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lunedì 6 giugno 2011

niente per stomaci sensibili

Chi non si è mai trovato a fare il cameriere pur essendo, che ne so, mettiamo un’insegnante. Lo dico giusto perché è capitato a me. Bisogna dire però che tra tenere a bada una classe di alunni e un ristorante pieno di affamati non c’è molta differenza. Lo sforzo per adeguarsi alla nuova situazione dura un paio di giorni, poi si gestisce con pazienza la fame di bistecca impanata come la fame del sapere.
Ci sono però dei lavori che mettono a dura prova chiunque. A un mio amico è capitata un’occupazione del genere. Lui si chiama Wolfi e l’ho conosciuto in un ristorante a Monaco di Baviera, dove faceva lo chef e dove io, ex insegnante, stavo per essere assunta come cameriera. Presto facemmo amicizia e mi raccontò la sua disavventura.
Il teatro dove si svolgevano i fatti, erano le sale di medicina legale. Sì, un cuoco assunto come becchino. No, non gli toccava scavare le buche nei cimiteri, le sue mansioni consistevano nel trasportare le persone decedute dal luogo dell’incidente sul tavolo da sezione e poi consegnare i resti ai parenti in Jugoslavia dove, a quell’epoca c’era ancora la guerra. Perché la Jugoslavia e non la Spagna o un altro paese, non lo so dire. Aveva anche il compito di ritirare bare che lì si acquistavano a buon mercato, ma non credo che fosse, come dire, mi dai il vuoto e ti faccio il pieno.
Una persona che da una vita faceva il cuoco, che pensava di nutrire il suo prossimo, che si sentiva male quando un piatto non aveva avuto l’approvazione dello stomaco dell’ospite, insomma quando una persona così di colpo si trova a dover maneggiare persone morte (per fortuna non a causa di wurstel e krauti cucinati da lui), qualcosa si muove nell’anima. Presto si sarebbe reso conto che la maggior parte del tempo lavorativo la passava per strada, non per portare a “final destination” i suoi cadaveri, ma prima doveva raccoglierli: a volte in condizioni singolari e in posti ancora più bizzarri, dove avevano avuto l’incontro con il proprio destino.

Alla periferia di Monaco esiste l’ospedale psichiatrico più grande della Germania. Fu costruito da Hitler per rinchiudere le persone malate e indesiderate prima che decidesse che anche loro dovessero uscire da un camino. Il complesso è composto di una trentina di case, un piccolo cimitero, una chiesa evangelica e una cattolica, un bar con un piccolo ristorante, un supermercato e perfino un piccolo gregge di pecorelle. Alcuni malati cronici, senza famiglia, passano il resto della loro vita in questa struttura occupandosi appunto della manutenzione dei giardini e degli animali, come fungono anche da camerieri e da personale per la cucina nel ristorante. Per rientrare in città è necessario prendere la sopraelevata e succede non di rado che un paziente stanco di sé e della vita, invece di salire sul treno si butta sotto di esso; e in un caso così Wolfi ebbe il suo battesimo del fuoco, dopo aver deciso, non senza riluttanza, di accettare quel lavoro singolare.
«Lucrezia, mi diceva, tu non hai idea in quanti pezzi si scompone un corpo che ha voluto tener testa a una locomotiva. Io, mi spiegava, ero costretto a cercare ogni straccetto di pelle che mancava per completare la ricomposizione del corpo. Si può facilmente iniziare a dare i numeri quando ti manca un dito mignolo del piede. Corri avanti e indietro sui binari a cercare tra la ghiaia un qualcosa che poco tempo fa era saldamente legato a un piede e ora non sai nemmeno se è ancora intero o se devi cercare due o più parti, se il colore assomiglia ancora un poco al rosa naturale o se nel frattempo è cambiato in verde, blu, viola, nero o in un altro colore indefinibile. “Datevi una mossa, si deve riaprire il traffico!” Queste le incitazioni del medico legale, chiamato a determinare la causa della morte che logicamente era stabilita in tre secondi, ma che non poteva lasciare il luogo dell’incidente se tutti i pezzi del corpo non fossero stati scovati. Noi intanto a cercare, grattare pezzi umani dalle ruote, dai binari, frugare tra i cespugli, levavamo lo sguardo in alto perché poteva capitare di trovare qualcosa d’indefinibile appiccicato perfino sui rami degli alberi».
Povero uomo pensavo, mentre lo stavo ad ascoltare. Una volta la sua mente era impegnata a trovare cento ricette come poter cucinare delle patate deliziose (poi tutte rubate, le ricette, da uno dei suoi datori di lavoro), ora roteava intorno al problema come togliere persone spiaccicatesi davanti ai treni o in mezzo la strada.
«A questo punto, continuava Wolfi a raccontare, ci si avviava in ospedale per depositare i resti del malcapitato». La parola, resti, descrive bene lo stato del corpo ed è, in un incidente del genere, da prendere alla lettera. «Superato questo primo impatto atroce con la morte, mi sono illuso che non potesse capitarmi niente di peggio».
Sappiamo invece bene che la vita ci tiene a mostrarci che nelle atrocità i limiti sono illimitati e così il nostro povero Wolfi ne ha viste altre e altre e altre ancora, prima di riuscire a tornare al sicuro tra le sue amate pentole a sbucciare kartoffel.

Forse una storia così non è il modo migliore per farmi conoscere dite voi? Qualcuno potrebbe farsi delle idee sbagliate sul mio conto? È vero, forse era meglio iniziare con le storielle che capitano dentro l’ospedale psichiatrico dove cercano di rimettere insieme i pezzi delle vite delle persone prima che… e non sotto il treno, dopo le amorevoli cure di psichiatri e psicologi competenti e pieni di attenzioni.
Come faccio a sapere cosa succede lì dentro? Che domanda!

Lucrezia

Wolfi 1, continua.

7 commenti:

alsoit ha detto...

la prima puntata è un capolavoro!!!! e via con la seconda...!

anonimo ha detto...

mi piacerebbe tanto sapere cosa succede li dentro ... :)   dentro l'ospedale ovviamente ....  si puo ?

nebbia

403 ha detto...

@alsoit, ce ne saranno fino a domenica!

@nebbia, bentornato! inoltrerò la tua richiesta alla mia corrispondente,

anonimo ha detto...

Si può avere il nome del ristorante di Wolfi a Monaco? :)
Non è poi tanto lontana da qui. :P

- Luigi

403 ha detto...

Sì, ho visto che in questa stagione da bari a monaco con meno di 250 euro vai e troni con volo diretto... Spero che le patate valgano il viaggio!

anonimo ha detto...

Ma da Praga ci arrivo in 4 ore di macchina... anche 3 se le patate meritano :)

- Luigi

403 ha detto...

Ok, nella prossima lettera che le mando chiedo a Lucrezia se sa l'indirizzo... Se poi dici che meritano, un salto a monaco si può fare anche da milano.

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