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domenica 2 marzo 2014

in fondo al mar...

Anche se trascuro il blog (e non solo il blog) alcune cose continuano come sempre, per esempio le mie quotidiane letture in metropolitana andando e tornando dal lavoro.

Da un po' sto leggendo un libro che trovo entusiasmante: "Breve storia di (quasi) tutto" di Bill Bryson, non è certo una novità, è uno dei libri di divulgazione scientifica che più hanno venduto al mondo verso la metà degli anni duemila. L'autore è un affermato scrittore di libri di viaggi che, resosi conto della sua vasta ignoranza in un sacco di cose scientifiche, ha passato tre anni a studiarsi i fondamenti di chimica, paleontologia, astronomia, biologia, antropologia, fisica e sicuramente un bel po' di altre cose che dimentico. I frutti di quello studio li ha riversati in un tomo di oltre 500 pagine che non è solo un bigino di tutto questo sapere, ma è anche un buon libro di storia della scienza che ci racconta come e quando certe cose sono state scoperte.
Nel raccontare le storie personali degli scienziati (specie di quelli del sette-ottocento) l'ho trovato, a tratti, esilarante e anche quando non fa ridere e sempre molto interessante. Spero proprio di riparlarne da queste parti.

Un piccolo limite del libro (davvero minimo) è che essendo del 2003 e parlando di ricerca scientifica alcuni fatti sono stati superati dagli eventi. Per esempio nel testo il bosone di Higgs era ancora solo un'ipotesi teorica e sul fondo fossa delle Marianne (10.918 metri sotto il livello del mare, il punto più basso del pianeta) c'erano stati solo due uomini: Jacques Piccard e Don Walsh a bordo del batiscafo Trieste e sembrava che una simile operazione difficilmente sarebbe stata replicata (mentre invece nel 2012 c'è andato, per conto suo, anche il regista James Cameron).

Leggendolo sono appena incappato in una di quelle frasi che, da sole, valgono lo spunto di un film. E, anche se c'entrano batiscafi di profondità e la marina militare americana, non sarebbe di un film d'avventure. L'argomento è la nascita del primo batiscafo Alvin.
[fonte]
Allora, i presupposti: Jacques Piccard e suo figlio Auguste sono due svizzeri che nel 1953 varano il batiscafo Trieste (battezzato in onore della città in cui fu costruito) grazie al quale compiono, da subito, imprese eccezionali (spostando il record di profondità raggiunto dall'uomo da 1.370 a oltre 4.000 metri sotto il livello del mare) e per colpa del quale arrivano a un passo dalla bancarotta (le missioni costano care).

Nel 1958 stringono quindi un accordo con la marina militare USA che diventa proprietaria del batiscafo (l'impresa sul fondo della fossa delle Marianne è del 1960 e il compagno di Piccard fu, giustappunto, un luogotenente della Marina). Ma le missioni del Trieste continuavano a essere costose e non è che alla Marina militare portassero chissà quali risultati e quindi il progetto di esplorazione oceanografica da loro venne sostanzialmente abbandonato ma non prima di aver messo in cantiere un nuovo batiscafo – più avanzato e maneggevole – il primo sommergibile della classe Alvin (detto anche DSV-2).

Cito da pagina 305 del libro di Bryson:
C'era solo un problema: i progettisti non riuscivano a trovare nessuno disposto a costruirlo. Secondo quanto scrive William J. Broad nel suo "Universe Below", «nessuna grande compagnia come la General Dynamics, costruttrice di sottomarini per la Marina militare, voleva imbarcarsi in un progetto screditato sia dal Bureau of Ships sia dall'ammiraglio Rickover, principali arbitri degli investimenti della Marina». Alla fine, in modo del tutto inverosimile, l'Alvin fu costruito dalla General Mills, un'azienda alimentare, in uno stabilimento dove si fabbricavano le macchine produttrici dei cereali per la colazione.
Ecco, io penso che forse qui sta nascosta la trama di un buon film brillante ("ispirato da una storia vera") ossia il raccontare com'è che "in modo del tutto inverosimile" un sottomarino che nel 1966, due anni dopo il suo varo, sarebbe servito per localizzare una bomba nucleare da 1,45 megatoni (finita in mare a largo delle coste spagnole dopo lo schianto accidentale del B52 che la trasportava) sia stato costruito da un'azienda produttrice di cereali per colazione. Secondo me ha buone potenzialità.


(sarebbe come se da noi avessero fatto fare un cacciatorpediniere a quelli del Mulino Bianco – "General Mills" ossia "Mulini Generali")

mercoledì 11 agosto 2010

tre trame thriller e una no: 2. l'elio e le storie tese

Vagolando per la rete, qualche mese fa sono incappato in un articolo on line di seedmagazine.com, un articolo che parla del secondo elemento chimico più diffuso nell'unverso: l'elio (il primo è l'idrogeno).



Avessero chiesto a me a cosa serve l'elio io avrei risposto a gonfiare i palloncini in primo luogo e a fare le voci buffe dopo averlo inalato in secondo. Pare invece che ci siano anche altri impieghi, lo si usa per fabbricare fibre ottiche, microchip e semiconduttori, come combustibile per razzi e dentro gli acceleratori di particelle. E, nonostante sia il secondo elemento più diffuso nell'universo, qui sulla Terra è piuttosto raro. L'unico posto in cui ce n'è in quantità sono gli Stati Uniti (che hanno anche una specie di "banca dell'elio" la Federal Helium Reserve, un deposito nato nel 1925 per questioni militari, in previsione di una flotta di dirigibili che non si è mai veramente fatta e che oggi si dimostra una risorsa strategica per il Paese).
Sì, perché secondo Seed Magazine l'elio è destinato a diventare molto più prezioso dell'oro. Non solo le riserve terrestri sono limitate e collocate prevalentemente negli USA (sottoforma di depositi sotterranei, come il metano) ma, a differenza dell'oro che può essere (ed è) riutilizzato all'infinito, l'elio dopo l'uso si disperde, prima nell'atmosfera, poi sale sale e finisce nello spazio. Insomma l'elio non si riesce a riciclare e prima o poi (qualche decina d'anni, tipo quarant'anni) finirà. Anche perché economie emergenti come la Cina e l'India stanno aumentando il loro bisogno di elio a un ritmo vertiginoso.

Questo in due parole lo spunto, ma per chi mastica l'inglese consiglio la lettura dell'articolo originale, è breve e ne dice un po' di più di quanto ho sunteggiato qui.

Quale può essere la trama del film? Be'... da qualche parte nel mondo (meglio se un posto un po' sfigato, come certe repubbliche asiatiche ex sovietiche) qualcuno scopre un enorme giacimento di elio. Questo potrebbe muovere parecchi interessi, sia di corporation che di governi (la Cina potrebbe essere molto interessata, ma anche gli USA che rischierebbero di vedere compromessa una posizione finora predominante).
In alternativa si potrebbe pensare a qualcosa legato alla Federal Helium Reserve, tipo un remake di Goldfinger (il film di 007, non l'omonimo libro di Ian Fleming che la trama è un po' diversa) in cui l'FHR prende il posto di Fort Knox e lo scopo dei cattivi è quello di dirtruggerlo.

Per chi invece di questi scenari futuribili se ne frega il giusto e vuole continuare a pensare all'elio come a quel gas che se inalato fa fare le voci buffe ho trovato un video che fa proprio al caso suo.



Domani, circa ora di pranzo, un'altra puntata di questa piccola serie di post. Pralerò di un virus, ma non quello dell'influenza "A", un altro che potrebbe essere perfino più pericoloso :)

sabato 10 ottobre 2009

williamina e tutte le altre

Fred Astaire: certo era un grande, ma non dimentichiamo che Ginger Rogers faceva tutto quello che faceva lui, ... andando all'indietro e con i tacchi alti.
Questa battuta del fumettista Bob Thaves (malgrado l'affetto che provo per Fred Astaire) l'ho sempre trovata una puntuale metafora della condizione lavorativa femminile.

L'altro giorno ho letto un libro. È un libro per ragazzi, scritto grosso, non tante pagine, si legge in fretta. Ci ho messo un paio di ore durante un viaggio in corriera per Siena. S'intitola Le tue antenate ed è firmato da Rita Levi-Montacini assieme a Giuseppina Tripodi, sottotitolo: "donne pioniere nella società e nella scienza dall'antichità ai giorni nostri". E infatti è una carrellata di 70 biografie da Ipazia a Vandana Shiva (con l'800 a farla da padrone seguito a ruota dal '700). Leggendo questo libro (e poi rileggendolo, senza gli scossoni del pullman e con la matita in mano per sottolienature e appunti) mi è venuta in mente spesso Ginger Rogers.


Tutta la storia della scienza al femminile è costellata da passioni incontenibili (quando società e mentalità dell'epoca facevano il possibile per contenerle), di successi nonostante tutto, di riconoscimenti negati, di personalità eccezionali. Leggere questo libro è stato come vivere decine di avventure una dietro l'altra. Non che le due autrici abbiano davvero scritto un libro di avventure, le avventure ce le deve vedere un po' anche l'occhio del lettore, che nel libro lo spazio è tiranno, ogni biografia tiene un paio di pagine, scritte grosse, perciò bisogna usare anche l'immaginazione, le scarne notizie biografiche vanno fatte germogliare leggendo (o magari anche scrivendo) tra le righe del testo. Ma anche il testo fa la sua parte: le scarne notizie biografiche sono quelle giuste, dette nel modo giusto, e ogni stringata biografia finisce con l'essere la tessera di un mosaico che guardato nel suo complesso ritrae il grande contributo che, nei secoli, le donne hanno dato alla comunità scientifica (volente o nolente, che la comunità scientifica spesse volte le donne neanche ce le voleva).

Il libro ci racconta di decine di menti eccelse, soprattutto astronome e matematiche, sì ogni tanto capita anche qualche biologa, qualche medica, qualche fisica, ma fino a tutto l'Ottocento sono quasi sempre matematiche e astronome. Il libro non lo dice chiaramente ma io penso che fosse perché per quelle cose lì, come la matematica e – specie prima dei telescopi – l'astronomia, ti bastava avere una bella testa, carta e penna, la voglia di scoprire e lo sguardo dritto al cielo notturno (la matematica poi la potevi fare anche quando era nuvolo). Mentre per quasi tutte le altre discipline dovevi avere accesso ai laboratori, alla comunità scientifica, alle strutture delle università (da che mondo è mondo un cielo stellato da guardare te lo procuri più facilmente di un cadavere da sezionare, m'immagino).

La storia della scienza al femminile, per come me l'hanno raccontata la Levi-Montalcini e la Tripodi, è piena di vicende appassianonati, di vite appasionanti. Che a me verrebbe voglia di dedicarmici per un po', di esplorarle ben bene, di sceglierne alcune e poi di raccontarle, estesamente. Per ora questa voglia l'appunto qui e la metto in un cassetto, che di lavoro ne ho fin troppo, beato me, ma per il futuro non si sa mai.

Magari però prima o poi torno qui a raccontarvi di qualche passo del libro che mi ha particolarmente colpito. Per oggi vi copio un pezzetto della vita di Williamina Paton Fleming (1857-1911) astronoma (autodidatta). La troviamo che si è sposata da poco ed è appena immigrata negli Stati Uniti dalla Scozia:
fonte
«Pochi mesi dopo, abbandonata dal marito mentre era incinta del primo figlio, dovette provvedere da sola al mantenimento suo e del bambino. Ottenne un lavoro come governante in casa del professore Edward Pickering, direttore dell'Osservatorio di Harward.
Pickering era insoddisfatto del lavoro svolto dai suoi dipendenti e decise di assumere Williamina per eseguire alcuni calcoli. La Paton ideò un sistema di classificazione delle stelle in base ai loro spettri.
Catalogò oltre 10mila stelle in nove volumi che stampò nel 1890 con il titolo
Draper Catalogue of Stellar Spectra. Nel 1907 pubblicò un elenco di 222 stelle variabili da lei scoperte e curò tutte le pubblicazioni dell'Osservatorio. Il direttore dell'Osservatorio le permise di assumere decine di collaboratrici. Una di queste, Henrietta Swan Leavitt, scoprì in seguito il metodo per misurare l'Universo.»

Poche righe ma è già un romanzo, un film.

E io me la vedo Williamina (che è quella in piedi, nella foto qui sopra), mentre emigra, mentre studia per conto suo l'astronomia, mentre dà la possibilità ad altre donne di dedicarsi alla scienza (e una poi trova pure il modo di misurare l'universo, dico l'universo! che a me che ho avuto qualche difficoltà anche a prendere le misure per la nuova libreria mi fa una particolare impressione), me la vedo mentre fa la governante e fa i conti di casa così bene che il suo padrone le offre un posto nel centro di calcolo di un osservatotorio astronimico, me la vedo mentre cura pubblicazioni, si cresce un figlio da sé, scopre e cataloga migliaia di stelle e il tutto sempre stando ben salda sui tacchi alti e andando, all'indietro, a tempo di foxtrot.

martedì 7 ottobre 2008

la scienza e il ciclo ovulatorio di una ballerina di lap dance

Mi si nomina in apertura del più recente post di psicocafè (ma solo come segnalatore, non ancora come caso clinico) e poi si parla di ballerine di lapdance e dei loro cicli mestruali. Quale onore.

mercoledì 1 novembre 2006

l'impronta del genio


Era già da un po' che si cercava di ricostruire qualche testimonianza "biologica" di Leonardo Da Vinci, impronte digitali o perfino DNA (se ne parlava, per esempio, qui). Per il DNA ancora niente, mentre pare che all'impronta dell'indice sinistro ci si sia arrivati.

E' stata identificata l'impronta di un polpastrello di Leonardo. Dopo 3 anni di ricerca il gruppo di ricerca della Sezione di Antropologia della Facoltà di Medicina dell’Università "G. d’Annunzio" di Chieti, sotto la direzione del professore Luigi Capasso è riuscito a isolare l’impronta digitale - in termine tecnico dermatoglifo - tra le migliaia di tracce presenti su dipinti e pergamene manoscritte. La traccia è probabilmente quella del dito indice della mano sinistra e ha caratteristiche arabe, che trovano riscontro nella madre di Leonardo, di origini appunto arabe. [...] I ricercatori sono partiti dalle tracce certe lasciate sulla tela "La dama con l’ermellino" e analizzando le varie opere con sofisticate tecniche dattiloscopiche hanno ricostruito la traccia di un polpastrello . L'impronta, unica traccia “biologica” ad oggi conosciuta del grande genio, potrà essere utilizzata per l’autenticazione di opere dubbie o non note. [...]
Il professore Capasso è molto conosciuto nel settore delle indagini dattiloscopiche: è stato chiamato ad essere perito nel caso Calvi, ha partecipato ai più importanti casi archeologici d’Italia, dallo studio degli scheletri degli abitanti di Ercolano, a quello sulla mummia di Santa Rosa da Viterbo.

[fonte Città della scienza]