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giovedì 26 agosto 2010

eugenio bennato live a busto arsizio



Questo post non parla di musica.

Ieri raggiungo un amico che sta prendendo un aperitivo con un suo amico, che non conosco ma che mi sta subito simpatico (nonostante mi venga presentato come un "linguista computazionale", qualsiasi cosa sia)... dopo un po' capiamo chi siamo, nel senso che lui capisce che io sono 403 (quindi non solo un amico sconosciuto del suo amico, ma anche uno di cui qualche volta ha letto il blog) e io capisco che è un blogger che seguivo (e che seguirei ancora, se solo postasse)...

La serata procede e gli aperitivi pure (che, al mio arrivo, loro sono già al secondo giro e per non restare doppiato, e per rimettermi in pari, ne ordino due assieme con due cannucce, smangiucchiando poco o nulla che poi siamo a cena con un altro amico e non voglio rovinarmi l'appetito).
Ad un certo punto salta fuori che il linguista computazionale ha un fratello che di nome fa Hermano. Ossia il nome di suo fratello è una parola che vuol dire "fratello" (sia pure in spagnolo). Un po' come chiamare "gatto" il proprio gatto (o come chiamare "album" un proprio ellepì e poi, quando da quel disco ci tiri fuori un 45 giri, dargli il titolo "single")... ma qui è più complicato perché il nome di Hermano secondo me lo hanno deciso i genitori (e quindi avrebbero dovuto chiamarlo Hijo, a logica) però visto che Hermano è il fratello minore, forse i genitori hanno fatto scegliere il nome ai due fratelli maggiori e tutto così avrebbe un senso (già, avrei dovuto chiederglielo).
Anche se non c'entra molto (ma ormai siamo al terzo giro di aperitivi, che li ho raggiunti, e forse sono pure un'incollatura avanti, e la mente si fa più elastica, anche troppo) l'idea di un fratello che si chiama "fratello" mi fa venire in mente la frase "Eugenio Bennato live a Busto Arsizio". Una frase con cui, nella mia testa, mi balocco da anni.



Perché "Eugenio" deriva dal greco e vuol dire "di nobile stirpe" o, più semplicemente, "ben nato", appunto. Mentre "Busto" e "Arsizio" invece derivano entrambi dal latino e vogliono dire entrambi la stessa cosa: "bruciato", "riarso".

Di doppi nomi ridondanti così belli, in anni e anni, non ne ho trovati altri. Certo, il nome scientifico del camoscio è "Rupicapra Rupicapra" e poi nella serie a fumetti Martin Mystère c'è un personaggio, un ispettore di polizia di New York, che tutti chiamano solo "Travis" (sia quelli in intimità, sia chi – se fosse in Italia – gli darebbe del lei) e nessuno sapeva quale fosse il suo nome di battesimo (o, alternativamente, il suo cognome, che mica si capiva bene)... poi, dopo decine e decine di numeri, un colpo di scena: il tizio si chiama "Travis Travis" di nome e di cognome (un po' come "Giacomo Giacomo", il celebre inventore della tremarella).

Poi, dopo quel pensiero su Giacomo Giacomo, ho pensato che forse dovrei smetterla di bere. O quantomeno dovrei smetterla di bere a digiuno in prossimità di linguisti computazionali (qualsiasi cosa siano).

sabato 7 novembre 2009

francesca, andrea e tutti quanti gli altri

Nota bene: se non vi piacciono le storie con molti personaggi lasciate perdere questo post e aspettate il prossimo che faccio sulla galera che tanto lì siamo sempre in pochissimi.

Nella mia famiglia si parla poco e si racconta anche meno. A volte mi sono chiesto se nella vita sono finito a raccontare storie per mestiere perché da dove vengo io di storie se ne raccontava pochissime.
Tra le pochissime storie che so della mia famiglia un paio riguardano i nomi. E mi sono venute in mente leggendo e commentando questo post di Viadellaviola (in cui, facendo pure la figura di quello mica tanto sveglio, ho scoperto una cosa che i suoi lettori affezionati sapevano già, ma io che la seguo da meno non la sapevo e così ho scoperto che quando Viola dice "mi chiamo Viola" non dice la verità, o almeno non è verità anagrafica, che lei ha un altro nome che neanche le piace, comunque, per me Viola è e Viola resta, anche perché, per me, per come son cresciuto io, mi pare normale che le persone abbiano nomi diversi, "sensibili al contesto" come certi menu dei programmi dei computer, il presente post spiega un po' perché per me è così).

Io mi chiamo Andrea. Il mio nome è stato scelto un po' in fretta, perché i miei volevano la femmina, volevano a tal punto la femmina che si erano preparati solo per quella eventualità lì. Il nome per la femmina c'era già. Poi sono nato io. Cazzo, un maschio :( Allora la mamma ha proposto Guido, il babbo ha proposto Niccolò e poi si sono accordati su Andrea, che era un bel nome, poco comune senza essere strano (poco comune, ahahah). Quando è arrivata mia sorella il suo nome era già lì ad aspettarla da sei anni almeno: Francesca.

Per quel che ne sappiamo, io e mia sorella siamo la prima generazione della mia famiglia in cui ci chiamiamo tutti sempre nello stesso modo. Cioè, lei si chiama sempre Francesca, io mi chiamo sempre Andrea (a parte una volta che mi sono chiamato Ignazio, ma solo per finta e per pochi mesi).

nostro babbo
Mia nonna Wanda aveva un solo fratello, amatissimo, che purtroppo le è morto di tubercolosi quando era giovane. Lei aveva giurato che se avesse avuto un figlio si sarebbe chiamato come lui: Walter. Per prima le è nata mia zia Fiorella, per ultima è nata zia Donatella ma in mezzo è arrivato anche il maschio, mio babbo. Ovviamente sul nome di dubbi non ce n'era: Walter.
E così, finalmente, arriva il bel giorno in cui nonno Galileo, marito di Wanda, deve andare a registrare in comune la nascita di loro figlio. Solo che lì capita un guaio. Arrivato nell'ufficio preposto, mio nonno scopre che mica si può mettere nomi stranieri ai propri figli, che siamo ancora sotto il fascismo quando nasce il mio babbo e c'era una legge apposta che vietava proprio quella cosa lì. Quindi di Walter non se parla. L'italiano sarebbe Gualtiero, ma magari mio nonno neanche lo sa, e poi Gualtiero, dai, non scherziamo, meglio allora un nome qualsiasi, tipo Carlo. Ecco, allora mio nonno registra suo figlio come Carlo.

Solo che Galileo, tornato a casa da Wanda, non lo trova mica il coraggio di dirle che la promessa di una vita, chiamare il bambino come suo fratello, non gliel'ha potuta mantenere. E il tutto per colpa di quei bischeri che al posto di "cocktail" vogliono che si dica "bevanda arlecchina" e che hanno fatto cambiare il titolo di "Saint Luis Blues" in "Le Tristezze di San Luigi".
Passano gli anni, il bambino cresce e tutti lo chiamano Walter, e solo mio nonno sa la verità. Verità però che aspetta il mio babbo sotto forma dell'appello, a scuola, il primo giorno della prima elementare, quando, stupefatto, si sente chiamare dalla maestra con un nome che non è il suo.
Da allora il babbo è stato Walter in famiglia e Carlo a scuola e poi per i colleghi di lavoro ("Carlo Walter" nell'elenco del telefono, che non sai mai chi ha bisogno di telefornati).

Mia mamma (che penso sia l'unica persona in italia, e forse nel mondo, a chiamarsi Almiana, ma questa è un'altra faccenda) ha incontrato mio babbo a un corso serale, quindi lei ha conosciuto Carlo. Prima di sposarsi, naturalmente, è stata  presentata in famiglia e lì lei era l'unica a chiamarlo in quel modo. Finché la nonna Wanda una sera non l'ha presa da parte e le ha chiesto il favore di chiamarlo anche lei Walter, che altrimenti a lei faceva impressione e le sembrava che mia mamma stesse per sposare un'altra persona, che non era suo figlio. Da allora mia mamma lo chiama Walter o, più spesso, Walterino.

Sul nome del babbo non ho altro da dire. Però, posso dire il suo secondo e terzo nome, che poi sono quelli dei suoi nonni, ossia Pomplilio e Priamo, perciò il nome completo è Carlo Pompilio Priamo.

nostro nonno
Nonno Galileo, quello che ha combinato il pasticcio col nome di babbo, mica si chiamava Galileo! Lui si chiamava Antonio.
Il fatto è che lui era figlio di Pompilio e di Anna, due tipi che nella vita la pensavano proprio diversa. Il nonno Pompo (che lui aveva questo diminutivo qui) era un ferroviere, anarchico, che viaggiava l'italia col treno a vapore, la nonna Anna era invece una donna devota, e molto, che di nascosto dal marito gli cuciva le medagliette dei santi sulla canottiera di lana, perché lo proteggessero quando era via da casa. Poi Pompilio arrivvava stanco a fine giornata che si trovava chissà dove nell'Italia, andava a dormire in una qualche camerata delle ferrorive piena di colleghi fuochisti, macchinisti o quello che erano, e spogliandosi scopriva di avere le medagliette dei santi cucite alla canotta. E giù i cristi del nonno Pompo e giù le risate dei rudi colleghi ferriovieri.
Quando nacque il loro unico figlio, cioè mio nonno, toccò alla mia bisnonna Anna andare a registrarlo (che il mio bisnonno Pompilio era lontano, sulla macchina a vapore) e lei, con un colpo di mano, lo registrò come Antonio, che lei di Sant'Antonio era tanto devota (e le medagliette che cuciva al marito, di sfroso, io penso che fossero proprio della Madonna e di Sant'Antonio). Tornato a casa Pompilio scoprì quello che gli aveva combinato la pia moglie e (m'immagino io, dopo una salva di bestemmie da far tremare tutti e sette i cieli) impose che il loro figlio sarebbe sempre stato chiamato Galileo, in onore dello scienziato che si era opposto alla Chiesa e con cui, all'epoca, il Papa ancora non aveva fatto pace (che la riabilitazione dello scienziato pisano avverrà solo nel 1992, col nonno Pompo sottoterra già da parecchio e nonno Galileo che lo avrebbe raggiunto appena l'anno dopo).

nostra bisnonna
La nonna Anna (mamma di Galileo/Antonio, nonna di Walter/Carlo, bisnonna di Francesca e Andrea nonché devota di Sant'Antonio) quando arriva il suo momento muore pure lei.
Giunti al camposanto per seppellirla i parenti però scoprono che sulla lapide non c'è mica scritto "Anna" (e ti pareva) c'è scritto "Eleonora". Che la nonna Anna si chiamasse Eleonora non lo sapeva nessuno, o giù di lì, e il perché del suo doppio nome io proprio non ve lo posso dire, non è un segreto è che non lo so. E non lo sanno neppure i miei genitori. Perché, l'ho già detto, noi si parla poco e si racconta anche meno e queste che ho raccontato qui sono tutte le storie, o giù di lì, che so sulla mia famiglia.

venerdì 4 settembre 2009

io mi chiamo andrea

Un amico dei tempi del liceo (stessa classe, stesso anno di nascita) che ora vive a barcellona mi scrive che il marito di sua sorella (tizio che io non conosco) ha un guaio e mi chiede se posso dar loro una mano. Dico che va bene, lui mi manda il numero e io l'indomani (che poi era ieri) chiamo per dire che possono contare su di me. Mi risponde lui e l'attacco della chiamata è stato più o meno questo:
"ciao andrea, tu non mi conosci, sono andrea, un amico di tuo cognato andrea..."

Qualche anno fa, mi si propone di curare un libro. Si tratta della Guida turistica di Clerville. Capitava che tre pazzi scatenati grandi appassionati di diabolik avevano compulsato quarant'anni e passa di pubblicazioni (oltre 700 numeri regolari più tutte le uscite speciali) segnandosi ogni indizio riguardo alla geografia fantastica che gli autori delle avventure del Re del terrore si erano di volta in volta inventati. Poi partendo da questi indizi avevano ricostruito, a posteriori, una mappa dello Stato e della capitale dello Stato in cui diabolik vive le sue avventure. Ci voleva qualcuno che desse una forma al tantissimo materiale da loro raccolto e prodotto. Fui io.
Gli autori erano tutti più giovani di me e si chiamavano andrea, cristian e andrea. Essendo andrea pure io (nel colophon gli andrea vinsero per 3 a 1 contro i cristian) e tenendoci in contatto solo via mail (che eravamo spalmati su mezza italia) si arrivò presto al tacito accordo di chiamarci con nick o per cognome, come fossimo a scuola (per inciso, a scuola, ovviamente, non sono mai stato l'unico andrea della classe, all'inizio del liceo eravamo pure in tre a chiamarci così, poi ho cambiato scuola).

Di andrea più vecchi di me non ne conosco molti. I miei sostengono di avermi chiamato così perché era un bel nome, molto poco usato quando sono nato io...
Evidentemente lo stesso ragionamento deve averlo fatto qualche altro milione di coppie, in quegli anni lì.

Niente, è che ieri mi è successa quella cosa della telofonata e mi è venuto da sciverlo qui, che a me il mio nome piace, però mi avessero chiamato niccolò (altro candiato assieme a guido) forse oggi, quando telefono, non avrei l'abitudine di presentarmi con nome e cognome, anche quando chiamo i parenti stretti.