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mercoledì 3 agosto 2011

l'ultima parola

Parlo con un'amica di una scena, della sceneggiatura che sto scrivendo, che dovrei chiudere entro sera. Diabolik ed Eva Kant scappano per i boschi inseguiti da tre mafiosi con moto da cross.
Ma è già pomeriggio tardo, io poi sarò fuori a cena e la voglia di lavorare quest'estate spesso latita. L'amica è dubbiosa che io possa farcela.

Io, fiducioso, ribatto: "non è detta l'ultima parola!".

Poi, invece di mettermi lì a scrivere la fuga (che tanto manca poco all'ora di uscire) mi lascio rapire dall'idea di "ultima parola" e a quel punto non posso fare a meno di togliere dallo scaffale il Garzanti e vedere lui quale ultima parola mi dà.


Secondo il Garzanti l'ultima parola è "zwinglismo" (alla faccia di chi avrebbe detto il classico "zuzzurellone" o, addirittura, "zuzzurullone"!) e, in effetti, nel discorso con la mia amica "zwinglismo" non l'ha tirato fuori proprio nessuno. Bene. L'ultima parola non è stata detta.

Poi mi viene il dubbio che il Devoto-Oli la pensi diversamente. Metto giù il Garzanti e prendo quello. Il mio Devoto-Oli dopo "zwinglista" (perché fermarsi a "zwinglismo"?!) ne mette un'altra: "zzz" onomat. voce imitativa del ronzio d'insetti (spec. di zanzare).

Questa è più comune, ma neanche questa l'abbiamo detta con la mia amica. Bene.

Ceno fuori con marco e francesco. Abbandono presto la piacevole serata e, obtorto collo, torno al lavoro e sceneggio. Porto a casa la scena, 18 tavole fatte. Vado a letto soddisfatto.

Alle sei del mattino, nonostante abbia preso provvedimenti a riguardo, vengo svegliato da una zanzara. Punture su mani e caviglie con, abbinato, il suo tipico verso nelle orecchie: "zzz".

Sarà contento il Devoto-Oli...
In qualche modo mi riaddormento. Dopo un po' suona la sveglia.
Adesso sono in redazione, riverso a braccia conserte sulla scrivania. Ho interrotto il sonno solo per scrivere questo post. Mo' mi riassopisco.

zzzzz
onomat. voce imitativa del russare (usato spec. nei fumetti)

E questa il Devoto-Oli non ce l'ha!


martedì 2 agosto 2011

magliette

Cominciare la programmazione estiva di 403 con un post sulle magliette. Mi sembra una buona idea. Magliette, gatti e meccanica quantistica, per la precisione.



«Potrebbe non essere "Hello Kitty". Potrebbe essere "Addio Kitty". Non possiamo saperlo senza osservarlo ma così cambiamo il risultato»

19,99 $ da ThinkGeek (via Giavasan)

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Occhio gatto di Schrödinger è una trappola!



14,95 $ da Neatoshop (via Ektopia)

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Infine una magliatta che non centra nulla con la fisica, i paradossi o i gatti, ma che mi piace mettere nella prima puntata di questa rubrica estiva:




a nessuno importa del tuo blog



Da 20 a 25 $ da OneHorseShy sito in fase di risistemazione che annucia la riapertura in pompa magna per il 28 luglio! (via OT).



magliette (1)

lunedì 1 agosto 2011

ritorni



[fonte foto]


Una dozzina di giorni fa. Appare un nuovo post su l'emploi du temps, assieme a catastrofe è forse il tumblr che più ho amato. Da ben più di un anno non postava nulla ed è tornato con una breve, ermetica, frase "il magistero segreto". Nient'altro. Mah...

Tre giorni fa. Riappare viadellaviola (un blog senza sottoveste) dal 31 gennaio non postava nulla. Io, per godermi di più il ritorno, ancora il suo nuovo post non me lo sono letto. Vediamo quanto resisto.

Oggi. Posto nuovamente qui su 403 (non è che me ne sia mai andato via per davvero... ma d'altronde neanche è che ci sono stato). Se mi dice bene è l'inizio della mia programmazione estiva.

Ma non è detto.

sabato 16 luglio 2011

nei prossimi...

Nei prossimi giorni ci sono e non ci sono (più che altro non ci sono)...

... certo, non è che in quelli passati si potesse proprio dire che c'ero.

(però c'ero, nei prossimi invece più che altro no)

mercoledì 13 luglio 2011

cani senza padrone

Sto leggendo questo libro qui, tradotto da questo mio amico qui. Lui spesso mi regala i libri che traduce e spesso sono interessanti.

Di questo c'è da dire che io mi sono confuso tra due diversi Monty Python e ne ho letto mezzo immaginandomi il narratore con la faccia di John Cleese quando invece si tratta di Michael Palin (e c'è pure una sua fotina in copertina! non ho speranze), comunque il libro mi pare interessante il giusto. Nella parte dedicata al soggiorno dell'autore in Romania ho trovato questo passo (si parla di Bucarest sotto Ceausescu).

Risorse immense finirono non solo nella costruzione del palazzo del Popolo, ma anche per radere al suolo un'ampia area circostante per crearvi il suo sogno: un Centru Civic, "una capitale socialista per l'uomo socialista". Per fare posto a questa sua versione della Corea del Nord di Kim Il Sung, Ceausescu abbatté quasi dieci chilometri quadrati di vecchie abitazioni, e con loro sedici chiese e tre sinagoghe.
[...] Uno dei risultati imprevisti di questo spianamento della vecchia Bucarest è stato il riversarsi per le strade della città di mezzo milione di cani randagi, un tempo animali domestici dei quarantamila cittadini che erano stati buttati fuori di casa. I cani lottarono fra loro fino alla sopravvivenza dei più forti, che scorazzarono a lungo per le strade in branchi.

Michael Plain

A parte che non mi tornano bene i conti di Palin (gli abitanti sfrattati avevano più di dodici cani a testa?!) questa storia mi è sembrata in qualche modo emblematica e mi ha fatto venire in mente un documentario che Adriano Sofri ha girato a Sarajevo, durante l'assedio: "I cani di Sarajevo" (1994). Il documentario non parla solo dei cani, parla di tutta la città assediata. Ma a un certo punto racconta anche dei cani, per raccontare come siano andate storte le cose in quella città.

Siccome l'assedio si prolungava, gli umani lasciarono liberi i loro cani perché non avevano come sfamarli. I soldati delle Nazioni Unite ne uccisero un gran numero, preoccupati che diffondessero malattie. I cani di Sarajevo superstiti hanno capito che qualche cosa di misterioso e irreparabile è avvenuto tra loro e gli umani. Si muovono spaventati, senza sollevare la testa, riconoscendosi solo fra loro. Ogni tanto, per nostalgia, i cani di Sarajevo fingono di avere ancora dei padroni e camminano per un tratto di strada accanto a passanti sconosciuti. Poi se ne tornano presto soli...

Adriano Sofri




(fonte foto)

giovedì 7 luglio 2011

lucrezia risponde

Ieri ho ricevuto posta, non un'email, proprio posta posta. Ricordate la mia bogger ospite? Mi ha scritto. Ho aperto la busta e dentro c'erano due letterine che rispondevano a due commenti fatti al suo primo post. Io ho ribattuto tutto diligentemente e di seguito trovate botte e risposte.

mi piacerebbe tanto sapere cosa succede li dentro ... :)
dentro l'ospedale ovviamente .... si puo ?
nebbia



Cepletischetis, 30.06.2011


Ciao nebbia,
Piacere di conoscerti, per modo di dire.
Pensavo di raccontare prima di altre possibilità oltre al buttarsi sotto un treno, che a mio avviso è scelto un po’ troppo spesso per “finirla”. Di certo è un metodo coronato di solito da successo, comunque bisogna anche tener conto del poveraccio alla guida della locomotiva che, in seguito finisce nell’ospedale dove il candidato suicida in precedenza in cura, è appena uscito. Mi spiego!
Dopo, certamente non posso tralasciare a sparlare delle persone qualificate che circondano i cosiddetti malati psichici, e come cercano di raddrizzare l’inconscio e già che ci siamo, anche il conscio, ingarbugliando non poco il povero paziente.

Roba da matti, te lo assicuro.
Lucrezia
 

Si può avere il nome del ristorante di Wolfi a Monaco? :)
Non è poi tanto lontana da qui. :P
Luigi



Cepletischetis, 30.06.2011


Hey Luigi,
Il nome del ristorante è “Hundskugel” e il proprietario, spirato nel 2007 dopo un incontro fatale con un callboy, con il quale non è riuscito a mettersi d’accordo sul prezzo e quindi è stato strangolato con il filo del telefono, si chiamava “Mooshammer”. Era il famoso “Zar” della moda tedesca, chiamato da tutti “Mosy” sempre accompagnato dalla sua cagnolina Daisy. Tutti a Monaco di Baviera possono dirti dov’è il ristorante del quale io non ricordo l’indirizzo, e non posso assicurarti che le patate siano ancora le stesse di tanti anni fa. Quindi, viaggio con degustazione a tuo rischio.

Mahlzeit o Guten Apettit
Lucrezia

 

giovedì 30 giugno 2011

musica del tubo

In rete ci sono un sacco di filmati di persone comuni che suonano, che suonano anche bene, e c'è qualcuno che ha pensato di prendere un po' di questi filmati, frullarli (ma con criterio) e tirarne fuori qualcosa di nuovo. E a me questo cose incuriosiscono sempre il giusto.

Kutiman in realtà per davvero di chiama Ophir Kutiel, Kutiman è il nome d'arte. Lui è un musicista israeliano e nel 2009 ha realizzato un progetto intitolato ThruYOU in cui ha ottenuto una serie di brani originali (disponibili aggratis come mp3 o filmati) montando e remixando suoni tratti da filmati Youtube di musicisti più o meno amatoriali (qui i link, brano per brano, a tutti i filmati usati come materiale di partenza).

Qui sotto vi metto quello che s'intitola "La madre di tutti gli accordi funk" (però in inglese):



La cosa qui sopra mi è tornata in mente l'altro giorno a causa di Ohadi22. Ohadi22 è israeliano pure lui (sarà solo un caso?) è un musicista e uno a cui piace pasticciare col montaggio video. Anche lui è andato in giro a recuperare filmati Youtube di suonatori più o meno amatoriali, solo che lui si è impegnato a realizzare un paio di super-cover, qui sotto vi metto una versione di "Paranoid Android" pubblicata un paio di settimane fa e che mette assieme 36 diverse versioni della canzone dei Radiohead (due mesi fa ne aveva fatta un'altra con 40 diverse esecuzioni di un brano dei Porcupine Tree).



[via inkiostro]



Infine, per chi volesse emulare le gesta di Ohadi22, consiglio la visita a questo blog che scova in giro e propone video di cover variamente pregevoli: Cover Song Archive: "una raccolta di canzoni conosciute da persone sconosciute".

mercoledì 29 giugno 2011

metterla per il verso giusto

Dopo che almeno due PostSecret avevano affrontato il tema (qui e qui) e che, in illo tempore, su Giavasan se ne era dibattuto. Inkiostro oggi ripubblica un'infografica che, se non dice proprio una parola definitiva sulla questione, almeno relaziona compiutamente sullo stato del dibattito. Non posso esimermi dal seguire il suo esempio.




La cosa che trovo più impressionante è che, sulla Wiki, la discussione a riguardo sia lunga il doppio di quella sulla guerra in Iraq. Mi pare che la cosa ponga delle domande ma non sono sicuro di voler sapere le risposte.

giovedì 23 giugno 2011

l'invidia del piede

Mi alzo ma non mi sveglio. Raggiungo in qualche modo la metropolitana per andare in redazione. Ho sonno, quindi oggi non leggo il mio libro da metrò. Sonnecchio, sguardo basso, altezza scarpe.

Sui maschi poco da dire, ma per le femmine, ormai da settimane, è un tripudio di scarpe aperte, sandali, con tacco o senza, unghie laccate e non. E allora penso "se fossi un feticista del piede femminile, non starei qui così intontito dal sonno. Sarei vispo, arzillo e tutto contento".



Ecco, stamattina avevo così tanto sonno che ho provato invidia per i feticisti dei piedi.

domenica 12 giugno 2011

silenzio

L’anatomopatologo che fa colazione accanto agli inservienti che lavano i corpi. Un altro toglie dalla cassa toracica un fegato e lo appende a un gancio per pesarlo. L’autista stanco che fa un sonnellino dentro una bara aspettando il prossimo viaggio, mentre seghe elettriche, coltelli di dimensioni impressionanti, divaricatori e cesoie danno vita a una danza macabra. Corpi, o parti di essi, che emettono dei rumori sinistri quando sono mossi dalle tavole da sezione. Risate, discorsi tecnici, comunicazioni di servizio, scherzi preparati per i novellini: «Mandalo sul tredici, che quello tra pochi minuti si muove», barzellette spinte, silenzi impenetrabili e pensieri inaccessibili.

E da questo luogo freddo dov’è la morte a segnare il tempo, sterile d’emotività però pieno d’umanità e di tolleranza, Wolfi e altri come lui partono solitari, coscienti di trasportare sul loro carro funebre anche la propria destinazione finale.

L’umorismo è da sempre un buon deterrente contro la paura, contro l’ignoto che viaggia sul sedile posteriore della tua macchina, ma ci vuole anche una grande forza per mantenere il distacco e svolgere il proprio compito in situazioni e momenti di grandi emozioni.

Noi che siamo gli impiegati della vita, quelli con la penna tra le dita, senza sangue sulle mani, vediamo la morte con distacco. Appartiene sì alla normalità e alla realtà di ogni giorno, ma comunque la teniamo separata dai nostri sentimenti. Solo se questa “gelida manina” ci tocca di persona scoprendo così la nostra vulnerabilità, allora si fa viva la disperazione e per un breve periodo ci svegliamo dal mondo della fiction. Ingenuamente urliamo: «perché nessuno mi ha preparato a questo?!»

Wolfi,  già scordato da molto tempo la morte peggiore che ha dovuto vedere, e si sottrae abilmente alle espressioni strazianti negli occhi dei parenti più disperati quando appoggia a terra il feretro. Il suo lavoro si è trasformato in abitudine e forte di questa convinzione è partito per l’ennesimo viaggio. Deve riportare in patria una giovane donna, arrivata da pochi mesi in Germania e deceduta a causa di un incidente stradale.

Il viaggio è lungo e faticoso a causa della neve che cade ininterrottamente, mentre lentamente si avvicina al paese. La strada si riduce a un sentiero che porta verso una piccola collina. Sente crescere un’inquietudine che non riesce a spiegarsi e parcheggia la sua macchina. Vede una casa vecchia dai muri scrostati, quasi fatiscente. Soltanto dall’unica finestra illuminata, dove filtra una luce fiocca, s’intuisce che è abitata. La neve assorbe il rumore del motore e per farsi  notare suona il clacson. La porta si apre e nell’uscio si presenta un uomo giovane. Tre bambini si aggrappano ai suoi pantaloni. In silenzio e nascondendosi le lacrime, seguiti dai piccoli, portano la bara nell’unica stanza della casa. Il padre per ringraziare offre un bicchierino di grappa, poi gli stringe la mano e chiude la porta alle sue spalle.

Wolfi si rimette al volante e lungo il tragitto ha un solo pensiero: Sono poveri, senza la loro madre e domani sarà Natale.

Guardando negli occhi di quei bambini e del loro padre, aveva capito che non sarebbe più stato in grado di continuare nel suo lavoro.

Ancora oggi, se dico a questo mio amico «Ci vediamo», la sua unica reazione è il silenzio.

Lucrezia
Wolfi 7 fine.

Diabolik: colpo al Bitte

Stasera a milano parlo di Diabolik al circolo Arci Bitte nell'ambito di Streep, un'iniziativa messa in piedi da paolo interdonato. In realtà, e per fortuna, non parlo solo io.

Verso le 20:30 sarò sul  palco con davide barzi, uno che la sa lunga su come è nato diabolik al punto che ci ha scritto un libro documentatissimo: Le regine del terrore.

Poi, diciamo verso le 21:15 / 21:30, terrà banco mario gomboli (direttore della casa editrice astorina e, tra le tante cose, capo soggettista di diabolik) a fargli da sparring partner oltre al sottoscritto sottoscritto anche tito faraci (principale soggettista di diabolik - dopo il capo - e sceneggiature espertissimo e versatile, spaziando da tex a topolino, passando per dylan dog, l'uomo ragno, capitan america, brendon... e diabolik, per l'appunto).

L'idea è di inventarsi dal vivo, all'impronta, un colpo di Diabolik ambientato a milano, se il pubblico ci sta magari ci avvarremo anche del suo contributo.




Il Bitte è a Milano in via Watt, al numero 37. Arrivati davanti al 37, vi ritrovate davanti un cancello, lo varcate ed entrate in un cortile a “S” senza nessunissima indicazione: lo dovete percorrere tutto, girando prima a sinistra e poi in fondo a destra, dove sembra che non ci sia nulla di nulla. Poi procedendo per qualche decina di metri dovreste finalmente vederlo. Per entrare ci vuole la tessera ARCI (che, nel caso, si può fare al momento là).

sabato 11 giugno 2011

la giusta temperatura

Ho già accennato che Wolfi si occupava anche del trasferimento di salme nella Jugoslavia allora in guerra. Non passava, dove c’erano i bombardamenti ma, com’è facile immaginare, i controlli erano stati intensificati e militari su jeep, con mitra spianato pattugliavano autostrade, le città e i paesi limitrofi ai confini. Spesso doveva mostrare non solo le bolle di trasporto ma era costretto ad aprire la bara per dimostrare che all’interno c’era un morto e nient’altro che potesse mettere in pericolo quel pezzo di terra slava, rimasto fuori dal conflitto.

Il suo collega Hans, ricorderete, gli aveva consigliato di non affrontare le giornate senza essere equipaggiato dell’antidepressivo più ecologico e in apparenza anche il più innocuo: la birra bavarese. Quando poi, in completa solitudine, mangi chilometro dopo chilometro senza anima viva al tuo fianco per scambiare due chiacchiere, le sigarette e il goccetto per cambiare sapore della nicotina in bocca, diventa con il tempo un gesto automatico. Ora, il carro funebre (mi è difficile capire perché ancora venga usato il nome “carro”, trattandosi in verità di una Mercedes ultimo modello fornita di accessori moderni e di tutti gli optional esistenti, ma manteniamo pure questa definizione medievale) naturalmente è provvisto di aria condizionata che permette all’autista di non soffrire del caldo estivo. Questo è un bene per il guidatore; ma la birra?

Non era possibile usare una borsa frigo, che per la quantità di bottiglieå indispensabili in un tragitto così lungo, aveva la capienza troppo limitata. Il feretro nel retro del “carro” invece sì che era in grado di risolvere il problema di Wolfi! Uscito dalla cella frigorifera per l’ultimo viaggio, il passeggero conservava per molte ore la sua freschezza e grazie a questo fatto, anche la birra si manteneva a una temperatura bevibile.

Prosit, cin-cin e buon viaggio, ci avrebbe detto a quei tempi il nostro autista Wolfi.

Mettiamoci un attimo nei suoi panni. Anche dopo uno sbigottimento iniziale, che sparisce pensando alla sua “vera sete”, non si può accusarlo d’insensibilità.

C’è la partita di Pocker con il morto! Che problema c’è se, grazie a lui poteva farsi una birra fresca!

Lucrezia

Wolfi 6 continua.

venerdì 10 giugno 2011

ma...

Ci andate a votare i referendum, sì?...

uno ricoperto, l'altro ripieno

La parola “ricoperto” mi fa pensare immediatamente allo zucchero a velo, e per un buon ripieno la fantasia culinaria non conosce limiti. Togliamoci invece velocemente dal pensiero i dolci e le anatre perché anche questa volta stiamo parlando di cadaveri, ma per non far rigurgitare chi, dopo aver cenato, è venuto in mente di dare un’occhiatina al blog di Andrea per leggere un’altra delle mie storielle di fatti veramente accaduti al mio amico Wolfi, inizio con il cadavere “ricoperto”.

Non c’è niente di strano nel pensare che delle persone si seppelliscano con anelli e catenine che portavano in vita. Certo se si viene “infornati”, questi gingilli sono restituiti prima alla famiglia in busta a parte, e il motivo è facilmente immaginabile. Quella volta il cadavere portato da Wolfi non era destinato a finire in un forno, ma in un paesino dal nome impronunciabile, della Jugoslavia. C’è da dire prima un’altra cosa perché si capisca il seguito del racconto: il defunto era un grosso delinquente, per non usare sempre la solita parola: “un mafioso”.

Wolfi: «E’ questo il mio?»

Collaboratore: «No, quello li ancora da chiudere è il tuo!»

Wolfi si avvicina e diventa catatonico. Il cadavere è ricoperto d’oro e pietre preziose. Non c’è dito senza anello, vari braccialetti adornano uno dei polsi mentre sull’altro spiccano addirittura due orologi Cartier. “Catenine” grosse come pollici girano attorno a un collo color terra secca e una testa di leone gigantesca tiene in “forma” una cravatta quasi invisibile sotto quel mucchio di gioielli. Il collaboratore di Wolfi coglie lo stupore nei suoi occhi e ridendo gli dice di dare un’occhiata nelle tasche. Con tutte le birre in corpo, mi diceva Wolfi, c’era ormai poco che poteva impressionarlo, ma vedere quel morto e trovare una quantità impressionante di soldi infilati in ogni dove nel completo, gli hanno fatto venire la nausea. Fidatevi se vi dico che non era per invidia.

Arrivato nel paese e scortato da uomini armati fino alla casa del defunto, fu aperta la cassa, i soldi contati, i gioielli controllati e Wolfi… congedato, senza nemmeno un dinaro di mancia.

Così scopriamo che certa gente nella tomba non si porta solamente i suoi segreti. Pare che sono i nuovi faraoni, magari senza piramide, ma in quanto al resto! Se qualcuno in difficoltà finanziarie vuole farci un pensierino sopra; basta che si armi di una pala e che non mi citi come fonte.

Passiamo al secondo morto, a quello “ripieno” molto più povero lui dello scomparso cosparso. Quando su un corpo si procede con l’esportazione degli organi interni per stabilire la causa del decesso, la cassa toracica prima della chiusura, è riempita di cotone. Anche per me questo era una novità, ma a pensarci bene è ragionevole. Bisogna pur ridare forma alla persona, insomma, renderla presentabile in qualche modo, perché possa indossare per l’ultimo viaggio un bel vestito, senza che faccia delle increspature la dove non ce ne dovrebbero essere. Il cotone, usato anche nelle imbalsamazioni (parlavamo giusto di faraoni un attimo fa), non è di certo da considerare un materiale disgustoso. Il tutto diventa invece alquanto ripugnante quando, esaurito il cotone, si continua con giornali! Che orrore!

Cadavere con ripieno di quotidiani! In altri termini: uno imbottito di notizie!

Due monete per la traversata, ma c’è sempre chi ci prova per un posto migliore, non sapendo che Caronte, persona di poche parole, ai soldi preferisce una buona lettura.

Lucrezia
Wolfi 5 continua.

giovedì 9 giugno 2011

formula uno di sopravvivenza!

Dopo corpi strapazzati da treni, alcolici consumati sul posto di lavoro e scambi di persone, ancorché defunte, oggi vi racconto dei metodi usati da Wolfi per passare il più velocemente il confine di stato col suo camion carico di bare vuote. Sì, perché nei sui compiti rientrava anche l’andare in Jugoslavia (allora da poco ex Jugoslavia) con qualche bara piena dei corpi di immigrati morti lontano da casa per poi tornare in Germania pieno zeppo di bare vuote comperate in loco a buon prezzo.

Ci sono persone tra voi che hanno già fatto il camionista? Si! Anch’io, anch’io! Comunque pure gli automobilisti sicuramente ricordano, quando ancora si girava con il passaporto in tasca, le file di camion in attesa che aspettavano i controlli della guardia di finanza. In questi casi, novità nemmeno questa per nessuno, con un piccolo regalino in tasca te la spassavipiù velocemente dal confine. Chi trasportava frutta mollava giù qualche cassetta d’arance, altri consegnavano spontaneamente bottiglie di vino, sigarette, caffè, e gli immancabili giornalini pornografici accettati con entusiasmo ancora ai giorni nostri.

Anche Wolfi chiaramente era provvisto di ogni ben d’iddio, che a un finanziere dell’Est poteva far gola e indurlo così ad accelerare le sue pratiche senza rubargli del tempo prezioso; però, nella vita c’è sempre un però, e Wolfi un giorno dovette fare i conti con questo però.

«Senti, gli disse il comandante, sei un tipo simpatico, perché non ti lamenti neppure se a volte, nonostante tutti i nostri sforzi, non ti possiamo far passare davanti agli altri camion. Con la guerra a due passi siamo costretti a controllare come mai abbiamo dovuto fare prima, ma tu questo lo capisci e passi la notte con noi al bar a ridere e a bere. Io e i miei colleghi, per darti una mano, abbiamo cercato una soluzione al tuo problema perché sei un gran lavoratore, e un lavoratore non si deve ostacolare ma agevolare. Allora, senza dare troppo nell’occhio quando ti facciamo un controllo così, per modo di dire, alla buona, e perché per questo nessuno debba correre dei rischi, sai la guerra, abbiamo pensato che basterebbe che tu ci concedessi il permesso di scaricare una bara a scelta, come campione per tutti gli altri, ogni volta che passi. Noi abbiamo famiglie numerose, nonni vecchi, zii malati e amici. I rischi qui sono tanti, i soldi pochi e dei funerali costano un occhio della testa. Noi ti vogliamo aiutare perché sei un brav’uomo, e sappiamo che capisci anche le nostre necessità».

Wolfi mi raccontò, che la difficile costruzione di questo discorso, che io ho riportato in poche righe, aveva avuto bisogno di una notte intera bagnata da una bottiglia di Slivovitz, intercalata da spuntini di Cepapcici e riso al peperoncino piccante.
Il risultato: Posizione in pool-position, perché alleggerito del peso di una delle centinaia di casse da morto pro passaggio.

Chi non avrebbe accettato, volendo portare a casa sane e salve le sue bare, scagli la prima pietra!
Buon tiro ai moralisti!


Lucrezia

Wolfi 4 continua.