Sono in auto, c'è un traffico denso e lento, se continua così arriverò il ritardo alla prigione. Dopo la pausa di agosto abbiamo spostato di un'ora i nostri incontri esco di casa tardi e arrivo sempre al pelo. Il traffico alle due e mezza in luglio non è quello delle tre e mezza in settembre, ma questa cosa non mi vuole entrare in testa.
Sono fermo al semaforo in general cantore, sto per imboccare papiniano quando mi accorgo che non ho preso il tesserino. Tirando giù un paio di madonne svolto a sinistra e prendo la via di casa.
In prigione senza tesserino non entri. A chi sta ai cancelli non importa di sapere come ti chiami, chi sei o cosa ti porta lì, questo lo sa già il tesserino. Ha le dimensioni di un biglietto da visita, non è stampato, è una fotocopia in bianco e nero plastificata, dall'aria artigianale. Sopra c'è la mia faccia in fototessera e un codice a barre, non molto altro. E quel cazzo di tesserino, invece di essere nella tasca posteriore dei jeans che ho addosso, è nel frigorifero che sta in sala, quello rotto, dove tengo i documenti. Intanto il traffico si scatena.
Arrivo in prigione con mezz'ora buona di ritardo. Mi dispiace. Questo è il primo giorno che porto la mia macchina fotografica (ho recuperato ieri l'autorizzazione) e dobbiamo fare le foto per la seconda puntata della specie di fotoromanzo che stiamo facendo. Mi dispiace che avremo meno tempo per lavorare e mi dispiace per la detenuta, che sarà nell'atrio del femminile ad aspettarmi da chissà quanto (che lei è sempre lì prima).
L'agente di custodia mi apre e io ci metto un po' a capire che le cose non stanno come al solito. Sulle prime penso che sia perché sono arrivato in ritardo: la detenuta non è neanche lì ad aspettarmi, si sarà stufata. Poi capisco che invece c'è qualcosa che non va, l'agente è agitato, recuperare la detenuta sembra complesso. Alla fine lei arriva, come scusandosi del
suo ritardo.
Usciamo dal femminile e mentre attraversiamo il cortile che ci separa dal maschile mi spiega. Poco prima dell'ora del nostro appuntamento c'è stata una perquisizione a sorpresa (pare che in sartoria sia sparito un paio di forbici, di quelle lunghe) ora le detenute sono tutte nel cortile della "passeggiata" mentre gli agenti passano al setaccio le celle. Quindi non solo la
mia detenuta è in ritardo, ma non è potuta tornare in cella a prendere il libro su cui ruota la seconda puntata del nostro foto-fumetto. In altre parole: se al maschile non hanno una copia del libro mi sono fatto mezzo pomeriggio nel traffico per nulla.
Naturalmente al maschile una copia di quel libro non salta fuori. Nemmanco a pagarla. Si vede che oggi va così.
Senza il libro da fotografare vediamo di non buttare via del tutto l'incontro e col detenuto (che alla fine della fiera ci ha aspettato per tre quarti d'ora) discutiamo delle idee che gli son venute per la terza puntata. La terza procede bene: per la prima volta non ci sarà un semplice dialogo tra il personaggio-detenuto e la personaggia-detenuta e sarà molto più dinamica. Ci diciamo un paio di cose, capiamo che manca ancora una situazione comica, e bon. Dieci minuti di riunione in tutto.
Però poi parliamo d'altro: dei progressi che lui sta facendo nel disegno (che mica faremo un fotoromanzo per sempre, prima o poi passeremo ai disegni veri), di quello che ci piace leggere e guardare in tivù, dell'implausibilità delle fiction poliziesche italiane (e loro lo possono ben dire), dei rapporti con gli altri detenuti (più facili per lui, più difficili per lei, mi pare). Insomma, adesso il pomeriggio non mi sembra più così da buttare. Alla fine gli faccio comunque qualche foto, una specie di prova generale per quelle vere, rinviate di sette giorni.
Mentre rientriamo al femminile la detenuta si chiede se la perquisizione sarà finita e se potrà rientrare in cella e, soprattutto, spera che gli agenti non abbiano lasciato troppo casino tra le sue cose. Avvicinandosi, lentamente, all'edificio sentiamo gli schiamazzi delle altre. Se vengono da fuori vuol dire che la perquisizione è ancora in corso e che si stanno lamentando perché vogliono rientrare. Quando siamo sotto capiamo che no, vengono dal secondo piano, allora sono nelle celle, mi dice lei, si stanno lamentando del disordine.
Ci salutiamo sul portone blindato mentre l'agente la fa rientrare.
Ciao, a settimana prossima.
senza passare dal via (4)