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venerdì 9 novembre 2012

1962 2

Sono ancora perso nel vortice del twist (e, più in generale, dei quarantacinquegiri usciti nel 1962).

Qui stiamo tutti deragliando nella follia, sia io, sia quelli che cantano nei dischi. Pino Donaggio è chiarmanente preda di un'ossessione per i vestiti, ma se ieri si limitava a innamorarsi di una che aveva un maglione, oggi va in giro direttamente vestito con un sacco.
Non parliamo poi de "I Metafisici" che si appassionano al caso di una ragazza psicotica che capisce solo la parola "twist" (mentre loro, I Metafisici, si appassionano alle parole sdrucciole e ci riempiono la canzone: nevrastènica... psichiàtrica... microscòpica... narcòtico... supersònico... grammòfono...).

Per Viadellaviola, qui però Donaggio pare un po' meno Sean Penn, so?


Pino Donaggio – Vestito di sacco
 

«la mia ragazza no / non ha capito /
che io, vestito così, penso di essere un pacco»


I Metafisici – Psicotwist


«continuamente tutto il giorno non fa altro che gridare "twist"»

mercoledì 7 novembre 2012

1962

Sei giorni fa era il compleanno del maledetto criminale, il primo numero di Diabolik era in edicola il primo novembre del 1962. Tra le strane conseguenze di questo fatto è che sono immerso, da qualche giorno, nella musica uscita quell'anno, nei quarantacinque giri pubblicati nel 1962. Ancora epoca di twist, con prime avvisaglie di beat. Magari se ne riparla, così vi spiego che sto facendo.

Pino Donaggio – La ragazza col maglione

«la gente ride perché perché / la sua eleganza non sa capir /
però io l'amo, perché è moderna»


Giorgio Gaber – Trani a gogo

«un vecchio a tresette ha perso il paltò /
l'ha perso con me, nel trani a gogo»

È tardi, dovrei essere a dormire da un po', non posso star qui a farla lunga, ma ci sarebbero cose da dire, per esempio quanto doveva essere strano nel '62, per una ragazza, girare con su un maglione, oppure raccontare cosa erano, qui a milano, i "trani" ossia mescite di vino a buon mercato (vino pugliese, di Trani appunto, non il più costoso sulla piazza). Oppure parlare di Pino Donaggio, che oggi è molto più famoso come compositore di colonne sonore che non per questi suoi primi dischi da cantante o ancora di Gaber e di quello che si poteva ascoltare a Milano nei primi anni '60 (gran belle cose).

Ma è tardi, dovrei essere a dormire da un po' ché domani il maledetto criminale mi terrà impegnato con ben altre faccende e poi, non dimentichiamoci, che 'sto blog è morto (o, quantomeno, è più morto che vivo).

Ah, Shapa, puoi provare a immaginare quanto mi sia costato postare solo due canzoni, una buona mezzora l'ho passata a decidere quale potesse essere una terza che ci stesse bene in mezzo, ma poi ho deciso che devo proprio smetterla con questa fissa di voler postare le cose o singole o a tre alla volta.

martedì 4 gennaio 2011

datemi un martello...

La prima volta che l'ho sentita suonava grossomodo così "quando sei un martello, tutti ti sembrano dei chiodi". Una frase dall'incedere proverbiale che, ragionandoci un minimo, dice una grande verità.

Non mi ero mai posto il problema né della sua dizione corretta, né della sua origine (che, quando si tratta di parole e frasi è vero che tendo a farmi domande di ogni tipo, ma mica sempre sempre).
Poi questa frase mi torna in mente un paio di settimane fa riguardo a uno di quei tanti, bei, post che non scriverò (quantomeno non presto) cui accennavo l'altro giorno. E visto che io quei post qui nel blog non li scrivo, ma dentro la mia testa sì, ecco che si è rivelato indispensabile scoprire com'è che sta la questione del martello.


A una prima ricerca la citazione mi perde un po' di fascino ma si fa più immediata nel suo significato: "per un uomo con un martello tutto assomiglia a un chiodo" o più prosaicamente "se il nostro solo strumento è un martello, ogni problema assomiglierà a un chiodo da battere". Prime attribuzioni trovate: Mark Twain, Jane Fonda e Bill Gates (mai, mai, mai fidarsi di internet se non siete un po' sgamati, è un consiglio).

Poi, cercando meglio, salta fuori la verità, si tratta di quella che gli studiosi chiamano legge dello strumento, che evidenzia come l'eccessiva familiarità con strumenti consolidati tenda a deformare la nostra percezione dei nuovi problemi o, comunque, a influenzare il modo in cui cerchiamo di risolverli.
Il concetto è stato espresso dal filosofo Abraham Kaplan (è lui che parla di legge dello strumento) in suo libro del 1964 in questa forma: "dai a un ragazzino un martello, e lui troverà che tutto ciò in cui s'imbatte ha bisogno di una martellata" ma la citazione più diffusa a riguardo si deve a un altro Abraham, lo psicologo Abraham Maslow, ed è tratta da un libro del 1966: "penso che si abbia la tentazione, se l'unico strumento che si ha è un martello, di trattare tutto come se fosse un chiodo" (per entrambi la mia fonte è il wiktionary che, spesso, è accurata).

Risolta la questione io però continuo a preferire la frase che mi ricordavo io: "quando sei un martello, tutti ti sembrano dei chiodi" certo, fa molto più John Rambo che non Abraham Maslow e credo sia per questo che mi piace di più.

Restando sempre in zona martelli ma virando decisamente la rotta, chiudo il post con la canzone che – in un certo qual modo – gli dà il titolo.

Gioiosa canzone pacifista e anti segregazionista, scritta da Pete Seeger: If I Had a Hammer è stata, negli anni, incisa da numerosi artisti. Le due versioni più note sono forse quella di Trini Lopez  (1963) e del trio Peter, Paul and Mary (1962): 


Della canzone esiste una notissima "traduzione" italiana, grande successo del 1964 di Rita Pavone. Di per sé una canzone anche divertente ma, confrontando testo e intenzioni con l'originale, passa un po' l'allegria.


Insomma da "I'd sing out love between my brothers and my sisters""un colpo sulla testa a chi non è dei nostri e così la nostra festa più bella sarà"...

imbarazzo...