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mercoledì 6 novembre 2013

parole dentro

Nella mia pluriennale frequentazione carceraria ho imparato che ci sono delle parole, soprattutto di burocratese carcerario, che esistono solo dentro le quattro mura della prigione.

Provo a metterle in fila nell'ordine in cui le ho imparate (ma magari qualcuna mi sfugge).

Sconsegna – È il permesso che consente al detenuto di uscire dal proprio reparto. Grazie a quel foglio, verde, in genere ripiegato e messo in una bustina trasparente di plastica appesa al collo con un cordino, il detenuto non è più "consegnato" al reparto e quindi può allontanarvisi.

Concellino – Compagno di cella. "Scusa ma sono le cinque, devo salire che, coi concellini, dobbiamo decidere la cena di stasera".

Permessante – Detenuto in permesso.

Liberante – Il detenuto nel giorno della sua uscita dal carcere. Scarcerato perché a fine pena o, più frequentemente, perché accede a misure alternative alla detenzione.

Giovedì scorso la mia detenuta era liberante.

A tutti gli effetti non esiste più una mia detenuta, da settimana scorsa c'è solo una mia amica.


senza passare dal via (21)

lunedì 28 gennaio 2013

ti denunzio

Mi si racconta che in questi giorni nel reparto femminile del mio carcere c'è un'aria più allegra del solito (magari anche nel maschile, ma con quello ho perso un po' i contatti) ed è merito di fabrizio corona e della sua minaccia di querelare chiunque scriva che, al momento dell'arresto, lui ha pianto.

Quella minaccia viene interpretata, dalle più, come una manifesta ammissione. E l'idea di un macho come lui che non solo piange all'arresto, ma poi non ha nemmeno le palle per ammetterlo suscita ilarità.

La detenuta mi dice: «sai, nessuna di noi ha pianto quando è stata arrestata o, se ha pianto, è perché al momento poteva essere comodo fare un po' di scena. In questi giorni capita spesso che una di noi, incrociando un'altra in corridoio, le punti contro un indice accusatore e, a muso duro, le dica "se ti azzardi a dire che quando sono stata arrestata ho pianto, ti querelo!" e poi giù tutte a ridere»



senza passare dal via (20)

domenica 9 dicembre 2012

il peso delle posate, il silenzio di milano


Le ho chiesto quali sono le cose che più l'hanno impressionata.
Non immaginavo quali potessero essere, ma pensavo che potessero essere piccole.
La prima lo era.

«È stato mentre mangiavamo la pizza. Ho cominciato, sovrappensiero, a tagliarla e mi sono stupita del peso delle posate. Quando mangi per cinque anni e mezzo con posate di plastica non ti ricordi quanto pesi una forchetta vera, quanto tagli un coltello vero, cosa provano le labbra mentre toccano il vetro del bicchiere».

Poi mi ha detto che c'è stato il silenzio, e questa non è che sia una cosa tanto piccola.
Se n'è accorta dopo qualche ora che era fuori. Milano non è che sia il deserto del gobi, un po' di rumore noi a milano lo facciamo. Magari non tantissimo, ma un po' sì.
Però se sei abituata ad avere tutto il giorno, tutti i giorni, il chiasso delle altre – le grida, le chiacchiere, le tv tenute alte – aumentato dal rimbombo del corridoio, dopo qualche ora che sei in giro per milano ti stupisci per quello che a te sembra solo silenzio.
I rumori sono più bassi, non rimbombano, sono nuovi.

«E poi mi sono anche vista in uno specchio tutta intera, da capo a piedi, è capitato per caso, ci sono passata davanti e mi sono vista. Intera, non mi vedevo dall'estate del 2007»

senza passare dal via (19)

lunedì 3 dicembre 2012

uscire di lì

Sono a colloquio con la detenuta, oggi non è facilissimo colloquiare perché le altre in corridoio stanno facendo un baccano infernale: applausi, grida… sono abbastanza fastidiose. La mia detenuta si alza e, prima di chiudere la porta della stanza, mette il naso fuori per capire che c'è.
Vede, si ricorda e sorride: "c'è una che sta per uscire".
Sorrido anch'io. Allora possono fare tutto il baccano che vogliono.

Il baccano, comunque, dura poco. Torniamo a parlare e parliamo di una cosa importante, lei mi sta dicendo che il lunedì dopo uscirà in permesso. Metterà piede fuori di galera per la prima volta da quando è stata arrestata cinque anni e mezzo fa. Uscirà col cappellano del carcere (nei primi permessi bisogna essere accompagnati da qualcuno: il cappellano, un volontario) e starà fuori una mezza giornata abbondante (avrebbe potuto anche di più, ma a una cert'ora il suo accompagnatore deve tornare in galera a dire messa).

Forse lunedì ci vedremo fuori di lì (e ovviamente sarà la prima volta, in tre anni e passa che ci si vede) sicuramente ci sentiremo per telefono (ché dobbiamo organizzare il suo secondo permesso, poco prima di natale, che quella volta sarò io la persona che la deve accompagnare) e anche sentire la sua voce al telefono sarà la prima volta che la sento (ecco, questa è una cosa strana: avere un'amica che conosci da più di tre anni e non aver mai sentito la sua voce al telefono).

Provo a immaginarmi come possa essere uscire per la prima volta, là fuori, dopo più di cinque anni in prigione. Non è facilissimo, perché prima dovrei essere capace di immaginarmi come sarebbe passare più di cinque anni in prigione, senza mai guidare la macchina, con una sola telefonata a settimana di dieci minuti massimo, senza internet, senza andare fuori a cena… mah…

E, anche se non è  facilissimo, io un po' ce la faccio a immaginarmelo. Ce la faccio nel senso che riesco a immaginarmi qualcosa, non che riesco a immaginarmi per davvero com'è, se sia vero mica lo so.

Però poi posso provare a chiederlo alla mia detenuta. Perché "il lunedì dopo in cui uscirà in permesso" è oggi e più tardi la sento di sicuro.

Forse la vedo pure.

senza passare dal via (18)

giovedì 19 luglio 2012

dentifricio


Sto portando alla mia detenuta una gigantografia di una foto di suo figlio da piccolo (nel frattempo lui è da poco andato a vivere con la sua nuova fidanzata, il tempo passa).
Mi preoccupo un po’ perché ai controlli all’entrata non sai mai. Cioè, in genere gli agenti non fanno questioni, fanno i loro controlli ragionevolmente, ma non puoi saperlo prima. Per dire, una volta non mi hanno permesso di entrare in prigione col piccolo telecomando del mio cancello di casa, che se ne stava tranquillo in borsa assieme alle chiavi della macchina, perché era una cosa “elettronica, come i telefonini” e i telefonini dentro è vietatissimo portarli.

Questa volta, invece, ho un rotolo lungo mezzo metro e passa con su la foto del faccione sorridente di un bimbo di un anno. Anche se è un oggetto palesemente innocuo, non si sa mai, magari è contrario al regolamento e di sicuro tutto dentro la mia borsa non ci sta, spunta fuori di parecchio e si vede, attirando l'attenzione.

Prima di uscire di casa mi leggo bene il permesso che ho (e che di solito non porto con me, perché per far entrare me in galera basta il tesserino) e tra le varie cose che mi autorizza a portare vedo che ci sono i poster. Che quella foto sia o meno da considerare un poster è opinabile, ma io a questo punto mi porto dietro il permesso e sono più tranquillo.

Arrivo in carcere e gli agenti al secondo posto di controllo (gli unici che si preoccupano di cosa porti dentro) sono in tutt’altre faccende affaccendati. Non mi degnano di uno sguardo. Potrei avere con me un sassofono, un poster o una giraffa, sarebbe uguale. A quelli del primo posto di controllo interessa solo che tu abbia un tesserino valido per entrare e a quelli del terzo interessa solo chi sei e che ci fai nel loro reparto, quindi è fatta!

Incontro la detenuta, oggi è un po’ giù (ché non è sempre facile essere su di tono, quando stai in galera) ed è una fortunata coincidenza che proprio qualche giorno prima mi sia arrivato per posta il tubo con dentro la sua gigantografia. Gliela do e lei è tutta contenta. Se la guarda, mi guarda e dice: “Ora vado su in camera, prendo il dentifricio e l’attacco”.
“Eh?!”
“Il dentifricio… Io le cose al muro le attacco col dentifricio: è resistente e quando le stacchi non restano i segni, i residui vengono via in un attimo senza lasciare alcuna traccia. È in questo modo che riesco a cambiare, spesso, aspetto alla mia cella senza rovinarne le pareti”.
“E ti regge anche un poster fotografico 60 x 90?!”
“Se è per questo il dentifricio mi regge anche una coperta di lana, sai quelle coperte africane, tutte colorate?”
“Sì… insomma, forse… diciamo di sì”
“Ecco, d’inverno la uso come coperta, mentre d’estate l’attacco al muro che mi fa allegria”
“Col dentifricio?”
“Certo”

Questa cosa dell’ingegno che in carcere bisogna, giocoforza, aguzzare (per esempio tenendosi i coperchi taglienti delle scatolette di tonno a strappo, per poi usarli come coltelli da cucina di fortuna, visto che di coltelli veri in galera, ovviamente, non te ne fanno tenere) a me ha sempre affascinato. Un paio di volte l'argomento che è saltato fuori pure qui. Magari varrebbe la pena di raccoglierle, in modo più organico, queste cose.

Mi pare fosse Thomas Mann che diceva che la creatività necessita di restrizioni.

Ah, il dentifricio deve essere quello bianco, mica quello verde coi microgranuli che uso io, ché altrimenti quella cosa che non lascia segni non è tanto vera.
senza passare dal via (17)

sabato 24 marzo 2012

oggi...

Arrivo al reparto femminile della prigione. Suono il campanello. Mi apre il portone un secondino giovane, mai visto prima. Faccia un po' da randa.

Mi guarda con un'espressione come a dire "chi cazzo sei? che cazzo ci fai qui?". Tiene il portone socchiuso, non mi fa entrare subito e con tono da "chi cazzo sei? che cazzo ci fai qui?" mi chiede: – “chi sei? dove devi andare?".
In due anni e mezzo mai un agente mi ha dato del tu.

Io, un po' stupito gli rispondo cortesemente (sempre essere cortesi con gli agenti, è la prima cosa che mi hanno insegnato frequentando la galera): – "Andrea Pasini, articolo 17, devo andare nella redazione del giornale del carcere". E lui, sempre con aria ed espressione alla "chi cazzo sei? che cazzo ci fai qui?", mi chiede: – "e la sconsegna dov'è?"

Ora è tutto chiaro. La sconsegna è il permesso che autorizza i detenuti a muoversi tra i reparti. Il giovanotto mi ha creduto un carcerato e: o non sa cosa sia un "articolo 17" (ossia un libero cittadino che entra in galera da volontario) e questo mi pare improbabile oppure, essendosi convinto che sono un detenuto, non è neanche stato a sentire bene cosa gli ho detto.

Sempre con gentilezza tiro fuori il tesserino che certifica il mio status, dicendo: – "non ho la sconsegna, ho questo". Mi fa entrare. La sua collega in guardiola sa bene chi sono e non ho neanche bisogno di dire con chi mi devo vedere. Prende su il telefono e fa mandar giù la mia detenuta.

Settimana scorsa due detenute parlando tra loro di me, a un metro da me, come se non fossi stato lì o non capissi l'italiano, si sono dette che probabilmente ero un prete. Oggi mi han preso per un galeotto.

Son proprio curioso di sapere settimana prossima per chi mi scambiano (un agente non è possibile, io vesto molto più casual).

senza passare dal via (16)

martedì 24 maggio 2011

actors studio

Sono in galera, alla guardiola del secondo reparto, sto aspettando che scenda un detenuto con cui devo discutere di alcune sue vignette che, forse, sostituiranno nel giornale del carcere il fumetto/fotorimanzo che, un tempo, facevano i miei detenuto e detenuta.

L'agente di guardia sta chiacchierando con la tipa che, dentro il carcere, è responsabile del teatro e che, pure lei, sta aspettando che scenda uno dei carcerati con cui lavora. In quel mentre arriva dalle celle uno sui trent'anni, biondo, magro, dall'aria simpatica. Al che l'agente, sbotta con aria ridanciana indicandolo.

agente – Lui! Lui può fare teatro!
detenuto (schermendosi) – Ma se non sono capace!...
agente (facendo lo spiritoso) – Ma se coi carabinieri hai recitato benissimo!
detenuto (ironico) – Sì, sì... certo. Così bene che mi hanno dato 13 anni!
risate

Dopo, rimanendo in tema, la tipa del teatro racconta un altro scambio di battute (questa volta serio) che aveva avuto con un aspirante attore per la sua compagnia di detenuti.

lei – Hai mai recitato prima?
lui – No... cioè... sì... ma solo davanti al giudice.


senza passare dal via (15)

sabato 8 gennaio 2011

è che non la sai...

Me ne sto seduto lì e me la sto pure un po' tirando da letterato (questo succedeva oggi, in galera).

Sto dicendo alla detenuta che, secondo me, deve proprio scriverlo quel suo libro autobiografico (o meglio riscriverlo, perché c'è già una prima stesura che però va cambiata parecchio) e, visto che la so lunga, le sto pure spiegando (io a lei) perché il suo libro sarebbe così utile e così unico.

Insomma, sono ganzissimo.

Poi però comincio quella maledetta frase...

– perché sai, lucrezia, a differenza di te, qui in carcere, in genere, ci sono o persone provenienti da ambienti criminali, o persone "normali" che hanno delin...

– insomma, dicevo, gente che per una sola volta nella vita ha delinqu... del... 

– ...

– andrea, scusa, cosa stai cercando di dire?

– che in genere o si è stati più volte in carcere, perché si è delinquenti abituali, oppure...

– ...

– oppure?...

– oppure, se non provieni da quel mondo, in carcere magari ci finisci lo stesso, ma una volta e basta perché, solo in quell'occasione lì, è capitato che hai delinqu...

– delin...  ehm...

– eh?!

– lucrezia, scusa, ma il participio passato di delinquere, com'è?...

– "delinquto" a te suona giusto? a me mica tanto...


Ecco. Uno ci mette più di un anno a farsi passare per uno che la sa, con quella donna lì, e poi casca, rovinosamente, sul participio passato di delinquere.

Altro che ganzissimo!

Fortuna che neanche lei la sapeva (ma c'è da dire che io sono madre lingua italiano, lei no!)
Poi me ne sono venuto a casa e mi sono avventato sul repertorio delle forme verbali flesse della Zanichelli e lì ho avuto la conferma di quanto, ormai, mi ero già figurato da me: "delinquere [...] usato solo nel pres. indic.; nel part. pres.; all'infinito" poi però, non pago, ho guardato sul Devoto-Oli e lì ho scoperto che esiste una forma, arcaica, di participio passato che, per altro, è "delinquito".

E sarebbe bastato dire "gente che ha commesso un reato""infranto la legge", o finanche "fatto una stronzata". Sigh!

E comunque la mia detenuta non si chiama per davvero lucrezia, lucrezia è uno pseudonimo, che non saprò coniugare i verbi, ma altri scamotaggi da letterato, come usare gli pseudonimi, sono capacissimo.


senza passare dal via (14)

domenica 21 novembre 2010

perché non chiedo

Era già passato qualche mese da quando avevo cominciato ad andare in galera, tutte le settimane, per dare una mano a due detenuti (in realtà un detenuto e una detenuta) a fare una specie di fumetto (in realtà una specie di fotoromanzo) e, ancora, quando qualcuno a cui lo raccontavo mi chiedeva "che cosa hanno fatto?" oppure "perché sono in carcere?" io dovevo rispondere "non lo so, non gliel'ho chiesto". È curioso come tutti, o quasi, quando lo racconto per prima cosa mi chiedano "che cosa hanno fatto?".

Una mia amica, per un po', ha insegnato disegno in un carcere di massima sicurezza (terroristi assortiti, rossi e neri, mafiosi...) e, prima di cominciare il corso, non aveva voluto sapere il motivo per cui i suoi alunni erano lì. Lei temeva che certi suoi pregiudizi le avrebbero impedito di trattarli tutti nella stessa maniera e visto che lei voleva davvero trattarli tutti nella stessa maniera aveva preferito non sapere.
Per me non era così, è che a me proprio non sembrava tanto importante conoscere per quale crimine i miei co-autori stavano scontando una pena.

D'altronde anche a voler chiedere bisogna ragionare bene su cosa chiedere. Prendo come esempio una persona di cui conosco la storia (perché dopo un anno e passa che vado in galera un po' di storie le ho sapute, ma solo perché mi sono state raccontate, senza che io domandassi).

Chiedendole "come mai sei in galera?" quella persona potrebbe rispondere "perché una poveraccia che ospitavo in casa mi ha consegnato alla polizia", direbbe la verità e non avrebbe soddisfatto granché la mia curiosità. Chiedendole "per cosa sei stata condannata?" potrebbe rispondere "per tentata rapina e tentato omicidio" direbbe la verità, ma la risposta sarebbe molto parziale e pure fuorviante, perché chiedendole "che cosa hai fatto?" potrebbe rispondere "nulla che abbia rilevanza penale" e, anche in questo caso, direbbe la verità (visto che, nello specifico, la tentata rapina c'è stata, il tentato omicidio no, e quella persona - in ogni caso - non era complice del tentato rapinatore come invece il giudice ha ritenuto). Insomma, uno dei motivi per cui non chiedo e che – per poter farsi davvero un'idea – non basta fare una domanda e ricevere una risposta.

E questa è stata la ragione per cui, sin dall'inizio, non ho chiesto.

Poi, col tempo, cominciando a sapere qualcuna delle storie dei detenuti che stanno nel mio carcere, ho capito un'altra cosa: nessuna delle loro storie è divertente (sì, lo so, detta così è una cazzata, la ridico) nessuna delle loro storie è così interessante da essere, in sé, più interessante che triste o più interessante che dolorosa. Quindi, quando adesso mi capita di conoscere qualche nuovo detenuto (o detenuta) molto più di prima non mi viene da chiedere "come mai sei qui?"

Meglio conoscere chi ho davanti adesso, ignorando la sua storia, e se poi si stabilisce un rapporto, a quel punto, sarò anche disposto ad ascoltarla quella storia. Che, a quel punto, se già ti conosco e ti stimo, o anche solo mi sei simpatico, allora è facile che sia più interessato che intristito da quello che mi racconterai.



E poi resta il fatto che se a uno che sta in galera, per prima cosa, tu che vieni da fuori, gli chiedi "perché sei qui?",  io ho l'impressione che quello si senta visto prima come detenuto e poi come persona. E, visto che il mio compito è fare fumetti e non far sentire la gente detenuti, io non chiedo.


senza passare dal via (13)

mercoledì 10 novembre 2010

ancora lì

Io e la detenuta andiamo verso l'atrio della sezione femminile della prigione. Il nostro incontro è finito e io devo uscire. Come a volte succede all'entrata non c'è nessuno. Il personale carcerario è così ridotto che le agenti di custodia sono quasi sempre sotto organico. Per uscire mi tocca aspettare, ché il pesante portone in ferro è, naturalmente, chiuso. La detenuta aspetta con me, in piedi, nell'atrio.
La guardo e le dico "se hai altro da fare, su in cella, vai pure... non c'è bisogno che aspetti con me".
Lei mi lancia un'occhiata furbetta e mi fa "guarda, il mio fine pena è per il 2016, se anche aspetto qualche minuto qui non mi succede nulla di male".
Ridacchio. La battuta è carina: detta con tono serio e faccia che dichiara lo scherzo. Cerco di risponderle a tono, ma non mi viene subito la cosa giusta da dire. In quel mentre arriva la secondina.

La secondina è una ragazza molto giovane, bassotta, molto carina, dall'aria simpatica. Arriva veloce, che la guardiola è sguarnita chissà da quanto, ci viene vicino e si ferma di botto, ha la grossa chiave d'ottone del portone in mano.
Guarda me, guarda la detenuta e poi tutta sorridente chiede "chi dei due deve uscire?" e lei e la detenuta si mettono a ridere.

Il carcere del buonumore.

(mica sempre è così, però)



Io quest'anno sono stato in galera quasi tutte le settimane, ma per vari motivi non era più cosa di parlarne. Ci sono stati molti cambiamenti. Magari prima o poi qualcosa si vedrà anche qui, su 403, lo spero.


senza passare dal via (12)

giovedì 31 dicembre 2009

alla vostra, alla nostra...

Nel mio carcere non si possono bere alcolici. Prima c'erano dei reparti in cui si poteva (nel senso che i detenuti, nella spesina, potevano ordinare una certa quantità di vino o birra) e dei reparti dove non si poteva (che sono quelli coi detenuti un po' più "malamente", che se poi fanno i bravi possono sperare di essere trasferiti negli altri reparti, quelli a regime più leggero). Poi però alcuni detenuti si ubriacavano e facevano a botte e allora la direzione ha tolto gli alcolici da tutte le spesine.

Al mio detenuto la birra quando mangia la pizza gli manca un po' e la detenuta sarebbe una che un bicchiere di vino ogni tanto le farebbe pure piacere. Ma insomma, anche in galera capita che siano in molti a rimetterci per colpa di qualcuno. E quindi niente alcolici per tutti. Buoni e cattivi.

Visto però che la necessità aguzza l'ingeno, al femminile è poi capitato che "le sudamericane" (ve la racconto come l'hanno raccontata a me) hanno cominciato a fare "il vino" mettendo del lievito di birra nel succo di frutta e facendolo fermentare di nascosto dalle guardie. Per un po' ha funzionato. Poi però qualche sudamericana si è ubriacata, ha fatto a botte e allora si è fatta sgamare e la direzione ha pure tolto il lievito di birra dalle spesine. Solo per un po' però, poi l'ha rimesso. Di rimettere birra e vino non se ne parla neanche.

A natale e a capodanno, però, i carcerati possono, in via del tutto straordinaria, ordinare una bottiglia piccina di spumante. Quelle di natale sono già andate, le altre verranno stappate stasera.

Stanotte, a mezzanotte, capita che brinderò con alcuni dei miei affetti più cari e - idealmente - brinderò pure coi miei due detenuti, immaginandoli mentre cominciano il loro anno, eccezionalemente, con una sorsata di vino.

E brinderò pure alla vostra (che mi sa che stanotte di brindisi ce ne sarà abbastanza) di voi che leggete quello che scrivo qui, di quando in quando.

Buon 2010!
(io penso lo sarà)
senza passare dal via (11)






(questa serie di post su quello che vedo e mi capita quando vado in galera prende il nome dal gioco del Monòpoli, dove ci sono due modi di andare in prigione: come visitatore oppure "senza passare dal via", e in quel caso ci resti per un po'... io era una vita che non giocavo a monopoli,
ieri ci ho rigiocato, e - nonostante fossi stato strafavorito dalla sorte - ho preso una legnata memorabile. Strategia del tutto errata. Se ci avessi rigiocato mesi fa e allora avessi preso quella legnata lì, mica lo so se questa serie l'avrei intitolata così... che adesso il monopoli mi fa un po' antipatia... non lo so... be', ancora auguri)

giovedì 10 dicembre 2009

ultime dal carcere

Io tutte le settimane vado in una prigione a fare una specie di fumetto/fotoromanzo assieme a due detenuti: un detenuto e una detenuta.

L'altro giorno al femminile c'è stata un'ispezione a sorpresa anti-droga, la detenuta era tutta contenta.

È che lei ama molto gli animali e uno dei cani dell'unità cinofila è stato un po' con lei a farsi fare le coccole. In galera per chi ama gli animali non è facile, che mica ti fanno tenere chessò un gatto. Un cane poi neanche a pensarci, com'è che faresti a portarlo fuori a fare pipì che tu puoi uscire solo se c'è con te un agente? (e lì le guardie, poracce, sono sotto organico, che a volte non ce n'è neanche per portare i detenuti dal dottore, figuriamoci pisciare il cane).

Lei una volta ha allevato in cella una cucciolata di lumachine (ed erano tante, eh) ma poi le ha liberate.

Il mio detenuto, invece, è stato intervistato da canale 5, per matrix.

È andata in onda un paio di giorni fa. Lui non era neanche tanto dispiaciuto però mi ha detto che quello che ha detto lui, quelli lo hanno tagliato e montato in modo da fargli dire un po' quello che volevano loro (tipo che lui dalla galera non vuole uscire).
Ridendo ha commentato che non è giusto, che così poi rischia che sui giornalisti finirà col dire quello che dice sempre Berlusconi.




Intanto stiamo ingegnandoci per capire se e come i miei due detenuti possono scrivere su 'sto blog, vi tengo informati.


senza passare dal via (10)


martedì 24 novembre 2009

trova le differenze

È da quasi cinque mesi che frequento questo carcere. L'idea è di dare una mano a due detenuti (un detenuto e una detenuta) nel realizzare un fumetto/fotoromanzo per il giornale della prigione.

Che differenze ci sono tra il far parte di un gruppo di lavoro qualsiasi e il lavorare con due che stanno in galera? A me capita spesso di scrivere in collaborazione con altri e quindi ho una certa esperienza. Di differenze io, finora, ne ho trovate due.




La prima è la più complicata da gestire: lavori con persone che non puoi contattare.
Perché non è che a uno che sta in carcere gli puoi mandare una mail o un sms, né gli puoi telefonare (e non puoi neanche telefonare agli agenti e lasciar detto). Insomma, se hai qualcosa da dirgli gliela devi dire di persona quando vai lì. Punto.
Tutto ciò ha due conseguenze: il lavoro procede più lentamente (molto più lentamente) e gestire gli imprevisti è problematico (abbastanza problematico). Per esempio disdire un incontro con meno di una settimana di anticipo sarebbe un vero casino. Fino a oggi non è mai capitato, incrocio le dita e confido nella mia proverbiale buona salute e in quella (già meno proverbiale) della mia automobile.

La seconda è che con loro non puoi parlare dei dintorni di dove vivono.
L'altro giorno mi è capitata una cosa buffa andando lì, una faccenda che ha a che fare con cartelli di divieto di transito e vie falsamente a fondo cieco, una roba che è divertente solo per chi conosce le strade in questione e quindi non starò qui a raccontarvela. E però non l'ho raccontata neanche a loro. Insomma ti capita questa cosa nella stradina che porta al carcere, parcheggi l'auto ridacchiando, passi i controlli che sei ancora di buon'umore, arrivi in riunione e normalmente diresti ai colleghi "lo sapete cosa mi è successo nella viuzza qui dietro?" ma non lo fai, perché hai come l'impressione che ti risponderebbero "quale viuzza, scusa?".
Non è un grosso problema, lo ammetto, però, per dire, sono mesi che vado in quel posto e ancora non ho capito come arrivarci con la tangenziale (ci arrivo solo via città) e una domanda tipo "ma per venire da voi che strada mi conviene fare?" parrebbe stupido fagliela.

Ecco, per ora mi pare che altre differenze non ce ne siano. Se ne scopro ancora ve le racconto.

Ah, settimana scorsa in galera sono successe due cose: la prima è che i pocket coffee e i mon chéri sono tornati nel catalogo delle spesine, bene così. La seconda è che ho detto ai miei detenuti dell'esistenza di questa serie di post. Adesso li stampo tutti e la prossima volta glieli porto da leggere, non senza una certa trepidazione.

senza passare dal via (9)

giovedì 5 novembre 2009

di ombrelli e chiavi di casa

È una giornata piovosa di settembre, sono al portone del femminile e attendo che l'agente di custodia mi apra. Entro. La detenuta è già lì che mi aspetta, ora dobbiamo andare insieme di là, in redazione al quarto maschile. Però l'agente di custodia ci ferma, l'usuale operazione di registrare i nostri nomi in uscita, questione che ha sempre preso poche decine di secondi, questa volta pare necessitare di minuti e minuti. L'agente controlla chissà quali circolari, si rilegge la sconsegna della detenuta (cioè il pezzetto di carta che l'autorizza a uscire dal reparto senza la presenza di una guardia). Questo agente non ha mai avuto una faccia cordiale ma oggi ha proprio un'espressione come un po' da stronzo e ho l'impressione che perda tempo a bella posta.
Finalmente ci dà il permesso di uscire e ci riapre il pesante portone blindato, usciamo e subito, a commento di quello che è successo, la detenuta mi dice che in quella settimana lei è in lite con gli agenti. Dice che durante una perquisizione in cella le hanno pretestuosamente sequesrtato i colori con cui dipinge e da allora lei sta facendo casino e qualcuno di loro le fa dispetti.

Per fortuna ha smesso di piovere e nel tratto all'aperto tra il femminile e il maschile non devo tirar fuori l'ombrellino che (non senza qualche dubbio) mi sono portato dietro. Il fatto è che quello che so io delle carceri (e del sistema giudiziario più in generale) è molto più legato ai film americani che non alla nostra legislazione (a proposito, lo sapete che in Italia a un giudice non si dice "vostro onore", vero?) e quindi non sapevo se in galera un esterno come me può portare dentro un ombrello. Perché in una prigione USA secondo me un ombrello non te lo fanno mica portare. Che poi, probabilmente, cambia anche da carcere a carcere, comunque di differenze tra i penitenziari USA e il mio carcere, per fortuna, ce ne sono parecchie. Da quello che so, nelle prigioni statunitensi non si possono tenere neanche dei cd musicali, che una volta spezzati possono risultare taglienti. Nel mio carcere invece non solo ci sono i cd e i dvd, ma si possono tenere addirittura delle scatolette del tonno, che poi i coperchi (che lo so bene io quanto tagliano) una volta ripuliti, possono essere usati come rudimentali coltelli da cucina, visto che i coltelli veri sono – comprensibilmente – proibiti. Insomma alla fine per l'ombrello non mi hanno fatto storie. E poi, per fortuna, neanche piove.

La sessione di lavoro va bene. Mettiamo a punto i testi della puntata, poi stiamo un po' a chiacchiera e infine ci si saluta. Quindi riaccompagno la detenuta.

Quando siamo a pochi metri dal portone del femminile, nella finestrella del quale già intravedo l'agente che prima ha fatto un po' lo stronzo, la detenuta fa un gesto molto normale e molto strano allo stesso tempo. Mette una mano nella borsina dove tiene il quaderno, il tabacco e le cartine per prendere le chiavi di casa.

Se ne accorge e, ridendo, me lo dice. E io penso che in fondo è naturale: sta per rientrare a casa, c'è il portone chiuso e quindi cerca le chiavi. Peccato che alle detenute le chiavi della prigione non le lascino tenere. Neanche in un carcere avanzato come il nostro.
Mentre ancora ridacchia per questo "lapsus" io penso anche che quello mi sembra comunque un buon segno di come si sta vivendo lei la prigione, e glielo dico. E poi le dico un'altra cosa: "comunque tu non hai bisogno delle chiavi, visto che hai un portiere a tua disposizione" e proprio in quel mentre l'agente di prima ci apre il portone e ci fa entrare.

Se non abbiamo nulla di particolare da dirci, a volte, saluto la detenuta sulla porta. Ma questa volta entro apposta nell'atrio e la saluto con calma, così l'agente deve rimanere ad aspettare sul portone che io me ne vada, per poi richiudere, proprio come se la detenuta fosse a casa sua e lui fosse l'usciere di un residence.

Che si crede? Di essere l'unico capace di ripicche piccine?
Esco sorridendo.


senza passare dal via (8)

mercoledì 28 ottobre 2009

con il cioccolato più slancio ti dà...

La questione di offrir cose, in carcere, mi pare abbia una certa rilevanza. Devo ancora capirla bene, ma il caffè (già zuccherato) portato nel termos, la sigaretta offerta, la caramella, credo abbiano più peso dentro che fuori. Non so se è perché lì dentro si ha molto meno di quello che si ha fuori – meno soldi, che anche chi lavora non guadagna mica tanto, e meno in termini di scelta – non lo so, devo ancora capirla bene.

Io a riguardo non do molta soddisfazione, che fumare non fumo ma in compenso neanche bevo il caffè. Allora la detenuta porta apposta le pastiglie leone da offrirmi e, in queste ultime volte che si lavora da lei al femminile, mi fa trovare acqua e orzata, oppure oggi acqua e menta.

E allora questa volta ho portato una confezione di pocket coffee (che non è stato facile, visto che nessuno dei supermercarti che frequento li tiene). Grande successo.
Perché io neanche lo sapevo, ma i pocket coffee e i mon chéri nel mio carcere sono appena andati "fuori catalogo", nel senso che prima i detenuti li potevano ordinare (all'interno del limitato elenco delle cose che possono ordinare facendo la spesa) ora non più, ora solo ferrero rocher e i raffaello, quelli al cocco (decisione a mio avviso opinabile).

Oggi abbiamo lavorato molto poco e chiacchierato un po' dei fatti nostri. Soprattutto di questioni sentimentali. La chicca della giornata penso sia questa affermazione del detenuto: "a me le donne fanno più paura delle armi" che detto da uno che una volta gli hanno sparato non mi pare male.

Io ci ho pensato un po' e poi ho deciso che no, a me fanno più paura le armi (ma forse è solo ignoranza, che io con le armi non ci ho mai avuto a che fare).


senza passare dal via (7)

caramelle all'anice

Sono nella redazione del giornale del carcere. Sto a chiacchiera con la detenuta, il detenuto e un altro detenuto che, forse, è il caporedattore (ancora non mi oriento benissimo).

Arriva la mia amica (quella che mi ha chiesto di collaborare al giornale) e mette sul tavolo, per offrircele, una bella manciata di caramelle assortite, di tutti i colori. Faccio appena a tempo a prenderne una che tutte quelle azzurre sono sparite. In un batter di ciglia non è rimasta neanche una caramella all'anice.

Alla detenuta l'anice non piace, lei ne ha presa una sola e ai frutti di bosco, è chiaro che la decina e passa di caramelle all'anice se la sono intascata gli altri due. La mia amica e la detenuta ci scherzano sopra ed è chiaro che c'è qualcosa che io non so. Perché le caramelle all'anice sono così preziose?


Me lo spiegano. È che vengono messe nel caffè per farlo diventare caffè all'anice. Un piccolo lusso.

Ho imparato un'altra cosa: in carcere una caramella all'anice vale di più di una caramella ai frutti di bosco (ma non per la mia detenuta).
senza passare dal via (6)

giovedì 15 ottobre 2009

tiziano ferro

Ieri nel mio carcere c'è stato tutto il giorno il cantante Tiziano Ferro che era lì a girare un video. Ancora oggi era l'argomento del giorno. Nella nostra solita camminata di rientro al femminile chiedo alla detenuta com'è andata e lei – col suo solito ironico distacco – mi dice che al femminile c'era proprio un gran subbuglio e molte delle donne lì erano agitatissime.

"Molto più le agenti delle detenute" aggiunge con un sorrissetto giusto un filo maligno...






senza passare dal via (5)

giovedì 1 ottobre 2009

girando a vuoto

Sono in auto, c'è un traffico denso e lento, se continua così arriverò il ritardo alla prigione. Dopo la pausa di agosto abbiamo spostato di un'ora i nostri incontri esco di casa tardi e arrivo sempre al pelo. Il traffico alle due e mezza in luglio non è quello delle tre e mezza in settembre, ma questa cosa non mi vuole entrare in testa.
Sono fermo al semaforo in general cantore, sto per imboccare papiniano quando mi accorgo che non ho preso il tesserino. Tirando giù un paio di madonne svolto a sinistra e prendo la via di casa.

In prigione senza tesserino non entri. A chi sta ai cancelli non importa di sapere come ti chiami, chi sei o cosa ti porta lì, questo lo sa già il tesserino. Ha le dimensioni di un biglietto da visita, non è stampato, è una fotocopia in bianco e nero plastificata, dall'aria artigianale. Sopra c'è la mia faccia in fototessera e un codice a barre, non molto altro. E quel cazzo di tesserino, invece di essere nella tasca posteriore dei jeans che ho addosso, è nel frigorifero che sta in sala, quello rotto, dove tengo i documenti. Intanto il traffico si scatena.

Arrivo in prigione con mezz'ora buona di ritardo. Mi dispiace. Questo è il primo giorno che porto la mia macchina fotografica (ho recuperato ieri l'autorizzazione) e dobbiamo fare le foto per la seconda puntata della specie di fotoromanzo che stiamo facendo. Mi dispiace che avremo meno tempo per lavorare e mi dispiace per la detenuta, che sarà nell'atrio del femminile ad aspettarmi da chissà quanto (che lei è sempre lì prima).
L'agente di custodia mi apre e io ci metto un po' a capire che le cose non stanno come al solito. Sulle prime penso che sia perché sono arrivato in ritardo: la detenuta non è neanche lì ad aspettarmi, si sarà stufata. Poi capisco che invece c'è qualcosa che non va, l'agente è agitato, recuperare la detenuta sembra complesso. Alla fine lei arriva, come scusandosi del suo ritardo.

Usciamo dal femminile e mentre attraversiamo il cortile che ci separa dal maschile mi spiega. Poco prima dell'ora del nostro appuntamento c'è stata una perquisizione a sorpresa (pare che in sartoria sia sparito un paio di forbici, di quelle lunghe) ora le detenute sono tutte nel cortile della "passeggiata" mentre gli agenti passano al setaccio le celle. Quindi non solo la mia detenuta è in ritardo, ma non è potuta tornare in cella a prendere il libro su cui ruota la seconda puntata del nostro foto-fumetto. In altre parole: se al maschile non hanno una copia del libro mi sono fatto mezzo pomeriggio nel traffico per nulla.

Naturalmente al maschile una copia di quel libro non salta fuori. Nemmanco a pagarla. Si vede che oggi va così.

Senza il libro da fotografare vediamo di non buttare via del tutto l'incontro e col detenuto (che alla fine della fiera ci ha aspettato per tre quarti d'ora) discutiamo delle idee che gli son venute per la terza puntata. La terza procede bene: per la prima volta non ci sarà un semplice dialogo tra il personaggio-detenuto e la personaggia-detenuta e sarà molto più dinamica. Ci diciamo un paio di cose, capiamo che manca ancora una situazione comica, e bon. Dieci minuti di riunione in tutto.
Però poi parliamo d'altro: dei progressi che lui sta facendo nel disegno (che mica faremo un fotoromanzo per sempre, prima o poi passeremo ai disegni veri), di quello che ci piace leggere e guardare in tivù, dell'implausibilità delle fiction poliziesche italiane (e loro lo possono ben dire), dei rapporti con gli altri detenuti (più facili per lui, più difficili per lei, mi pare). Insomma, adesso il pomeriggio non mi sembra più così da buttare. Alla fine gli faccio comunque qualche foto, una specie di prova generale per quelle vere, rinviate di sette giorni.

Mentre rientriamo al femminile la detenuta si chiede se la perquisizione sarà finita e se potrà rientrare in cella e, soprattutto, spera che gli agenti non abbiano lasciato troppo casino tra le sue cose. Avvicinandosi, lentamente, all'edificio sentiamo gli schiamazzi delle altre. Se vengono da fuori vuol dire che la perquisizione è ancora in corso e che si stanno lamentando perché vogliono rientrare. Quando siamo sotto capiamo che no, vengono dal secondo piano, allora sono nelle celle, mi dice lei, si stanno lamentando del disordine.

Ci salutiamo sul portone blindato mentre l'agente la fa rientrare.
Ciao, a settimana prossima.

senza passare dal via (4)

mercoledì 2 settembre 2009

senza passare dal via (3)

Chiacchiero col detenuto del lavoro che, ormai da qualche anno, svolge all'interno della prigione. Nell'area del carcere infatti c'è un capannone e in questo capannone c'è un call center, lui lavora lì.
Mi parla delle cose buffe che gli succedono ("servizio 1254 elenco abbonati..." "pronto vorrei sapere se Tal Dei Tali c'è ancora?" "In che senso signora? vuole sapere se esiste un'utenza telefonica a nome di Tal Dei Tali?" "no voglio sapere se Tal Dei Tali è ancora vivo oppure se è morto, per favore me lo dice?"), mi parla del caldo insopportabile che si patisce nel capannone e poi mi dice quante ore fa alla settimana e quanto guadagna al mese. È una miseria. Un'autentica miseria.

E allora io parto a rimuginare che non è giusto che, per il solo fatto che uno è carcerato, ci sia qualcun altro che possa approfittarsene così. Che se uno lavora in un carcere dovrebbe avere il diritto di essere pagato come quelli che lavorano fuori dal carcere. Che altrimenti siamo ai lavori forzati, mica solo in un carcere...

Mi scappa detto solo che mi sembra proprio poco e allora lui si mette lì a spiegarmi quanti centesimi piglia a chiamata e cose così. E allora io capisco che lui non è pagato così poco perché è carcerato, lui è pagato così poco perché lavora in un call center, punto. Insomma l'eguaglianza è salva (altri valori un po' meno, forse).

Comunque la seconda puntata mi pare che possa funzionare, e nei confronti del libro e del lavoro della direttrice direi che, tra le righe, viene fuori un senso di affettuosa approvazione. Fin qui tutto bene, quindi.

lunedì 31 agosto 2009

senza passare dal via (2)

Finalmente riprende tutto. Riprende il lavoro (e a me l'idea di tornare tutti i giorni in ufficio mi mette di buon umore, che vi devo dire?) ma soprattutto questa settimana tornerò in galera dopo un mese di stacco. E non vedo l'ora. Tutto ciò secondo me dice tre cose:

1. che, in fondo, sono una brava persona
2. che in fondo e in superficie, sono una strana persona
3. che se l'ufficio e la galera mi paiono un traguardo agognato, questo agosto mica deve essermi girato poi tanto bene.

Comunque in galera dovremo metterci subito a lavorare sodo per fare la seconda puntata di quella specie di fotoromanzo che stiamo facendo. La prima è andata via liscia, ma è con la seconda che si capirà se la cosa funziona o meno. In più questa volta si parlerà di un libro sulle carceri che ha scritto la direttrice del carcere medesimo, e non ho idea i due autori come vogliano affrontare la cosa (un po' confido e un po' temo l'umorismo cattivo della detenuta). Per di più non ho capito se e quanto i due autori sono riusciti a parlarsi (perché uno è un autore ma l'altra è, in effetti, un'autrice e questo vuol dire che sono in due edifici separati e se non ci sono io a fare da chaperon, accompagnando lei da lui, questi neanche posso comunicare e riescono a vedersi solo alle riunioni di redazione congiunte del giornale del carcere, e ignoro se in agosto ce ne siano state, di riunioni).

Quando ho capito che il nostro compito era di produrre una pagina ogni due mesi mi è sembrata una cosa da nulla, probabilmente quando tutto sarà oliato, forse, la sarà pure. Al momento qualche preoccupazione per la seconda puntata io ce l'ho.

Ciò non di meno non vedo l'ora di passare quei cancelli.