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lunedì 5 ottobre 2009

un anno dopo...




Un anno fa come fosse oggi moriva il mio amico marco e mi sembrano passati pochi giorni. Evidentemente non è solo quando ci si diverte che il tempo vola. Nell'aprile scorso avevo aperto una pagina flickr per mettere su un po' di foto sue (che mi ha dato sua moglie, gabriella) per quei percorsi un po' misteriosi della psiche sono riuscito in brevissimo tempo a perdere e dimenticare gli estremi per accedervi. Non ho più potuto aggiornarla e l'ho preso come un segno. Per ora ho messo in un cassetto l'idea. Per chi passa di qui e ha conosciuto marco metto lo stesso il link così almeno quelle poche foto se le può vedere. Un giorno, magari, apro una nuova pagina e ricomincio.

Il link è questo.

Ciao marco!


giovedì 1 ottobre 2009

girando a vuoto

Sono in auto, c'è un traffico denso e lento, se continua così arriverò il ritardo alla prigione. Dopo la pausa di agosto abbiamo spostato di un'ora i nostri incontri esco di casa tardi e arrivo sempre al pelo. Il traffico alle due e mezza in luglio non è quello delle tre e mezza in settembre, ma questa cosa non mi vuole entrare in testa.
Sono fermo al semaforo in general cantore, sto per imboccare papiniano quando mi accorgo che non ho preso il tesserino. Tirando giù un paio di madonne svolto a sinistra e prendo la via di casa.

In prigione senza tesserino non entri. A chi sta ai cancelli non importa di sapere come ti chiami, chi sei o cosa ti porta lì, questo lo sa già il tesserino. Ha le dimensioni di un biglietto da visita, non è stampato, è una fotocopia in bianco e nero plastificata, dall'aria artigianale. Sopra c'è la mia faccia in fototessera e un codice a barre, non molto altro. E quel cazzo di tesserino, invece di essere nella tasca posteriore dei jeans che ho addosso, è nel frigorifero che sta in sala, quello rotto, dove tengo i documenti. Intanto il traffico si scatena.

Arrivo in prigione con mezz'ora buona di ritardo. Mi dispiace. Questo è il primo giorno che porto la mia macchina fotografica (ho recuperato ieri l'autorizzazione) e dobbiamo fare le foto per la seconda puntata della specie di fotoromanzo che stiamo facendo. Mi dispiace che avremo meno tempo per lavorare e mi dispiace per la detenuta, che sarà nell'atrio del femminile ad aspettarmi da chissà quanto (che lei è sempre lì prima).
L'agente di custodia mi apre e io ci metto un po' a capire che le cose non stanno come al solito. Sulle prime penso che sia perché sono arrivato in ritardo: la detenuta non è neanche lì ad aspettarmi, si sarà stufata. Poi capisco che invece c'è qualcosa che non va, l'agente è agitato, recuperare la detenuta sembra complesso. Alla fine lei arriva, come scusandosi del suo ritardo.

Usciamo dal femminile e mentre attraversiamo il cortile che ci separa dal maschile mi spiega. Poco prima dell'ora del nostro appuntamento c'è stata una perquisizione a sorpresa (pare che in sartoria sia sparito un paio di forbici, di quelle lunghe) ora le detenute sono tutte nel cortile della "passeggiata" mentre gli agenti passano al setaccio le celle. Quindi non solo la mia detenuta è in ritardo, ma non è potuta tornare in cella a prendere il libro su cui ruota la seconda puntata del nostro foto-fumetto. In altre parole: se al maschile non hanno una copia del libro mi sono fatto mezzo pomeriggio nel traffico per nulla.

Naturalmente al maschile una copia di quel libro non salta fuori. Nemmanco a pagarla. Si vede che oggi va così.

Senza il libro da fotografare vediamo di non buttare via del tutto l'incontro e col detenuto (che alla fine della fiera ci ha aspettato per tre quarti d'ora) discutiamo delle idee che gli son venute per la terza puntata. La terza procede bene: per la prima volta non ci sarà un semplice dialogo tra il personaggio-detenuto e la personaggia-detenuta e sarà molto più dinamica. Ci diciamo un paio di cose, capiamo che manca ancora una situazione comica, e bon. Dieci minuti di riunione in tutto.
Però poi parliamo d'altro: dei progressi che lui sta facendo nel disegno (che mica faremo un fotoromanzo per sempre, prima o poi passeremo ai disegni veri), di quello che ci piace leggere e guardare in tivù, dell'implausibilità delle fiction poliziesche italiane (e loro lo possono ben dire), dei rapporti con gli altri detenuti (più facili per lui, più difficili per lei, mi pare). Insomma, adesso il pomeriggio non mi sembra più così da buttare. Alla fine gli faccio comunque qualche foto, una specie di prova generale per quelle vere, rinviate di sette giorni.

Mentre rientriamo al femminile la detenuta si chiede se la perquisizione sarà finita e se potrà rientrare in cella e, soprattutto, spera che gli agenti non abbiano lasciato troppo casino tra le sue cose. Avvicinandosi, lentamente, all'edificio sentiamo gli schiamazzi delle altre. Se vengono da fuori vuol dire che la perquisizione è ancora in corso e che si stanno lamentando perché vogliono rientrare. Quando siamo sotto capiamo che no, vengono dal secondo piano, allora sono nelle celle, mi dice lei, si stanno lamentando del disordine.

Ci salutiamo sul portone blindato mentre l'agente la fa rientrare.
Ciao, a settimana prossima.

senza passare dal via (4)

mercoledì 16 settembre 2009

l'assessorato ombra del buonumore

Mi alzo stamattina e piove a dirotto. Esco sotto una pioggia battente e la prima cosa che penso è "non ci sono più le mezze stagioni", solo ieri era estate. Che poi giornata più autunalle di questa sarebbe difficile immaginarla, casomani si potrebbe parlare di "precessione dei cambi di stagione", ma suona peggio, mi pare...



Prendo la metropolitana, è tutto un ammassarsi di gente e strusciare di ombrelli bagnati, non è piacevole. Riesco a sedermi e mi immergo nella lettura. Purtroppo però la vettura è di quelle nuovissime.

Nelle vetture nuovissime c'è un altoparlante scassacazzo che, a volume sconsiderato, ci tiene a farti sapere, prima di ogni fermata, quale sarà la prossima, se le porte si apriranno a destra o a sinistra, quali sono i mezzi raggiungibili dalla prossima fermata e poi te lo ridice in inglese. Concentrarsi nella lettura con la voce impostata della signorina nell'orecchia non è facile.

Però alla fine ci riesco, mi estraneo e leggo. Intanto si è ormai giunti a una densità di viaggiatori appena minore di quella dell'uranio impoverito, attorno a me prevedibili facce, poco liete, da mattinata di pioggia milanese.
A un tratto mi accorgo di essermi immerso troppo nella lettura perché trasalisco all'annuncio della signorina dell'altoparlante che mi dice che la prossima fermata sarà quella DOPO la mia. Non mi è mai successo. Un po' sconcertato mi alzo. Arriverò tardi, pazienza...

Poi, fatta una piccola pausa e prima dell'arrivo della fermata, la signorina ci avverte che la prossima fermata sarà quella dopo ancora e, poco dopo, annuncia la terza fermata dopo quella in cui dovevo scendere io. Quando arriviamo in stazione scopro che siamo due fermate PRIMA della mia e la signorina, con uno sprint che neanche il coppi all'epoca, ci ha staccato di parecchio.

Non mi risiedo (anche se il mio posto resta meracolosamente libero, c'è così tanta gente che è un po' faticoso anche sedersi) e resto un po' pigiato con gli altri, mentre la signorina, preso l'abbrivio, non si ferma più.
La situazione è surreale e abbastanza comica, mentre veniamo ragguagliati sulle gesta dell'atletica speaker a molti di noi viene da ridacchiare. Ci si guarda in faccia. Un tipo accanto a me, mi rivolge la parola ridendo sotto i baffi: "ci tengono proprio a far vedere che hanno comprato gli altoparlanti". Siamo sempre in un vagone fitto di gente, con attorno a noi gli ombrelli bagnati degli altri e davanti a noi una grigerrima giornata milanese ma non siamo più così scuri in volto e io, per un paio di fermate, non me ne resto per conto mio nel libro, ma sono lì, con un sacco di sconosciuti, a condividere un'esperienza curiosa.

E per prima cosa penso che l'atm (ossia la locale municipalizzata dei mezzi pubblici, lo dico per i non milanesi) perde un colpo dietro l'altro. I nuovi tram fanno cagare o, detta un filo meglio, sono antiergonomici (chiaramente progettati da qualcuno che non ha mai preso un tram in vita sua, e che ignora quanto siano lunghe le gambe - non così poco come pensa lui - e le braccia - non così tanto come pensa lui - della gente comune), i nuovi pannelli elettronici alle fermate hanno peggiorato la funzionalità di quelli vecchi e di parecchio (quelli vecchi si vedevano da lontano, questi li hanno posti in modo che li leggi solo se sei in un punto preciso della pensilina di attesa), adesso gli altoparlanti in metrò sono a un volume fastidioso e impazziscono. Insomma uno schifo.

Poi penso che invece magari non è così, che poi - alla fin fine - questa cosa che è successa dell'altoparlante velocista mica è stata così male: lo spavento di aver toppato la fermata è stato minore della soddisfazione di non averla toppata affatto (e quindi +1 punto), il momento di buonumore c'è stato e mica solo per me (+2 punti) e, per cinque minuti, ho condiviso qualcosa coi miei casuali compagni di viaggio, qualcosa che non fosse il fastidio intendo (+2 punti). E allora penso che tutto ciò possa non essere casuale, che magari questa amministrazione comunale (che io quasi sempre disprezzo) magari si è inventata una cosa per far stare meglio noi milanesi, una sorta di assessorato al buonumore (assessorato ombra, sconosciuto a chiunque, che se certe cose paiono casuali funziona di più) che si inventa piccole cose così per rendere la giornata di noi milanesi più interessante. Poi arriva la mia fermata, per davvero, e allora non penso più e mi preparo a scendere.

Intanto la signorina non si è fermata un istante e snocciola con noncuranza gli annunci di tutte le fermate che sta raggiungendo, una dopo l'altra, e ormai è già fuori milano di un bel po'. Arrivando alla mia stazione conto sulla mappa di quanto ci ha staccato: è avanti di diciannove fermate! Vorrei avere io tutta la sua vèrve la mattina appena alzato.

martedì 8 settembre 2009

meglio tardi che mai...







Con una ventina d'anni di ritardo esce anche qui... tra dieci giorni è nelle sale, voi andatelo a vedere e basta, grazie...

[e grazie a Shapa che me lo ha appena ricordato]

venerdì 4 settembre 2009

io mi chiamo andrea

Un amico dei tempi del liceo (stessa classe, stesso anno di nascita) che ora vive a barcellona mi scrive che il marito di sua sorella (tizio che io non conosco) ha un guaio e mi chiede se posso dar loro una mano. Dico che va bene, lui mi manda il numero e io l'indomani (che poi era ieri) chiamo per dire che possono contare su di me. Mi risponde lui e l'attacco della chiamata è stato più o meno questo:
"ciao andrea, tu non mi conosci, sono andrea, un amico di tuo cognato andrea..."

Qualche anno fa, mi si propone di curare un libro. Si tratta della Guida turistica di Clerville. Capitava che tre pazzi scatenati grandi appassionati di diabolik avevano compulsato quarant'anni e passa di pubblicazioni (oltre 700 numeri regolari più tutte le uscite speciali) segnandosi ogni indizio riguardo alla geografia fantastica che gli autori delle avventure del Re del terrore si erano di volta in volta inventati. Poi partendo da questi indizi avevano ricostruito, a posteriori, una mappa dello Stato e della capitale dello Stato in cui diabolik vive le sue avventure. Ci voleva qualcuno che desse una forma al tantissimo materiale da loro raccolto e prodotto. Fui io.
Gli autori erano tutti più giovani di me e si chiamavano andrea, cristian e andrea. Essendo andrea pure io (nel colophon gli andrea vinsero per 3 a 1 contro i cristian) e tenendoci in contatto solo via mail (che eravamo spalmati su mezza italia) si arrivò presto al tacito accordo di chiamarci con nick o per cognome, come fossimo a scuola (per inciso, a scuola, ovviamente, non sono mai stato l'unico andrea della classe, all'inizio del liceo eravamo pure in tre a chiamarci così, poi ho cambiato scuola).

Di andrea più vecchi di me non ne conosco molti. I miei sostengono di avermi chiamato così perché era un bel nome, molto poco usato quando sono nato io...
Evidentemente lo stesso ragionamento deve averlo fatto qualche altro milione di coppie, in quegli anni lì.

Niente, è che ieri mi è successa quella cosa della telofonata e mi è venuto da sciverlo qui, che a me il mio nome piace, però mi avessero chiamato niccolò (altro candiato assieme a guido) forse oggi, quando telefono, non avrei l'abitudine di presentarmi con nome e cognome, anche quando chiamo i parenti stretti.

mercoledì 2 settembre 2009

senza passare dal via (3)

Chiacchiero col detenuto del lavoro che, ormai da qualche anno, svolge all'interno della prigione. Nell'area del carcere infatti c'è un capannone e in questo capannone c'è un call center, lui lavora lì.
Mi parla delle cose buffe che gli succedono ("servizio 1254 elenco abbonati..." "pronto vorrei sapere se Tal Dei Tali c'è ancora?" "In che senso signora? vuole sapere se esiste un'utenza telefonica a nome di Tal Dei Tali?" "no voglio sapere se Tal Dei Tali è ancora vivo oppure se è morto, per favore me lo dice?"), mi parla del caldo insopportabile che si patisce nel capannone e poi mi dice quante ore fa alla settimana e quanto guadagna al mese. È una miseria. Un'autentica miseria.

E allora io parto a rimuginare che non è giusto che, per il solo fatto che uno è carcerato, ci sia qualcun altro che possa approfittarsene così. Che se uno lavora in un carcere dovrebbe avere il diritto di essere pagato come quelli che lavorano fuori dal carcere. Che altrimenti siamo ai lavori forzati, mica solo in un carcere...

Mi scappa detto solo che mi sembra proprio poco e allora lui si mette lì a spiegarmi quanti centesimi piglia a chiamata e cose così. E allora io capisco che lui non è pagato così poco perché è carcerato, lui è pagato così poco perché lavora in un call center, punto. Insomma l'eguaglianza è salva (altri valori un po' meno, forse).

Comunque la seconda puntata mi pare che possa funzionare, e nei confronti del libro e del lavoro della direttrice direi che, tra le righe, viene fuori un senso di affettuosa approvazione. Fin qui tutto bene, quindi.

lunedì 31 agosto 2009

senza passare dal via (2)

Finalmente riprende tutto. Riprende il lavoro (e a me l'idea di tornare tutti i giorni in ufficio mi mette di buon umore, che vi devo dire?) ma soprattutto questa settimana tornerò in galera dopo un mese di stacco. E non vedo l'ora. Tutto ciò secondo me dice tre cose:

1. che, in fondo, sono una brava persona
2. che in fondo e in superficie, sono una strana persona
3. che se l'ufficio e la galera mi paiono un traguardo agognato, questo agosto mica deve essermi girato poi tanto bene.

Comunque in galera dovremo metterci subito a lavorare sodo per fare la seconda puntata di quella specie di fotoromanzo che stiamo facendo. La prima è andata via liscia, ma è con la seconda che si capirà se la cosa funziona o meno. In più questa volta si parlerà di un libro sulle carceri che ha scritto la direttrice del carcere medesimo, e non ho idea i due autori come vogliano affrontare la cosa (un po' confido e un po' temo l'umorismo cattivo della detenuta). Per di più non ho capito se e quanto i due autori sono riusciti a parlarsi (perché uno è un autore ma l'altra è, in effetti, un'autrice e questo vuol dire che sono in due edifici separati e se non ci sono io a fare da chaperon, accompagnando lei da lui, questi neanche posso comunicare e riescono a vedersi solo alle riunioni di redazione congiunte del giornale del carcere, e ignoro se in agosto ce ne siano state, di riunioni).

Quando ho capito che il nostro compito era di produrre una pagina ogni due mesi mi è sembrata una cosa da nulla, probabilmente quando tutto sarà oliato, forse, la sarà pure. Al momento qualche preoccupazione per la seconda puntata io ce l'ho.

Ciò non di meno non vedo l'ora di passare quei cancelli.

giovedì 20 agosto 2009

spalancando sportelli sulla vita della gente

Scopro il progetto fotografico di Mark Menjivar: You are what you eat ("si è quel che si mangia"). Tre anni passati a girare gli Stati Uniti approfondendo il tema della fame, raccogliendo storie e chiedendo alla gente di poter fotografare l'interno del loro frigorifero, così com'era in quel momento.

E a me viene da pensare ai frigoriferi che conosco io. A mio cugino che con una famiglia di quattro persone ha un grande frigo completamente vuoto, con al centro una bottiglia da un litro e mezzo di cocacola, che tanto loro mangiano tutti, ogni giorno, dai suoceri che vivono lì accanto e lui mica vorrebbe. A me, che ho un frigo apposta solo per le cose da bere, che me l'hanno regalato e  in caso di feste o inviti estemporanei io sono già a posto (mica scherzavo a ferragosto, qui la birra c'è sempre per davvero). Alla mia amica che nel frigo ha sempre le stesse, poche, cose da bere e da mangiare, sempre quelle, sempre in quelle quantità.

Nell'ultima foto qui sotto si vede chiaramente un serpente nel freezer, la foto prima è da un signore del Texas che guadagna meno di 450 dollari al mese.

Ogni frigorifero è una storia.




[via dissapore > good magazine]

mercoledì 19 agosto 2009

un uomo da sposare...



Premessa: la maldestra fatina brasiliana che, normalmente, si occupa di tenere questa casa in realtiva grazia d'iddio è in Brasile. Torna tra un po'. Fine della premessa.

Tra i tanti possibili vantaggi dell'avere un cospicuo numero di piatti e bicchieri a me ne vengono in mente due. Uno è il poter avere a cena parecchia gente, tutta insieme, e a volte mi capita pure. L'altra è di poter mangiare per settimane senza dover lavare una stoviglia che sia una. Ecco, diciamo che a milano, nel mezzo di agosto, non è che ci siano poi così tanti amici pronti a rispondere a miei eventuali inviti, quindi sto sfruttando a fondo la seconda possibilità.

Però visto che mi sono stufato di sporcare nuovi piatti e visto che di lavare i miei vecchi proprio non se parla, ho trovato un modo per tirare avanti un po' senza aumentera la già notevole entropia di 'sta casa (no, non si tratta dei piatti di plastica che quelli li sopporto poco).
Con una scusa mi faccio prestare piatti e scodelle da qualche mio vicino, così poi - dovendogliele restituire - allora, almeno quelle, le lavo.

(questo post è solo parzialmente frutto di fantasia)

(quella cosina verde in primo piano nella foto non è uno scarrafo morto, è il picciuolo di un pomodoro)

sabato 15 agosto 2009

buon ferragosto!



Un abbraccio, giusto un filo sudaticcio, a quei pochi che passeranno di qui nel bel mezzo di agosto... e, se la si gradisce, una birra. Che a casa mia di birra ce n'è sempre.

giovedì 6 agosto 2009

senza passare dal via (1)

Sono nel cortile del carcere, accompagno la detenuta dalla sezione maschile (dove c'è la redazione in cui assieme stiamo lavorando a una specie di fotoromanzo) alla sezione femminile dove devo riportarla quando abbiamo finito di lavorare.

io - quindi oggi da voi al femminile c'è una festa...
lei - sì ma io non ci vado.
io - perché?
lei - troppa gente tutta assieme, ho dei problemi, mi mette a disagio.
io - ma sei agorafoba?
lei - proprio così...
io - be'... se sei agorafoba stare in prigione dovrebbe essere l'ideale!

(l'ho detta così, senza stare a pensarci, che se ti fermi a ragionare prima di dire una battuta perdi i tempi comici e metà dell'effetto se ne va)

lei ridacchiando - già, cosa posso volere di più?!...

(sembra avere apprezzato, forse è andata bene)

Se questo blog non torna in catalessi magari di questa cosa che tutte le settimane passo un pomeriggio in galera se ne riparla.

se al posto di lee e kirby ci fosse stato edward gorey

Alex Mitchell, giovine utente di DeviantART, dà una sua versione dei Fantastici 4 con toni goticheggianti, molto alla Edward Gorey. Bello!

... e non ho neanche uno straccetto da mettermi

In un post di Comic Alliance di qualche tempo fa, in cui si parla del restyling dei costumi dei super eroi, trovo una vertiginosa immagine dedicata ai cambi di look di Wasp (qui sotto ne vedete solo un terzo, per vedervela tutta fateci un salto e andate in fondo alla pagina).


sabato 1 agosto 2009

nuvole anomale fai da te

Da quando ho scoperto nuvole anomale (vedi post precedente) non solo seguo quel blog con costanza e divertimento, ma leggo anche i fumetti con un occhio un po' diverso, da lettore della settimana enigmistica a caccia dei dieci piccoli errori.

Eccone tre trovati di recente.

1) Il mio cuore batte a destra
Gipi pare un po' confuso, è vero che questa storia è un ideale outake da "La Mia Vita Disegnata Male" ma così male da mettere il cuore dall'altra parte è forse troppo.


(Gipi - "io, te il demonio e la magia nera" su Animals numero 3 - Coniglio Editore)



2) Se vai a Roma fa' come i romani
Questo non è proprio un errore, ma è quantomeno strano. Il sindaco di New York va in visita privata dal Papa e all'aeroporto viene a prenderlo un'auto con la guida a destra. Non che sia impossibile ma è quantomeno poco giustificato.

Io penso che per uno statunitense una cosa strana come Città del Vaticano (un minuscolo Stato europeo che sta tutto dentro la capitale di un altro Stato, difeso da buffe guardie svizzere, abitato da preti e governato da un monarca assoluto che è anche il capo religioso supremo) è così bizarra (altro che la Latveria!) che - come minimo - un'auto che ti porta lì deve avere la guida a destra, ma come minimo.


(Brian K. Vaughan testi, Tony Harris disegni, Jim Clark colori -
"Ex Cathedra"
volume 7 di Ex Machina - Wildstorm/DC Comics/MagicPress)


3) The smoking gun
Il protagonista in didascalia dice "non ho sparato un colpo" ma nella tavola dopo, in una bella splash, lo vediamo steso accanto alla propria pistola... fumante! Vatti a fidare dei poliziotti.


(Howard Chaykin e David Tischman testi - David Hahn disegni -
"Bite Club"
- Vertigo/DC Comics/Planeta Deagostini)

venerdì 31 luglio 2009

due film...

Per il primo devo aspettare il 30 ottobre:




Il secondo invece uscirà il 5 marzo 2010:




Trepido più per il primo che per il secondo. Staremo a vedere.

Sul mio sogno di vedere un film sviluppato a partire da The Doubtful Guest, invece, credo che debba farmi semplicemente una ragione e mettermi quieto...

(ispiratomi da paul the wine guy)