di un mosaico che guardato nel suo complesso ritrae il grande contributo che, nei secoli, le donne hanno dato alla comunità scientifica (volente o nolente, che la comunità scientifica spesse volte le donne neanche ce le voleva).

Il libro ci racconta di decine di menti eccelse, soprattutto astronome e matematiche, sì ogni tanto capita anche qualche biologa, qualche medica, qualche fisica, ma fino a tutto l'Ottocento sono quasi sempre matematiche e astronome. Il libro non lo dice chiaramente ma io penso che fosse perché per quelle cose lì, come la matematica e – specie prima dei telescopi – l'astronomia, ti bastava avere una bella testa, carta e penna, la voglia di scoprire e lo sguardo dritto al cielo notturno (la matematica poi la potevi fare anche quando era nuvolo). Mentre per quasi tutte le altre discipline dovevi avere accesso ai laboratori, alla comunità scientifica, alle strutture delle università (da che mondo è mondo un cielo stellato da guardare te lo procuri più facilmente di un cadavere da sezionare, m'immagino).

La storia della scienza al femminile, per come me l'hanno raccontata la Levi-Montalcini e la Tripodi, è piena di vicende appassianonati, di vite appasionanti. Che a me verrebbe voglia di dedicarmici per un po', di esplorarle ben bene, di sceglierne alcune e poi di raccontarle, estesamente. Per ora questa voglia l'appunto qui e la metto in un cassetto, che di lavoro ne ho fin troppo, beato me, ma per il futuro non si sa mai.

Magari però prima o poi torno qui a raccontarvi di qualche passo del libro che mi ha particolarmente colpito. Per oggi vi copio un pezzetto della vita di Williamina Paton Fleming (1857-1911) astronoma (autodidatta). La troviamo che si è sposata da poco ed è appena immigrata negli Stati Uniti dalla Scozia:
fonte
«Pochi mesi dopo, abbandonata dal marito mentre era incinta del primo figlio, dovette provvedere da sola al mantenimento suo e del bambino. Ottenne un lavoro come governante in casa del professore Edward Pickering, direttore dell'Osservatorio di Harward.
Pickering era insoddisfatto del lavoro svolto dai suoi dipendenti e decise di assumere Williamina per eseguire alcuni calcoli. La Paton ideò un sistema di classificazione delle stelle in base ai loro spettri.
Catalogò oltre 10mila stelle in nove volumi che stampò nel 1890 con il titolo
Draper Catalogue of Stellar Spectra. Nel 1907 pubblicò un elenco di 222 stelle variabili da lei scoperte e curò tutte le pubblicazioni dell'Osservatorio. Il direttore dell'Osservatorio le permise di assumere decine di collaboratrici. Una di queste, Henrietta Swan Leavitt, scoprì in seguito il metodo per misurare l'Universo.»

Poche righe ma è già un romanzo, un film.

E io me la vedo Williamina (che è quella in piedi, nella foto qui sopra), mentre emigra, mentre studia per conto suo l'astronomia, mentre dà la possibilità ad altre donne di dedicarsi alla scienza (e una poi trova pure il modo di misurare l'universo, dico l'universo! che a me che ho avuto qualche difficoltà anche a prendere le misure per la nuova libreria mi fa una particolare impressione), me la vedo mentre fa la governante e fa i conti di casa così bene che il suo padrone le offre un posto nel centro di calcolo di un osservatotorio astronimico, me la vedo mentre cura pubblicazioni, si cresce un figlio da sé, scopre e cataloga migliaia di stelle e il tutto sempre stando ben salda sui tacchi alti e andando, all'indietro, a tempo di foxtrot.

martedì 24 ottobre 2006

canten tucc:

Torno a scrivere prendendo spunto dal sito Chi era costui? ricchissima raccolta di lapidi commemorative sparpagliate sui muri del capoluogo lombardo...

Quest'oggi altri tre stranieri passati di qui.



Per questioni di lavoro, nel 1894 la famiglia di Albert Einstein si trasferisce in Italia, prima a Milano poi a Pavia (affittando una casa in che cent'anni prima aveva ospitato Ugo Foscolo), quindi nuovamente a Milano. Albert ha quindici anni e resta in Germania presso dei parenti per finire gli studi e poi nel 1895 è anch'egli in Italia. Dopo un anno sarà in Svizzera, sempre a studiare, e tornerà in Italia per le vacanze estive ancora per qualche anno a seguire. Nel 1902 suo padre morirà prematuramente e verrà sepolto presso il cimitero monumentale di Milano.



La biografia di Ho Chi Min mi era abbastanza nota e, conoscendo la lapide in questione, sapevo anche dei suoi soggiorni milanesi negli anni '30, però quella lapide di via Pasubio è la mia unica fonte... di Ho Chi Min milanese purtroppo non so altro (e credo sarebbe invece interessante il saperne).



La permanenza milanese di Ernest Hemingway è la più nota. Durante la prima guerra mondiale, ancora diciottenne, si offre volontario come autista di ambulanze. La mattina del 7 giugno 1918 Hemingway arriva alla stazione di Porta Garibaldi e assume il suo incarico presso la Croce Rossa. Raggiunge il fronte e l'8 luglio le schegge di una granata austriaca raggiungono lui e lo feriscono a un piede e a un ginocchio. Torna a Milano, ricoverato in un ospedale militare. Qui, tra un'operazione chirurgica e l'altra, conosce e s'innamora di Agnes von Kurowsky, una delle crocerossine che lo accudiscono. Per chi mastica l'inglese la loro storia è raccontata qui per sommi capi. Questa vicenda personale sarà anche l'ispirazione per il suo romanzo Addio alle armi del 1929.


Il giovane Ernest in uniforme da autista della Croce Rossa.



Il titolo di questo post è tratto da quella che è probabilmente la più famosa canzone milanese di tutti i tempi: O mia bèla Madunina scritta negli anni '30 da Giovanni D'Anzi (anche a lui la sua bella lapide, ovviamente). Il testo della canzone l'ho trovato sempre molto interessante (qui c'è una sorta di stele di rosetta, col testo in milanese grafia tradizionale, in milanese grafia moderna e in inglese). In particolare i versi:

Canten tucc: "Lontan de Napoli se moeur",
ma poeu vegnen chi a Milan!
(Cantano tutti "Lontano da Napoli si muore",
ma poi vengono qui a Milano!)


li trovo notevoli. Ci vedo l'invidia di chi si sente formicuzza contrapposta alla cicala... (e però poi la cicala invece di patire gli stenti dell'inverno, viene ammirata in tutto il mondo per la sua arte e bellezza).

mercoledì 4 ottobre 2006

primi videogame: dalle origini ai giorni loro


Non sono un appassionato di videogiochi. Mai lo fui. A me giocare coi videogiochi, nel migliore dei casi, annoia.
Però sono affascinato dall'archelogia informatica. I primi computer, le prime interfacce, i primi videogiochi. Mi piace molto l'iconicità di certe immagini, come il campo di gioco di Pong o gli alieni di Space Invaders. Il testo che segue (che è poco più di una scusa per mettere in fila qualche immagine del PDP-1 e di Spacewar) assieme a quello del prossimo post sull'argomento, si basa su una mia prefazione di un volume di Diabolik uscito in allegato a Repubblica, qui ampiamente rimaneggiata.



Nel 1962 alcuni studenti del M.I.T. (Stephen "Slug" Russell, Martin Graetz e Wayne Witanen, aiutati da qualche amico) creano un programma in grado di far muovere, attraverso due piccole leve, dei puntini luminosi sullo schermo rotondo di un computer PDP-1 (il primo computer commerciale a usare un video e una tastiera, look da fantascienza anni '50, delizioso). È nato Spacewar, un rudimentale videogioco di ambientazione spaziale che attraverso arpanet (la rete militare e universitaria poi diventata internet) si diffonde nell’ambiente delle università americane.


Datare la nascita dei videogiochi non è però cosa semplice. Per alcuni si deve risalire al 1958 quando il fisico Willy Higinbotham usò un elaboratore elettronico per realizzare una simulazione del tennis (Tennis for two) che impiegava un oscilloscopio, lo scopo ultimo però non era quello di giocare ma di rendere la sua materia un po’ più attraente per gli annoiati allievi.
Altri ancora ritengono che il primo videogame sia stato il leggendario Pong. Non è così, è però vero che prima dell’arrivo di Pong quasi nessuno sapeva dell’esistenza dei videogiochi. Per tutti gli anni ’60 infatti Spacewar sarà giocato solo da quei pochi studenti universitari che potevano mettere le mani su un computer PDP-1, per vedere un videogioco fuori da un’università o da un laboratorio di ricerca bisognerà attendere gli anni ’70.


QUI un trovate lunghissimo articolo (in italiano, che comunque no, non ho letto) sull'origine di Spacewar scritto da Graetz, uno dei suoi creatori.

Computer Space, il primo videogame a gettone per sale giochi, è del 1971. Fortemente ispirato a Spacewar, Computer Space manca il successo poiché troppo macchinoso per un pubblico abituato a i semplici flipper meccanici. Ma il boom dei videogiochi è ormai dietro l’angolo e il 1972 sarà l’anno di Pong e di Odissey.

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giovedì 28 settembre 2006

CC:

Ricevo da parte di un amico: "Pare che stia scomparendo la carta carbone. Oramai viene prodotta solo in Messico; vien voglia di comperarne un po' e tenerla da parte, come cimelio.
Io, da bambino, ne consumavo a pacchi: ricalcavo con la carta carbone i fumetti, per fare i "miei fumetti" (saccheggiavo Blek, Tarzan). Usavo una bic scarica per non lasciare troppi segni sulle pagine dei giornalini originali."

Il link che mi manda e di cui ringrazio è a un pezzo di colore di Repubblica il cui si parla, appunto, del tramonto della carta carbone.

Le cose che mi hanno colpito:
1) la carta carbone compirà 200 anni il prossimo 6 ottobre (nasce prima delle macchine per scrivere, anche se dovrà il suo successo a loro).
2) la prima carta carbone, quella pensata per manoscritti, produceva due copie del testo, di cui una speculare, da leggere allo specchio.
3) la carta carbone ormai si produce solo in Messico (o meglio, questo è ciò che dice l'occhiello dell'articolo, dal testo parrebbe piuttosto che la cosa sia vera, di certo, solo per l'azienda Kores)...
4) una bella immagine: "strumento di sottili gerarchie negli uffici: più la copia che ti spetta è sfocata, meno conti nell'ordine di importanza".
5) l'archivio di Churchill e i dattilosscritti dei romanzi di Mark Twain ci restano solo in copia carbone.

mercoledì 27 settembre 2006

l'incredibile e triste storia di Perez Prado e del suo fratello snaturato

Andando a spasso per Milano capita di incappare in lapidi commemorative di ogni tipo. Non volendo uscire di casa (o non abitando a Milano, può capitare) è possibile, comunque, non privarsi di questo piacere. Basta andare sul sito Chi era costui? impressionante e preciso censimento di targhe e monumenti milanesi (ma che sta allargando il suo raggio d'azione anche ad altri lidi, il resto d'Italia, e ad altri generi, le meridiane).
Per chi, come me, si appassiona alle storie della gente, una lapide è uno dei tanti pretesti per incuriosirsi. Limitandosi a pescare tra quelle di argomento musicale (oggi gira così) possiamo trovare personaggi del calibro di Arturo Toscanini o Volfango Amedeo Mozart.
Mozart a Milano potrebbe anche essere una cosa interessante, ma oggi gli preferisco un altro dedicatario di lapidi: Pantaleon Perez Prado "compositore ed esecutore di musiche cubane".



Che Perez Prado sia o meno l'inventore del mambo è questione dibattuta tra i musicologi (se ne parla, per esempio, qui). Ma che quel Perez Prado di cui si dibatte NON sia quello che visse a Milano, in via Bramante al 39, è cosa certa.
Il fatto è che Perez Prado era il cognome. Il compositore di Mambo Jambo, Patricia e Mambo n. 5 (giusto i più noti) era Damaso Perez Prado quell'altro, quello di via Bramante, era il fratello minore. Pantaleon, pure lui musicista, bassista, approfittò del vertiginoso successo del fratello per calcare le scene europee ottenendo scritture, per sé e il proprio gruppo, spacciandosi per il fratello, "re del mambo".
Damaso non ne fu felice. Nel 1956 fece causa a Pantaleon, per sostituzione di persona, chiedendo 500.000 dollari di risarcimento e vinse (anche se mica ho capito se tutti questi soldi li vide o meno).
Pantaleon finì i suoi giorni qui da noi e quando morì, nel 1983, riuscì a dare ancora un altro dispiacere al celebre parente. Damaso infatti, sui giornali di mezzo mondo, vide annunciata la propria morte ("Mambo King Dies In Milan").




Foto delle Teche RAI, scattata in occasione dello spettacolo TV Mambo e cha cha cha con Pantaleon Perez Prado del gennaio 1956 (quindi non molto prima di perdere la causa intentata dal fratello).

domenica 24 settembre 2006

lamette

È una questione generazionale credo: quando ho cominciato a radermi io, i rasoi erano elettrici già da un po'. Per me le lamette da barba sono, da sempre, un'icona punk (che poi quello del punk era più o meno quel periodo lì, quello in cui ho cominciato a radermi, di tanto in tanto).
Ieri dovevo cercare il sito di una webzine italiana dedicata al punk che si chiama, per l'appunto, lamette. Una ricerca elementare ma io, come niente, mi sono perso via nel mondo dei rasoi di sicurezza e relativi materiali di consumo.

Prima scoperta esiste un fiorente collezionismo di lamette da barba antiche. O meglio esiste un fiorente collezionismo di involucri (vuoti) di lamette da barba antiche. A Roma c'è pure una sorta di museo dedicato a queste cartine. On line si possono ammirare i pezzi di un paio di collezionisti italiani (qui e qui). Sempre in rete c'è un sito/museo, in inglese, dedicato ai rasoi di sicurezza.

Seconda scoperta è ampiamente diffusa l'idea che il rasoio di sicurezza sia stato inventato dal signor King C. Gillette all'inizio del 1900, be' dire diffusa forse è un po' troppo (io, per esempio, fino a ieri neanche sapevo che esistesse un King C. Gillette) però ne è convinta - tanto per dire - l'Enciclopedia Britannica.
Il rasoio di sicurezza è invece stato inventato dai fratelli Kampfe, qualche decennio prima. Il museo on line di cui sopra dedica una pagina (con foto) al rasoio ottocentesco dei Kampfe.
Però le lamette da barba, quelle usa e getta, le ha proprio inventate Gillette, il rasoio dei fratelli Kapfe aveva infatti una lama vera e propria che andava affilata, come quella dei rasoi precedenti.

Buona parte di queste notizie le scopro sulla wikipedia alle voci dedicate a King C. Gillette e al rasoio però quello che scopro è troppo poco. Come so bene da tempo, non è vero che sull'internet c'è tutto. La storia dei fratelli Kampfe non c'è.
Dopo varie ricerche ho scoperto che erano tre (Frederick, Richard e Otto F.) e che avevano la loro fabbrichetta a New York. Il brevetto per il primo rasoio di sicurezza data 1880, ma la produzione era partita almeno cinque anni prima. Ebbero successo? Non lo ebbero? (forse no, se tutti quanti sono convinti che la loro invenzione l'abbia inventata qualcun altro)... Quale fu la vita di questi tre signori? Ecco, sarei curioso di saperlo.
Ho trovato il pdf di una tesi in storia dal titolo Consuming men: shaving, masculinities, and the competition of identity at the fin de siècle in cui sono nominati i Kampfe, appena ho un po' di tempo ci butto un occhio.

Sul signor Gillette ci sono da dire cose interessanti (per esempio cosa c'entra lui col fatto che le stampanti non costano nulla e poi ti salassano quando vai a comprare le cartucce d'inchiostro) ma non ora. Sul web i testi devono essere brevi e questo primo post già non lo è.