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venerdì 22 marzo 2013

per me che cosa c'è?

Un tizio muore e si ritrova a constatare che l'aldilà, per chi si è comportato bene in vita, è un posto davvero noioso, lui proprio non ci vuole restare in un posto così. È una canzone del 1981 e s'intitola “Mennea”. È tratta dal primo e unico album dei Cacao. Ce l'ho in mente da ieri.

Fa impressione pensarla adesso che Pietro Mennea è morto, per altro prematuramente.


Dario Guidotti, il cantate, lo avevo conosciuto – da ascoltatore radiofonico, ero un ragazzino – nelle notturne di Ettore e Dario. Una volta fui invitato in studio ed è stata la prima volta che misi piede a Radio Popolare, in via Pasteur, qui a Milano. I Cacao ancora non avevano pubblicato nulla.

Tornando a Mennea. In realtà, sono convinto che il titolo del pezzo qui sopra sia uno di quei casi in cui non si riesce a trovare un sostituto per il nome di lavorazione di un brano. “Mennea” era il brano più veloce del loro disco e, nel 1981, pensando a qualcosa di veloce veniva abbastanza spontaneo il pensare a Pietro Mennea.

Ora che Mennea si trova nella condizione del protagonista di “Mennea” spero proprio che se la passi un po' meglio. È stato un grande, tutta quella noia non gli si addice e non se la merita.

sabato 1 gennaio 2011

auld lang syne

Tanti tanti anni fa, facevamo una trasmissione in radio che si chiamava "Glicerina", una sorta di rotocalco un po' sconclusionato in cui rompevamo i coglioni alle persone famose, eravamo giovani e scapestrati.
Ricordo che una volta intervistammo Alberto Moravia sul tema "il miglior amico dell'uomo, due punti, la donna o il cane?" e lui, che non aveva capito lo scherzo, cercò pure di elencare le differenze tra quello che può offrire una donna e quello che può offrire un cane (spiegandoci che son due cose diverse).

La sigla finale era stata una scoperta casuale e molto azzeccata, una versione del valzer delle candele fatta da un duo di avvinazzati inglesi. Ottima per chiudere una puntata e dare appuntamento alla successiva e ottima per chiudere quest'anno e darvi appuntamento a domani, nel 2011.


Chas And Dave –  Auld Lang Syne
("Party Party", colonna sonora, 1982)


(che poi, lo sanno tutti che gli anni "veri" sono quelli scolastici, che cominciano a settembre e finiscono ad agosto)

giovedì 7 ottobre 2010

nelle antille a far scintille

La radio ho cominciato ad ascoltarla da ragazzino, forse alle medie. Ascoltavo la notte il jazz su rai 3 seguito dal racconto di mezzanotte (ricordo ancora come se fosse oggi l'ascolto di "Olio di cane" di Ambrose Bierce), Ascoltavo al buio sulla radiosveglia grigia che si spengeva da sola dopo un po'. Poi ho preso l'abitudine di sentirla anche di pomeriggio, scanalando col radioregistratore e ascoltando di tutto: Radio Milano International (con Jerry Bruno e Leopardo), Radio Krishna Centrale (capace di ripetere i suoi mantra salmodiati per mezz'ore intere), Europa Radio (jazz e ancora jazz), Radio Meneghina (a tratti grottesca, spesso divertente), più tardi il rock di Radio Peter Flowers e infine Radio Popolare, scoperta anche quella di notte, grazie alle sue notturne, e mai più abbandonata (la prima volta che sono andato in onda avrò avuto sedici anni, ospite della notturna di Ettore e Dario).

Ma prima la radio l'ascoltavo e basta, l'ascoltavo tanto e l'ascoltavo con una cassetta vergine nel compattone pronta a registrare qualsiasi cosa lì per lì mi fosse piaciuta.
È su una di quelle cassette (che ho ancora, da qualche parte) che nel 1979 registrai la canzone con cui vi buonanotto oggi. Per anni (ma tanti) non ho saputo chi fossero i due che cantavano (anche perché quello sarebbe stato il loro ultimo album fatto assieme). Ora lo so: sono Checco Loy e Massimo Altomare.


Loy e Altomare – Non ci vo (da "Lago di Vico (m. 507)", 1979)




è il terzo brano di seguito che pubblico tratto dall'album di chiusura di un gruppo, vorrà dire qualcosa?

lunedì 4 ottobre 2010

letteratura induttiva, un prologo

Qualche anno fa. Sono all'ascolto di radio popolare, in onda c'è l'allora direttore massimo rebotti. Non ricordo di cosa si parla, lui è al telefono con qualcuno, non ricordo chi, il tono però è allegro e scanzonato. Questo qualcuno gli serve, involontariamente, una battuta (rebotti è persona con un senso dell'umorismo e dei tempi comici che gli  invidio), nello specifico gli è stata appena servita una battutaccia, di quelle un po' scontate.

Parlando di una segretaria di qualcuno di ricco e potente l'interlocutore si è espresso nei confronti di lei come di "una assistente personale a 360 gradi". È una palla servita fin troppo facile, la battuta a sfondo sessuale è pressoché ovvia, sta venendo in mente a tutti gli ascoltatori, è sicuro. Al che rebotti se ne esce brillantemente con un "mi sa che i gradi sono un po' meno". Punto.

Ero da solo in casa e ridevo come uno stupido. Lo so, voi la leggete così, raccontata da me, non vi pare un gran ché, ma qui contano i tempi comici, il tono e soprattutto il fatto che la battutaccia, rebotti non l'ha detta, lui ha dato un indizio, la battutaccia ce la siamo detta noi nelle nostre teste, il lavoro sporco lo abbiamo fatto noi, e a quel punto era irresistibile, abbiamo riso – un po' colpevolmente – non della maialata detta da rebotti, ma da quella pensata da noi... unendo la gioia del solutore enigmistico che ha risolto l'indovinello a quella del bambino discolo che ha pensato una sconcezza...

Non sto delirando, è andata proprio così. A sentire rebotti, quella volta, a casa sua, per conto suo, c'era anche un mio amico, che ebbe la mia stessa reazione. Ci telefonammo poi quel giorno per dirci quanto ci aveva fatto ridere rebotti e aveva funzionato per tutti e due nello stesso modo.

Che se rebotti si fosse spinto a replicare "mi sa che quella è un'assistente personale a... 90 gradi, non a 360" ci saremmo limitati a inarcare le labbra in un sorrisetto di sufficienza pensando "che sciocco 'sto rebotti!".

Il post vero, dopo.

domenica 8 ottobre 2006

l'invincibile sconfitto

Radio popolare l'ascolto (e apprezzo) sempre meno. Pace. Questa mattina sono stato piacevolmente sorpreso dalla messa in onda de La maglia nera un monologo di Matteo Caccia sulla carriera di ciclista di Luigi Malabrocca.

Siamo al Giro d'Italia del 1946, il giro della ricostruzione. Nell'Italia del dopoguerra la gente sogna grazie a Bartali, Coppi e alla radio e la gazzetta che raccontano le loro gesta.
Il giovane Luigi Malabrocca, di Trotona, detto il Cinese per via di due occhi un po' a mandorla, si ritrova ad essere il fanalino di coda del giro. Dopo poco scopre che dei tanti posti in classifica a cui può ambire, quello non è certo il peggiore. La sua famiglia non è ricca, lui fa il ciclista per mestiere e scopre che essere l'ultimo del giro, beh, può diventare un mestiere anche quello. La gente prova simpatia per lui, per la "maglia nera" (definizione inventata apposta, in opposizione alla maglia rosa che guida la classifica). Cominciano ad arrivare i regali, in natura, ma anche in contanti. A fine giro ha guadagnato di più con i "premi tappa" dei tifosi che non con l'ingaggio della squadra.
La sua carriera è segnata, non è che non abbia dei numeri, anzi il Cinese è un corridore forte e resistente, ma non può certo ambire alle vette del Giro d'Italia e la maglia nera rende sempre meglio. Nel 1947 a fine giro, come ultimo in classifica Malbrocca ha guadagnato più del terzo. Ma non è che basta arrivare ultimo, bisogna farlo bene. Bisogna non arrivate fuori tempo massimo che si verrebbe squalificati, bisogna concedersi alla stampa e mantenere la simpatia del pubblico. E Malbrocca lo sa fare.
Nel 1948 la sua squadra non partecipa al Giro d'Italia, ma l'anno successivo la storia della maglia nera arriva al suo culmine. Nel 1949 Malabrocca, per la prima volta, ha un antagonista.

Quell'anno il giro è più seguito che mai, la radio ha messo in pista il Giringiro, un varietà dopo corsa - scritto da Garinei e Giovannini e condotto da Mario Riva - che ha un grande successo. Gli autori del Giringiro capiscono quanta presa possa avere la maglia nera sul pubblico e la trasmissione contribuisce non poco ad aumentarne il mito (e il premio in denaro che arriverà a fine giro).
Quell'anno, all'ultimo momento, è stato chiamato a partecipare alla corsa Sante Carollo, un muratore vicentino di 25 anni che deve sostituire un campione infortunato. Carollo è un disastro, sin dalla prima tappa si fa staccare dal gruppo di ore. E mentre Carollo si dispera e si vergogna per la sua ultima posizione in classifica, Malabrocca comincia a preoccuparsi.
E fa bene. Carollo non ci mette molto a capire di trovarsi in una posizione che può fruttargli parecchio. Malabrocca corre ai ripari, le immagina tutte pur di rallentare, provoca o s'inventa forature, pedala al minimo accettabile, arriva perfino a infrattarsi per lasciar passare gli altri. Mentre in vetta alla classifica Bartali e Coppi si sfidano in velocità (vincerà Coppi) in coda Carollo e Malabrocca si sfidano in lentezza, con un confronto che arriverà ad appassionare i tifosi quasi quanto quello per la testa.
Il direttore del giro arriva a convocarli per richiamarli all'ordine, in una gara pensata per premiare il corridore più veloce d'Italia, tutta questa attenzione e simpatia per il più lento pare sconveniente. E poi i cronometristi non ne possono più. Troppe le ore di lavoro fatte in più per aspettare i due contendenti alla maglia nera. I cronometristi minacciano di scioperare. Il direttore vorrebbe che trovassero un accordo almeno per contenere i ritardi, Malabrocca di suo ci aveva anche già provato, ma Carollo tiene duro, sta vincendo (ossia perdendo) con un buon margine e sente di avere la maglia nera in pugno.
Quel giro finirà con un'epica tappa Novara-Milano, Carollo forte delle sue due ore e venti di vantaggio (ossia di svantaggio) su Malabrocca arriva col gruppo senza curarsi troppo del rivale, ma il Cinese sta per superare se stesso: copre i 40 chilometri della tappa in 3 ore e 16 minuti, cito dalla gazzetta: "approfittò di una foratura, entrò in un’osteria, accettò prima da bere, poi l’invito a casa di un tifoso che gli voleva mostrare una particolare attrezzatura per la pesca, infine si rimise in sella e pedalò al minimo. Un trionfo al contrario". Malabrocca recupera tutto il margine di Carollo e chiude il giro con un quarto d'ora in più dell'avversario. Ma la maglia nera non sarà comunque sua. I cronometristi infatti, estenuati dal suo ritardo, se ne sono andati a casa assegnandogli un tempo di fantasia che garantisce a Carollo una sconfitta (ossia una vittoria) con margine.
È l'ultimo giro per Luigi Malabrocca che lascia il ciclismo e si mette a fare il pescatore sul Ticino. È anche il primo e ultimo giro per Sante Carollo che lascia anche lui il ciclismo.

Ma la storia del Cinese non è finita qui. Passano due anni e Malabrocca si lascia convincere dall'amico giornalista Adriano Dezan a partecipare al primo campionato di ciclocampestre, una nuova disciplina che sembra fatta apposta per le doti atletiche dell'ex perdente professionista.
È il 1951: ultimo sulla strada, Luigi Malabrocca sarà il primo nel fango, diventando campione d'Italia di ciclocross e bissando il successo nel 1953.

Malabrocca è morto a 86 anni giusto una settima fa. La sua storia oltre che nello spettacolo di Matteo Caccia (che sarà in giro per teatri la prossima stagione) è raccontata nel libro Coppi, Bartali, Malabrocca e Carollo di Benito Mazzi. Qui e qui due recensioni (Avvenire e Stampa) del libro.
Qui il coccodrillo della gazzetta per la sua morte.
Qui la voce Wikipedia su di lui.