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martedì 13 ottobre 2015

viuleeenza!

Lo dico sempre: non esiste il pubblico di Diabolik, nel senso che non esiste un lettore tipo, ma piuttosto un arcipelago di gruppi di lettori diversi tra loro e dai gusti, a volte, anche contrastanti.

Non a caso, nell'annuale sondaggio promosso dai fan del Diabolik Club, quasi sempre le storie che vengono votate come più piaciute si ritrovano anche tra quelle votate (ovviamente da altri) come piaciute di meno. Ci sono i lettori che amano soprattutto l'azione, quelli che apprezzano le trame intricate, quelli a cui le trame intricate danno il mal di testa, quelli a cui una storia romantica ogni tanto fa proprio piacere e quelli che invece no, di storie romantiche non ne vogliono sentire parlare. Tante isole diverse, tante popolazioni con proprie idee e preferenze.
Uno dei temi su cui c'è maggior dibattito è il sangue.

In questo post parlerò, brevemente, dell'albo in edicola il mese scorso (“Morte in alto mare” n. 9/2015) spolierando molto poco e della prima storia che ho sceneggiato per Diabolik (“Il diamante nero” n. 1/2008) *SPOILER*ando invece parecchio. Siete avvisati.

Ma prima, due pillole di storia: all'inizio della sua vita editoriale Diabolik era più feroce, uccideva con leggerezza, anche quando non era necessario. Questa prima fase però durò poco, le sorelle Giussani cominciarono a correggere il tiro già verso la metà degli anni ’60, in coincidenza con l’arrivo della “banda dei K” come la chiamavano loro (Kriminal, Sadik, Satanik, Killing... etc...). Le autrici infatti preferirono non mettersi in competizione sul piano del sangue con gli epigoni nati dal successo di Diabolik e, anzi, temendo che alla lunga i lettori si sarebbero stufati si allontanarono dal taglio da feuilleton granguignolesco dei primi numeri, cambiando lo strillo sopra la testata da “il fumetto del brivido” a “il giallo a fumetti”.
Da allora altre trasformazioni ci sono state e, progressivamente, Diabolik ha ridotto ancora il numero di omicidi perpetrati. Continua a uccidere ma solo quando è strettamente necessario (e/o quando la vittima è, agli occhi di Eva, Diabolik o dei lettori, una merdaccia d'uomo).

 

A oggi dobbiamo quindi affrontare un pubblico composto (schematizzando parecchio) o da nostalgici della prima (al massimo della seconda) ora che vorrebbero un Diabolik più sanguinario di quello attuale o da lettori arrivati dopo (un dopo relativo, si parla anche di vent'anni fa e più) che davanti a un Diabolik “troppo cattivo” storcono il naso.

Con questo ho avuto modo di farci i conti già dalla prima sceneggiatura che ho scritto per la serie.
Quella storia ruota attorno a una pietra “maledetta” (il diamante nero che dà il titolo all'albo) che pare proprio portare una jella mortale ai suoi proprietari. E, in effetti, alla coppia di ricconi che ne entra in possesso a inizio albo capita ogni tipo d'incidente (con guardie del corpo morte e ferite e, alla fine, pure con uno dei due che ci rimette le penne). Una delle sfighe avviene al porto di Ghenf: un gruista muore per un infarto e il container che stava spostando, ormai senza controllo, quasi li spiaccica (e, comunque, ammazza uno dei loro guardaspalle).

Un po' prima del finale, però, scopriamo che dietro a tutti quei guai apparentemente dovuti al caso (o alla scalogna che porta il diamante nero, a seconda che si sia superstiziosi o meno) c'era in realtà Diabolik, che perseguiva un suo machiavellico piano. Come d'abitudine, il lettore viene messo a giorno di come sono andate davvero le cose da un lungo spiegone con generoso uso di flashback. Questo un passaggio:

Disegni di Enzo Faciolo (elaborazione digitale di Paolo Tani)
Be'... a causa della tavola qui sopra abbiamo ricevuto lamentele (più d'una e parlo anche di lettere cartacee, che costa fatica scriverle e imbucarle) che trovavano sbagliato che Diabolik uccidesse un innocente lavoratore portuale (per l'onesto guardaspalle spiaccitato, invece, neanche una piega).
A questi lettori che si aspettano dal nostro protagonista che uccida solo in modo “giusto” (o quasi) si affiancano quelli (e non son pochi, specie sui social) che ci chiedono un Diabolik più violento e spietato. Insomma è un po' un casino.

Anche per questo scrivere Diabolik (e qui più che scrivere il singolo albo intendo scrivere la serie, i vari soggetti e curare la programmazione) è come decidere un menù che, nei limiti del possibile, deve tenere conto dei tanti gusti dei nostri ospiti. I vari ingredienti (sangue, romanticismo, colpi complessi, Ginko, fughe...) vanno dosati e alternati cercando un punto di equilibrio. Quindi questo vuol dire che in una serie dai margini stretti come Diabolik (le nostre storie sono necessariamente meno varie di quelle di Dylan Dog o di Zagor) dobbiamo lo stesso stare molto attenti alla varietà delle avventure che proponiamo. Il che non è facilissimo e non sempre ci riesce al 100%, per esempio lo scorso albo è stato il terzo consecutivo in cui non appariva Ginko e questo a molti nostri lettori dà fastidio (per fortuna l'ispettore c'è, e con un ruolo importante, nell'albo di ottobre attualmente in edicola, mancherà di nuovo a novembre, farà una comparsata a dicembre e sarà essenziale nella storia di gennaio che, soprattutto, vedrà il ritorno della sua compagna Altea – altro “ingrediente” che ci richiede una particolare attenzione, di Altea però magari ne parlo un'altra volta).

Ma torniamo al sangue. In redazione probabilmente io sono quello più vicino ai lettori che ce ne chiedono di più e, visto che Diabolik è sempre un lavoro corale più che un “album solista”, questo porta a interessanti dibattiti che mi vedono coinvolto assieme a Mario Gomboli (direttore, editore, capo-soggettista, insomma capo) e Licia Ferraresi (responsabile della revisione delle sceneggiature, soggettista a sua volta, mia capa nel lavoro di editing delle storie). Il fatto di essere dispari è una benedizione. Nei casi più controversi decidere a maggioranza è facile.

Tornando all'albo di ottobre, “Morte in altro mare”, questa volta non è stato molto controverso il caso su cui abbiamo dibattuto mentre era ancora in fase di soggetto. Soggetto, per l'appunto, di Ferraresi/Gomboli (poi sceneggiato da Diego Cajelli).

Diabolik (a cui girano i coglioni non poco perché un colpo filato liscio come l'olio ha poi avuto un guaio inaspettato) si trova a interrogare un poliziotto a libro paga di una banda di criminali. Il Nostro ha urgentemente bisogno di informazioni sui loro traffici e, essendo Diabolik, riesce a sapere tutto e subito. Saputo quanto vuole, deve muoversi in fretta e non può permettere che il tizio avverta i malviventi che lui è sulle loro tracce. Quindi è ovvio che l'agente corrotto non sopravviverà all'incontro col Re del Terrore.
A noi però restava da decidere se sarebbe stato ucciso a sangue freddo oppure se gli avremmo fatto tentare una reazione disperata (magari tirando fuori una pistola nascosta da qualche parte) a cui Diabolik avrebbe reagito lanciando il suo pugnale.

Da un lato c'è qualche nostro lettore (e pure qualcuno della redazione :) che non ama vedere Diabolik uccidere un uomo disarmato, d'altro canto quell'uomo disarmato era anche un poliziotto corrotto e però – a quanto ne sappiamo – né lui né i malviventi che lo pagano hanno commesso reati cruenti, del resto l'ucciderlo a sangue freddo sarebbe stato perfettamente in linea con il modus operandi di Diabolik. Perché è a noi autori (e a parte dei lettori) che interessa che la vittima uccisa a sangue freddo sia, in qualche modo, una canaglia, per quanto riguarda Diabolik è vero che nel tempo ha ridotto il numero di omicidi ma lo ha fatto solo perché si è reso conto che per lui è più conveniente uccidere solo quando necessario (perché è capitato che certi suoi omicidi “evitabili” gli si siano poi ritorti contro come boomerang sotto forma di parenti vendicativi o altri impicci). Insomma, se Diabolik deve uccidere a freddo un innocente gruista lo fa senza problemi, figuriamoci uno sbirro (venduto o meno che sia).

Be', come dicevo questa volta alla fin fine scegliere non è stato difficile e come ammazzare il poliziotto è stato deciso all'unanimità. Qui sotto potete vedere come ce la siamo cavata.

Tavola a matita di Angelo Ricci per “Morte in alto mare”
trucioli e sfridi 2

venerdì 11 settembre 2015

è lui o non è lui?...

A Diabolik lavoriamo con “soggetti” molto dettagliati, altrove li si chiamerebbe trattamenti. Anche una quindicina di pagine dattiloscritte per una storia a fumetti di 120 tavole (in realtà 119) in formato pocket. Ciò nonostante il passaggio dal soggetto alla sceneggiatura non è mai meccanico e immediato.

Comincio, con questo post, quella che nelle intenzioni vorrebbe essere una serie che parla – in modo pratico – di scrivere fumetti, raccontando di questioni concrete. Saranno quindi testi che partono da storie che ho scritto (ovvero contribuito a scrivere) per Diabolik. Saranno densi di SPOILER (quindi siete avvisati) ma il lettore del post non dovrà per forza aver letto gli albi in questione per capire di cosa parlo.

Partiamo dall'albo di agosto scorso (“Uno dei tre", soggetto di Mario Gomboli e Tito Faraci da un'idea di Alessandro Mainardi e sceneggiatura mia e di Rosalia Finocchiaro – le storie di Diabolik sono opere corali, mai album solisti) quindi se lo avete sul comodino in attesa di leggerlo non proseguite oltre (oppure proseguite e 'sticazzi).

Diabolik si accinge a prendere il posto di un altro ladro (e al lettore non diciamo chi sia) deve prendergli una collana che quell'altro ha da poco rubato. Stacco. Assistiamo a tre scene di rapimento: tre tizi, uno dopo l'altro, vengono rapiti per ordine di un tale e rinchiusi, assieme, in una cella. Quindi ci viene spiegato che cosa sta succedendo: i tre tizi sono tre ladri, tra di loro c'è il responsabile di un furto, fatto mesi prima, ai danni del tale, ossia del rapitore (un colpo a causa del quale la figlia del tale è stata ammazzata). Il tale è disposto a tutto pur di scoprire quale dei tre ladri è il responsabile di quel colpo e, se non salterà fuori in qualche modo di lì a dodici ore, per sicurezza li farà ammazzare tutti e tre.


La situazione, perciò, è questa: uno dei tre ladri è, in realtà, Diabolik ma grazie alle sue maschere perfette non possiamo sapere quale dei tre sia. Il problema di Diabolik è uscire vivo da quella cella, il nostro problema, da sceneggiatori, era invece gestire la cosa senza che il lettore sgamasse quale dei tre fosse Diabolik prima del tempo (ossia del finale).

Il che è più facile a dirsi che a farsi. Perché se Diabolik con maschera avesse pensato “Maledizione! sono prigioniero e non posso avvisare Eva!” avremmo scoperto subito tutte le nostre carte. Del resto non far pensare mai a Diabolik cose “diabolike” era impensabile e, infatti, da soggetto era previsto che Diabolik rimuginasse un po' sulla sua situazione (in primis per confermare al lettore che sì, uno dei tre era proprio lui).


Qui sopra (e giù sotto) vedete come ce la siamo cavata. In primo luogo con inquadrature che tagliassero via la testa di Diabolik. Perché fosse possibile, però, abbiamo dovuto vestire i tre prigionieri nello stesso modo. E, per giustificarlo, abbiamo pensato a questo: visto che il rapitore vuole far sentire i rapiti come dei veri e propri prigionieri, non solo gli fa portar via orologio ed altri oggetti personali (cosa narrativamente indispensabile per evitare che a Diabolik rimanesse addosso il radio orologio) ma li costringe pure a indossare una tuta uguale per tutti. Come fossero uniformi da carcerato.

Nella seconda vignetta della tavola qui sopra si usa un altro espediente che, in genere, però adoperiamo per un diverso scopo.
Come ogni fumettista sa bene, gestire una lunga scena di dialogo è sempre problematico. Il rischio “du` maroni” è costantemente dietro l'angolo. Molto spesso ci si trova a dover ravvivare visivamente una sequenza in cui due personaggi, magari chiusi in una stanza, se la contano su interminabilmente. Tanto può fare l'abilità registica del disegnatore, alternando primi piani a inquadrature più ampie dell'ambiente, ovviamente campi e controcampi aiutano e di sicuro aiuta anche il far fare qualche gesto ai personaggi (versarsi da bere e poi bere, accendersi la pipa e poi fumarla). Ma, se le chiacchiere persistono, una bella inquadratura di alleggerimento dell'esterno dello stabile (o dell'auto, o della nave) in cui avviene il dialogo (con un balloon proveniente dall'interno) darà al lettore (e al disegnatore) una vignetta di tregua.

Visto che, di solito, in un fumetto non sentiamo la voce dei personaggi una simile inquadratura va minimamente gestita in modo da non creare confusione su chi dice cosa (per esempio facendoci chiaramente continuare la battuta di un personaggio iniziata nella vignetta precedente) però, in qualche raro caso, è possibile sfruttare ai fini del racconto proprio il fatto che il lettore non sappia a chi appartenga il fumetto in questione (ed è ciò che abbiamo fatto questa volta).


Nel primo soggetto che scrissi per Diabolik (era il ‘99) usai questo escamotage per perpetrare un inganno al lettore. Leggendo, doveva sembrarci scontato che una certa battuta andava attribuita a un certo personaggio e invece, nel finale, avremmo capito che era stata detta da un altro (e ciò cambiava, e di parecchio, tutta la dinamica del finale). Ne ero tronfiamente fiero. Poi, in fase di sceneggiatura, il soggetto venne pesantemente modificato e tutta quella parte fu espunta. È da allora che sto aspettando l'occasione buona per riusare quel trucco.

Le matite delle vignette qui sopra sono di Matteo Buffagni con chine di Giorgio Montorio (personaggi) e Luigi Merati (sfondi) – come dicevo prima le storie di Diabolik sono opere corali, mai album solisti.
trucioli e sfridi 1