Cena da un’amica. C’è anche una tipa sulla quarantina, esuberante, ex ricca. Ora invece è sfruttata e sottopagata in uno studio di avvocati, più che altro la fanno rispondere al telefono, straordinari obbligatori, niente pausa pranzo, se ne lamenta senza spocchia, non da nobile decaduta, ma da donna che fa fatica. Vive da sola col cagnolino, a parecchi chilometri dal lavoro e, in effetti, le sue giornate devono essere proprio faticose, tutte.
Tipa strana, che ancora deve fare i conti con la ricchezza a cui, da un po’ di anni, ha dovuto rinunciare. Lei che era abituata a scarpe da 500 euro al paio, racconta che ha appena comperato dai cinesi i pantaloni che ha addosso, li ha pagati solo qualche euro ed è preoccupata. È preoccupata perché “chissà con che cosa gli hanno tinti”, sostanzialmente ha paura che siano pantaloni velenosi.
Poi però salta fuori che, tra le tante cose, lei ha un passato da palestrata dura, all’epoca aveva un fidanzato più impallinato di lei. Parla di quei tempi con nostalgia: ore di attività tutti i giorni per entrambi e poi si facevano di steroidi per bovini, roba importata illegalmente dalla Turchia. Lui adesso per colpa di quelle iniezioni è cardiopatico e lei, dopo anni, ha ancora il fegato scassato. Però con chissà cosa hanno tinto quei pantaloni.
Non mi è simpatica, anzi, ma è strana, un nodo di contraddizioni a suo modo affascinante. Nel corso della serata a chiacchiera, non so come, salta fuori del mio andare in galera e quello che faccio lì, giusto due battute. E lei, parlando di carcere, ha le idee chiare: «se hai ucciso qualcuno devi restare in prigione per sempre, perché mai la società dovrebbe darti una seconda possibilità? È già così difficile per noi normali».
Ecco, questa frase così superficiale, miope ed egoista, mi ha intenerito. È quel “noi normali” che mi ha intenerito, che quasi avevo voglia di abbracciarla.
Perché io penso ci voglia autentico candore per pensare che esistano i “normali” di cui facciamo parte noi e poi, fuori da quel noi, ci sono gli assassini. Per me è un pensiero da una che è riuscita a rimanere bambina, a suo modo.
E mi è venuta in mente a una rassegna estiva che, da sempre, si tiene qui a Milano all’exOP Paolo Pini (dove exOP sta per “ex ospedale psichiatrico”) la rassegna (che quest’anno è appena finita) riprendendo le parole di Basaglia, s’intitola “Da vicino nessuno è normale”, una frase che io ho sempre trovato bellissima e incontestabile.
Ma insomma che quella tipa lì, con tutta la sua fatica di oggi, le cose assurde fatte in passato, le idee bislacche riguardo a vestiti e accessori (è tuttora sinceramente convinta che una scarpa da 500 euro sia più conveniente di una da 8: “perché dura molto di più”) riesca ancora a pensare in termini di “noi normali”, mettendosi dentro, certo, ma mettendo dentro anche me e gli altri presenti alla cena (tutti individui discretamente scombinati, fidatevi) mi ha fatto venire voglia di abbracciarla.
Poi non l’ho abbracciata, nonostante non sia più una palestrata dura, mi è parsa piuttosto in forma. Se avesse frainteso il gesto, a stendermi ci avrebbe messo un attimo.
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martedì 7 agosto 2012
domenica 9 novembre 2008
girovagando
Pubblicato da
andrea 403
A lucca sono stato (maldestro) interprete in uno scambio di battute tra craig yoe e salvo d'agostino (senza sapere chi fosse l'amercano e condividendo con l'italiano il banchetto dei Cani).
Tornatomene a casa, e all'amata internet ho colmato la lacuna rispetto al fumettista usa e nel suo blog ho scoperto la scansione dell'originale della prima vignetta di Pogo, originale che fa parte della collezione di craig.
Tornatomene a casa, e all'amata internet ho colmato la lacuna rispetto al fumettista usa e nel suo blog ho scoperto la scansione dell'originale della prima vignetta di Pogo, originale che fa parte della collezione di craig.
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