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lunedì 7 novembre 2011

tutti insieme appassionatamente


Sciame, branco, stormo, banco, mandria, gregge, colonia, muta e, a volte, pure tribù. A me non ne son venuti in mente altri, ma di certo qualcuno mi è sfuggito, però quanti me ne saranno sfuggiti? Decine? Non penso...
 




 



Sto parlando di nome collettivi di animali, dai, si era capito. A molti animali fa piacere fare cose assieme. Ecco, qualche giorno fa ho scoperto che in lingua inglese esistono nomi collettivi specifici per un sacco di animali... Laddove noi abbiamo "branco", loro ne hanno a bizzeffe.
 






Noi abbiamo un branco di lupi, loro hanno un "pack of wolves" , noi abbiamo un branco di elefanti loro hanno un "herd of elephants", perfino per un branco di alligatori in inglese c'è una parola appropriata: "congregation", "congregazione" come per le chiese, curioso accostamento.
 



Le voci atroci – Mandria

 



Quando poi si parla di uccelli c'è da perderci il capo. Da noi si dice "stormo", magari qualche volta si usa "volo" (un "volo di quaglie") ma a me non ne vengono in mente molti altri.  Per gli inglesi è diverso, molto diverso.
 A causa della loro tradizione venatoria l'inglese medioevale ha adottato nomi collettivi diversi per specie di uccelli diverse, la relativa pagina della wiki ne riporta una cinquantina.
 




 


Un generico stormo di uccelli è un "flock" ma se sono piccioni è un "kit", se sono passeri è un "host", se sono allodole è un "exaltation", se sono storni il termine giusto è "murmuration".

Pur avendo noi pochissimi nomi tra cui scegliere, rispetto all'inglese, può capitare che ci possano essere dei dubbi su come rendere in italiano uno dei loro nomi collettivi. Per esempio qui c'era chi si chiedeva se i pipistrelli fossero un "branco" in quanto mammiferi o uno "stormo" in quanto volatili. E può benissimo essere che siano uno stormo quando sono in volo e un branco quando stanno fermi.



Questo è un post propedeutico a quello che farò, spero, nel pomeriggio. Quello in cui metto in fila un po' di cose che mi sono appuntato nel corso della settimana. Lì, alla fine, tornerà questa cosa dei nomi degli stormi d'uccelli, uno in particolare.

venerdì 11 maggio 2007

da domani qui si parla svedese, punto

Non è che a un certo punto qualcuno si è messo lì, nel 800 dopo cristo, e ha inventato il francese, completo vocaboli, regole grammaticali e accentino stronzetto, quello che è successo è che - molto tempo prima - la gente di quelle parti si è messa a parlare male il latino, e un po' per volta, è nato quello che dopo è stato chiamato francese.
Il francese, come le altre lingue naturali che ci capita di usare (italiano incluso) è una "lingua a posteriori", nata nel tempo in modo spontaneo. In questo blog, in futuro si parlerà un po' di lingue "a priori" ossia quelle lingue artificiali che sono state originate da un preciso atto creativo, siano esse nate con l'intento di essere lingue ausiliarie internazionali (come l'esperanto, per intenderci) oppure lingue concepite per tutt'altri scopi (come il klingon della serie di fantascienza Star Trek).

Per introdurre l'argomento però vi racconto dell'uso "a priori" di una lingua "a posteriori".
Cosa intendo per uso a priori di una lingua a posteriori?
Faccio un esempio: avete presente il film di woody allen "il dittatore dello stato libero di bananas"? Be', che ce l'abbiate presente o meno, lì succedeva questo: alla fine del film la rivoluzione trionfa e lo staterello di san marcos ha un nuovo presidente. Il leader carismatico però con la salita al potere si è bevuto il cervello e quindi promulga, da subito, una serie di ordinanze balzane e impopolari, per esempio che la biancheria andrà cambiata ogni trenta minuti e portata sopra i vestiti (per facilitare i controlli) e che la lingua ufficiale del paese sarà lo svedese.

Ecco il decidere che qui da domani tutti si dovrà parlare svedese è quello che io considero un uso "a priori" di una lingua "a posteriori"... (immagino che linguisticamente sia un po' improprio, ma facciamo a capirci, dai)

Certe cose non succedono solo nei film. A quanto mi racconta un amico mio, una cosa simile è accaduta nel 1990 in Namibia. Però questa volta non ci sono dei matti di mezzo, anzi. Almeno così mi ha detto questo amico mio che in Namibia c'è stato qualche anno fa.
La Namibia è un paese sud africano con un passato di colonia tedesca. Un paio di milioni di abitanti divisi tra diverse etnie locali e con ancora una buona percentuale di bianchi (che, a differenza di altre realtà ex coloniali, convivono pacificamente).
Al momento dell'indipendenza la situazione linguistica era un casino, la lingua ufficiale era ovviamente il tedesco dei colonizzatori, molto parlato anche l'afrikaans a causa del fatto che il Sudafrica aveva occupato militarmente per un po' la Namibia e, ovviamente, c'erano gli idiomi dei vari gruppi etnici locali (Oshivambo, Herero, Nama...). Il paese aveva già i suoi cazzi (veniva da 25 anni di guerra civile) e non era molto semplice decidere quale lingua dovesse prevalere.

E qui arriva il colpo di genio (non so di chi, il mio amico non me lo ha raccontato): dal 1990 la lingua ufficiale della Namibia è l'inglese.
Così tutti se la sono dovuta imparare come seconda lingua :)

domenica 24 settembre 2006

cazzo, culo, palle, merda

Le parolacce sono molto interessanti. Sono uno dei modi più diretti per capire certi aspetti della cultura di un periodo storico o di una popolazione, oppure certe differenze tra un popolo e un altro.
Io ho avuto la fortuna di leggere da ragazzino un oscar mondadori della linguista Nora Galli de' Paratesi Le brutte parole (ma quanto era più giusto il titolo della pubblicazione originale: Semantica dell'eufemismo!) Quel libro mi ha aperto un mondo. È forse allora che ho davvero capito che "le parole sono importanti" (tanto per citare Moretti).

Un'altra cosa capitatami da ragazzino, un po' dopo, è stata questa: qualcuno (ma chi?! mah...) mi ha raccontato che se una parolaccia in italiano riguarda il cazzo in inglese riguarderà il culo.
Ohibò. Questo concetto non l'ho più incontrato da allora. Però ogni tanto ci ripenso. Be'... mica è proprio del tutto sbagliato. Spesso, quello che nelle nostre parolacce è riferito al "davanti", in inglese è riferito al "didietro".

rompipalle, rompicoglioni, rottura di coglioni -> pain in the ass (dolore nel culo)

testa di cazzo -> asshole (buco di culo), butthead (testa di culo), shithead (testa di merda)
è vero che esiste anche dickhead (testa di cazzo) ma google parla chiaro: dickhead (1.360.000 occorrenze), butthead (2.890.000 occorrenze), asshole (19 milioni di occorrenze!). Non c'è partita.

cazzata -> bullshit (merda di toro), horseshit (merda di cavallo)
Qualcuno potrebbe obiettare (no, nessuno lo fa davvero, lo so, faccio tutto da me) che in italiano esiste anche stronzate e che quindi qua stiamo alla pari. Però a me viene il forte sospetto che stronzata sia un calco dall'inglese e che il nostro termine schietto sia, appunto, cazzata.
Chiedo quindi a un'amica di controllare in ufficio quale dei due termini sia attestato prima negli scritti in lingua italiana (tutti dovrebbero avere un'amica a cui poter chiedere certe cose). Lei controlla e il risultato mi delude: "stronzata" si attesta nel 1961 mentre per "cazzata" la prima testimonianza scritta è del 1964... però...
Però sono due date troppo vicine, non fanno molto testo. Di mio, mi do ragione da solo pensando che gli antenati dialettali di "bullshit" che mi vengono in mente, stanno tutti dalla parte del cazzo (bischerata, belinata, monata, minchiata...).

Insomma, a un'analisi frettolosa e non scientifica mi pare che la testi regga. Ma questa tesi cosa ci dice?

Non lo so. Forse che la società anglo-britannica è più "sadico-anale" mentre la nostra italo-mediterranea è più "genitale"? (si noti però che io uso termini a rampazzo, la mia preparazione psicoanalitica è zero e non ho per davvero idea di cosa voglia dire "sadico-anale").
I luoghi comuni però (ad accontentarsi) ci danno ragione. È infatti noto che gli inglesi son tutti busoni mentre i latini sono tutti stalloni da monta.

Al d là di queste ultime cazzate (o stronzate, se lo gradite di più) è vero che le parolacce, o meglio gli interdetti linguistici, la dicono lunga sulla cultura che li esprime: per fare un esempio "alto" nel libro Il mondo nuovo di Aldus Huxley ci s'immagina una società futura (e aberrante) in cui la riproduzione avviene tutta in laboratorio, nessuno lì partorisce più da tempo e l'istituzione familiare non esiste più. In quella cultura la parola "madre" è considerata una parolaccia bella pesa.