Oltre al lungo down di ieri pare che ci siano ben altre cose su cui riflettere, come forse già saprete siamo stati comperati da Dada. E se chi vende dice che "Splinder comunque e` in buone mani" c'è già qualcuno che sbaracca:
«Splinder è stato comprato da Dada.
Il che significa che questo blog chiude, adesso.
Detesto Dada da quando acquistò Clarence (in breve: cancellò i forum e i blog degli utenti senza preavviso, disperdendo la community che si appoggiava alla piattaforma) e non intendo ritrovarmi a scrivere come ospite sui loro server.»
da "ho fatto la ceretta al gatto" che non è proprio l'ultima arrivata.
I miei due blog in linea non sono in imminente procinto di chiusura, ma quelli di prossima apertura non apriranno a breve (e chissà, magari non apriranno qui)...
Qualche atro dubbio qui e qui.
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domenica 15 ottobre 2006
sabato 14 ottobre 2006
web, ricerche e ketchup (di ketchup poca, grazie)
Pubblicato da
andrea 403
Però non è che il web sia la soluzione di ogni problema del ricercatore. Il web è infido. Ti può dare informazioni incomplete, a volte anche sbagliate, a volte contraddittorie, può darti troppe informazioni o troppo poche. Inoltre, se poi quelle informazioni devi pubblicarle a stampa, è sempre bene avere pezze d'appoggio di una certa autorevolezza e in genere il web (wikipedia in testa) non può garantire autorevolezza.
Adesso, per lavoro, devo scoprire l'origine della ketchup, per il momento ho scoperto che non è facile...
Ora, non è che c'è proprio qualcuno che vuole davvero che io faccia questa ricerca. È che per questo testo (un articolo) che devo scrivere ho una certa libertà di scelta e c'è un punto in cui mi sembra giusto raccontare l'origine della parola ketchup.
Mi rivolgo con fiducia alla wikipedia italiana e trovo:
"Il ketchup è una salsa di origini orientali, il nome deriverebbe, infatti, dalla parola malese kecap, una salsa a base di pesce azzurro macerato e fermentato."
È risaputo che le wiki mondiali pubblicano spesso senza coordinazione alcuna tra loro e che quella in inglese è in genere la più ricca:
"It originated in Eastern Asia; the word ketchup is used in Chinese, Malay and Indonesian (e.g., kecap manis)" mmm....
Pur essendo io un disastro in francese, faccio comunque un salto sulla wiki francese e - sorpresa - non solo vi trovo l'articolo più lungo ma l'etimo che mi dà è pure un po' diverso:
"Les Anglais qui voyageaient en Orient à cette époque rapportèrent dans de petits tonneaux une sauce piquante que les chinois nomment Ké Tsiap (茄汁)".
Abbandono la wiki e mi inoltro nel mare aperto del web.
QUI mi si dice: "Infatti il termine "ketchup" è preso in prestito dal malese kecap, che in origine fu una salsa a base di pesce (soprattutto acciughe) fermentato."
QUI mi si dice: " En effet, c’est au 18e siècle que des navigateurs anglais ont rapporté d’Orient des tonnelets de sauce piquante que les Chinois appelaient "Ke Tsiap". e QUI: "l’origine le ketchup est... chinois. Au XVIIe siècle les anglais ramenèrent d’Asie du "Ke Siap".
Insomma, la pagina in italiano conferma l'etimo della wiki italiana e quelle francesi confermano la francese, così non mi si aiuta...
Già questa pagina franco-canadese mi sembra un po' meno derivativa dalla wiki: "Selon les historiens, l’origine du Ketchup remonterait à l’époque de l’Empire romaine, alors qu’une sauce nommée “garum” était faite à base d’entrailles de poissons séchés. Le mot plus connu “ketchup” proviendrait plutôt d’un mot chinois “kôe-chiap” ou “kêtsiap,” une sauce faite à base de saumure de poisson mariné ou de crustacés." Fermo restando che il francese mi è lingua presché ignota, a naso, questa mi sembra abbastanza attendibile.
Decido di proseguire per un'altra via. Dalla lettura degli articoli sulla ketchup risulta evidente come la Heinz sia stata l'artefice del successo commerciale della salsa rubra, già da fine '800. Faccio quindi una ricerca nei varî siti Heniz nazionali. Il rischio è che raccontino una storia addomesticata pro domo loro, però sull'etimo potrebbero essere sinceri.
Il sito belga della Heinz conferma quanto già sostenuto da altri: "Le Ketchup était, à l'origine, fait en Chine, à partir du jus de poisson conservé et pas à base de tomates. Le nom 'ketchup' proviendrait donc d'un mot chinois 'Kê-tsiap' qui signifie 'la saumure de poisson conservé'."
Per sicurezza faccio un salto su quello italiano è qui ogni mia certezza cade: "Ketchup è una parola strana la cui origine non è stata ancora accertata dai linguisti.
Alcuni la collegano al Francese escabeche che, nonostante suoni completamente differente, pare sia il nome di una marinata o di una salsa da cucina. Altri invece pensano che derivi da dal cinese ketsiap che si riferisce ad una salamoia di pesce sottaceto. Secondo un dizionario del XVII secolo, comunque, catchup è una forte salsa tipica dell’India orientale (in alcune zone degli USA, infatti, ketchup si scrive ancora “catsup” o “catchup”).
La migliore definizione è forse quella fornita dall’edizione del 1831 del “Domestic Chemist”, secondo la quale è una salsa il cui nome può essere pronunciato da chiunque ma scritto da nessuno.
Basta, abbandono la ketchup su internet.
In realtà sarebbe sufficiente consultare i miei tre dizionari etimologici per vedere quale sia la lezione più diffusa tra i nostri linguisti. Purtroppo però tutti i miei libri sono in ordinate scatole di cartone, a riempire il mio box. Ma a me non la si fa, ho sempre un asso nella manica io, in questo caso nella persona dell'amica a cui già chiesi le attestazioni in lingua italiana di "stronzata" e "cazzata".
Tutti dovrebbero avere una cara amica che lavora in un posto dove si fanno dizionari conto terzi.
Ah... io (per simpatia con la maionese e la senape) continuo a dire e scrivere la ketchup la ketchup... ma Giorgio De Rienzo è molto chiaro: "Nei dizionari italiani "ketchup", che è sostantivo inglese invariabile, è classificato come sostantivo invariabile maschile." ehm... sarà bene tenerlo presente...
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dubbi...
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andrea 403
Splinder giù per circa otto ore... prossimamente dovrò aprire altri tre blog (di cui uno per le notizie dei cani, che così non si può andare avanti) mi chiedo se Splinder sia poi la scelta giusta.
giovedì 12 ottobre 2006
in scena, per 54 anni, senza staccare un giorno
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andrea 403
Senza arrivare mai al grande successo Billy vivrà di incisioni e soprattutto di serate fino a tutti gli anni settanta (in realtà il combo di cui è leader nel '58 ha anche l'occasione di conquistare la fama nazionale, ma Tipton sceglie diversamente, rifiutando un'importante scrittura a Reno e originando una crisi che porterà allo scioglimento del gruppo).
Negli anni '80 lavorerà, un po', come agente di altri artisti. Ma gli ultimi anni della sua vita saranno i più mesti. Senza un soldo, senza una famiglia (con alle spalle cinque matrimoni, tre figli) finirà i suoi giorni da solo, in una roulotte nella periferia di Spokane, stato di Washington. Il 21 gennaio del 1989 Tipton muore, a 74 anni, per le conseguenze di un'ulcera.
Se in vita Billy Tipton non ha mai guadagnato gli onori della stampa nazionale, con la sua morte arriva anche la fama a livello mondiale. Lo sbigottito medico legale che si occuperà di refertarne il decesso, scoprirà infatti che Billy Tipton era in realtà una donna. Dorothy Lucille Tipton ha infatti finto di essere un uomo per oltre 50 anni, e non lo ha fatto solo col pubblico, ma ha finto anche con i colleghi, le mogli e i figli...
Grazie alla complicità delle due cugine presso la cui famiglia la giovane Dorothy vive, nasce Billy Tipton, un personaggio che presto s'imporrà alla realtà facendo scomparire del tutto Dorothy. L'aspetto più incredibile di questa vicenda riguarda sicuramente la vita privata di Dorothy/Billy, con le sue cinque mogli e tre figli (adottivi) avuti con l'ultimo matrimonio.
All'indomani della morte la stampa si scatena alla ricerca di parenti e amici da intervistare, molti preferiscono tacere, quelli che non lo fanno si dividono in due netti schieramenti: coloro che affermano di non aver mai saputo nulla di "Dorothy" e coloro che dicono di aver saputo. Tra coloro che nulla avevano capito anche qualche moglie e uno dei tre figli. Documenti falsi e la storia di un incidente d'auto che avrebbe leso genitali e torace del povero Tipton avrebbero fornito la copertura alla sua storia, anche per gli affetti più cari.
Il finale è triste, tutto il can can sollevato dopo la morte di Tipton porta a tali divisioni tra i parenti che perfino le sue ceneri vengono divise tra i due schieramenti: una parte agli inconsapevoli, una parte ai consapevoli.
Per per oltre mezzo secolo Billy Tipton è stato in scena, e non solo quando era su un palco, ma anche nella vita privata. Evitando i medici per cinquant'anni, comprimendosi il seno con una fascia, cambiando spesso città, forse rinunciando deliberatamente al grande successo per paura che la fama avrebbe portato con sé troppi rischi di uno smascheramento.
In scena ogni giorno, tutto il giorno, giorno dopo giorno, ora dopo ora. Per 54 anni.
Altro che i reality show!
La vicenda di Billy Tipton ha avuto una notevole fortuna: rappresentata in tre commedie e in un musical è anche servita da spunto alla scrittrice Jakie Kay per il suo romanzo Trumpet (La Tartaruga, 2000).
Le Tiptons sono; Amy Denio: sax alto, voce, Jessica Lurie: sax alto e tenore, voce, Tina Richerson: sax tenore, voce, Tobi Stone: sax baritono, voce, Faith Stankevich: batteira (ha recentemente sostituito la percussionista Elizabeth Pupo-Walker)
Sono bravissime. E hanno pure una predilezione per l'Italia (solo negli ultimi tre anni ho visto qui quattro loro concerti, uno più bello dell'altro). Tra fine ottobre e i primi di novembre dovrebbero essere di nuovo in Europa, se passano dalle parti di casa vostra vale sicuramente la pena che le andiate a vedere (ma non è necessario che vi fidiate di me, in rete ci sono prove inoppugnabili della cosa, continuate a leggere).
Link
QUI trovate la storia di Billy Tipton ben raccontata da Rosanna Fiocchetto. Nella parte finale dell'articolo l'autrice accenna brevemente a molti altri casi storici di donne che hanno assunto identità maschili (soprattutto in ambiti religiosi e militari, ma non solo). Molto molto interessante.
QUI una timeline fotografica della vita di Tipton. È tratta dal sito della studiosa Diane Middlebrook che a Billy Tipton ha dedicato una biografia. Nel sito anche file audio con la voce e la musica di Tipton.
La biografia di Tipton è inedita in italia, della Middlebrook l'editrice Le Lettere ha pubblicato la biografia della poetessa Anne Sexton.
QUI la storia di come la scoperta del Billy Tipton Memorial Saxophone Quartet prima, della storia della vita di Billy Tipton poi, e quindi la lettura del libro di Jackie Kay abbia aiutato una tipa, Giulia, nel suo percorso per diventare Eugenio.
QUI la pagina MySpace delle Tiptons. Dove è possibile ascoltare (e scaricare!) quattro loro brani. Ascoltate almeno "12 Days", per favore.
Ah, le Tiptons sono così ganze che hanno dedicato una canzone a una delle città invisibili di Italo Calvino, Zemrude, anche questa la trovate in linea.
QUI il sito delle Tiptons.
QUI la pagina MySpace di Amy Denio.
QUI il sito di Amy Denio.
QUI la pagina MySpace di Jessica Lurie.
QUI il sito di Jessica Lurie.
QUI la pagina MySpace di Tobi Stone.
intimismo
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andrea 403
QUI quadri dipinti (con le tette) dalla doppiatrice statunitense Angel Tolentino. In realtà il sito (www.breastpals.com) che vendeva i quadri veri e propri non è più in linea da un po' (sì, seguo con interesse questo movimento artistico da qualche anno). Adesso si può comperare una vasta gamma di oggetti di merchandising riproducenti i suddetti quadri (opere, per altro, davvero brutte e infantili).
QUI in vendita quadri dipinti (con la sua natura) da ~J~ (che si può vedere all'opera qui, mentre qui si può ammirare una ricca galleria dei suoi "vagina paintings"). ~J~ realizza autoritratti di parti del suo corpo (in genere della propria vagina depilata, ma usa anche i seni e - a richiesta - altre parti ancora).
45 dollari per un quadro fatto di suo estro, 75 per un quadro su commissione. L'artista è stata censurata da eBay e quindi adesso lì non può più vendere le sue opere.
QUI in vendita quadri dipinti (letteralmente col cazzo) da Pricasso (che in italiano potrebbe tradursi Picazzo) con la firma a imitare quella del sommo pittore catalano (e così la Rete non ci ha risparmiato neanche questo). Pricasso si presenta come "The Worlds Greatest Penile Artist", il che farebbe temere l'esistenza di altri. Una tela 60 x 50 viene via a 295 dollari, ma è incluso un DVD della performance (sconti per acquisti cumulativi). Pezzo forte della collezione: un ritratto di Geroge W. Bush (parte della serie "world leaders").
E qua ci starebbe bene un caustico commento di chiusura, ma proprio non mi viene... Fate pure voi...
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martedì 10 ottobre 2006
meglio contro bene: 1 a 1 (palla al centro e nuovo blog)
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andrea 403
Un paio di settimane dopo l'apertura di 'stacosa posso dire che non sta funzionando come me la immaginavo. Non che funzioni male, ma funziona diversa.
I miei post sono al contempo meno e di più (ossia sono numericamente meno numerosi rispetto alle cose interessanti che incontro e di cui vorrei mantenere traccia e sono, in genere, più strutturati e lunghi di quello che mi sarei aspettato, quindi mi pigliano più tempo quindi, necessariamente, sono meno numerosi). Insomma, il meglio (che ottengo, ma solo sporadicamente) continua a essere nemico del bene (che invece richiede continuità).
Visto che però la piega che sta prendendo 'stacosa non mi dispiace (non che ne sia proprio soddisfatto, anzi, ma mi piacerebbe migliorarla seguendo l'indirizzo che ha preso) s'impone l'istituzione di un'altra cosa. Uno spazio che assolva all'originaria funzione pensata per 403, una scatola dove mettere le cose in cui inciampo, cose a cui non ho la possibilità di dare spazio subito e su cui vorrei tornare, cose piccole, grandi, anche minuscole che potrebbero tornar buone poi.
Chissà come si svilupperà la dialettica tra 'stacosa e l'altra cosa?...
In ogni caso quest'altra cosa la trovate qui (oltre che, d'ora in poi, nella colonna qui a sinistra, per il momento tra gli amici).
I miei post sono al contempo meno e di più (ossia sono numericamente meno numerosi rispetto alle cose interessanti che incontro e di cui vorrei mantenere traccia e sono, in genere, più strutturati e lunghi di quello che mi sarei aspettato, quindi mi pigliano più tempo quindi, necessariamente, sono meno numerosi). Insomma, il meglio (che ottengo, ma solo sporadicamente) continua a essere nemico del bene (che invece richiede continuità).
Visto che però la piega che sta prendendo 'stacosa non mi dispiace (non che ne sia proprio soddisfatto, anzi, ma mi piacerebbe migliorarla seguendo l'indirizzo che ha preso) s'impone l'istituzione di un'altra cosa. Uno spazio che assolva all'originaria funzione pensata per 403, una scatola dove mettere le cose in cui inciampo, cose a cui non ho la possibilità di dare spazio subito e su cui vorrei tornare, cose piccole, grandi, anche minuscole che potrebbero tornar buone poi.
Chissà come si svilupperà la dialettica tra 'stacosa e l'altra cosa?...
In ogni caso quest'altra cosa la trovate qui (oltre che, d'ora in poi, nella colonna qui a sinistra, per il momento tra gli amici).
bye bye Kofi
Pubblicato da
andrea 403
*** Ban Ki-Moon "NEW YORK, 9 OTT - L'Onu ha designato il ministro degli esteri sudcoreano Ban Ki-Moon alla successione al segretario generale Kofi Annan . L'annuncio della scelta del sudcoreano Ban Ki-Moon è stato fatto dall'attuale presidente del consiglio di sicurezza, l'ambasciatore giapponese Kenzo Oshima. La designazione del sudcoreano dovra' adesso essere confermata ufficialmente dall'Assemblea Generale dell'Onu, un'approvazione che appare scontata" (fonte ANSA).
*** Google Moon versione lunare di Google Earth: meno completa, meno utile e meno divertente.
*** Keith John Moon "è stato il batterista che nel corso della sua vita ha distrutto più batterie su cui qualsiasi altro batterista abbia avuto modo di suonare sopra, si ispirava al batterista dei Muppet Animal e con il suo carattere pazzo e giocoso conquistò tutti i membri del gruppo" [sic] (fonte The Who's italian page). Keth Moon è il secondo, e più famoso batterista degli Who. Muore a 32 anni, a Londra nel 1978, per overdose di medicinali legati all'abuso di alcool.
*** Marquee Moon disco d'esordio dei Television, "capolavoro assoluto dell'intera new wave, è una struggente rivisitazione della vecchia psichedelia underground, un mosaico di accompagnamenti dissonanti e assoli stranianti, entrambi impostati sulla ripetizione monotona della stessa frase e su variazioni di timbro. Le canzoni sono segnate soprattutto dalle straordinarie frasi di chitarra di Verlaine. Basi blues, riff irresistibili ricchi di arpeggi, feedback, tremoli e glissati, assoli bizzarri, vagamente jazzati che strizzano l'occhio anche ad alcune suggestioni orientali" (fonte OndaRock).
*** Reverendo Moon (Sun Myung Moon), è fondatore ed attuale capo della Chiesa dell'unificazione (quella dello scandalo di monsignor Milingo). "Con fede, obbedienza e amore assoluti, il Rev. Moon si è dedicato alla chiamata di Gesù. Attraverso la forza di Dio e dei Principi, nonostante le molteplici persecuzioni, ha saputo portare a termine il lavoro a cui Gesù lo aveva chiamato" (fonte True Love).
*** Sailor Moon "è il titolo con cui sono universalmente noti un fumetto giapponese creato da Naoko Takeuchi (竹内直子(たけうちなおこ?) e il suo rispettivo anime. Esportato in numerosi paesi esteri, l'anime è diventato uno dei maggiori successi dell'animazione giapponese su scala planetaria lungo gli '90 presso il pubblico infantile, adolescente e di giovani adulti appassionati del genere" (fonte Wikipedia).
*** Google Moon versione lunare di Google Earth: meno completa, meno utile e meno divertente.
*** Keith John Moon "è stato il batterista che nel corso della sua vita ha distrutto più batterie su cui qualsiasi altro batterista abbia avuto modo di suonare sopra, si ispirava al batterista dei Muppet Animal e con il suo carattere pazzo e giocoso conquistò tutti i membri del gruppo" [sic] (fonte The Who's italian page). Keth Moon è il secondo, e più famoso batterista degli Who. Muore a 32 anni, a Londra nel 1978, per overdose di medicinali legati all'abuso di alcool.
*** Marquee Moon disco d'esordio dei Television, "capolavoro assoluto dell'intera new wave, è una struggente rivisitazione della vecchia psichedelia underground, un mosaico di accompagnamenti dissonanti e assoli stranianti, entrambi impostati sulla ripetizione monotona della stessa frase e su variazioni di timbro. Le canzoni sono segnate soprattutto dalle straordinarie frasi di chitarra di Verlaine. Basi blues, riff irresistibili ricchi di arpeggi, feedback, tremoli e glissati, assoli bizzarri, vagamente jazzati che strizzano l'occhio anche ad alcune suggestioni orientali" (fonte OndaRock).
*** Reverendo Moon (Sun Myung Moon), è fondatore ed attuale capo della Chiesa dell'unificazione (quella dello scandalo di monsignor Milingo). "Con fede, obbedienza e amore assoluti, il Rev. Moon si è dedicato alla chiamata di Gesù. Attraverso la forza di Dio e dei Principi, nonostante le molteplici persecuzioni, ha saputo portare a termine il lavoro a cui Gesù lo aveva chiamato" (fonte True Love).
*** Sailor Moon "è il titolo con cui sono universalmente noti un fumetto giapponese creato da Naoko Takeuchi (竹内直子(たけうちなおこ?) e il suo rispettivo anime. Esportato in numerosi paesi esteri, l'anime è diventato uno dei maggiori successi dell'animazione giapponese su scala planetaria lungo gli '90 presso il pubblico infantile, adolescente e di giovani adulti appassionati del genere" (fonte Wikipedia).
lunedì 9 ottobre 2006
prove tenniche di trasmissione
Pubblicato da
andrea 403
Per venire incontro ad alcuni utenti con handicap percettivi più o meno socialmente riconosciuti (problemi di vista, utenza windows) ho fatto qualche cambiamento a 'stacosa: modificato qualche colorino (che mi sa che presto ricambierà), aggiunti i commenti in pop up (così i microsoffici dovrebbero poter goderne pienamente anch'essi), aumentato il corpo di post e titoli.
Buona lettura,
il tenutario
Buona lettura,
il tenutario
domenica 8 ottobre 2006
l'invincibile sconfitto
Pubblicato da
andrea 403
Siamo al Giro d'Italia del 1946, il giro della ricostruzione. Nell'Italia del dopoguerra la gente sogna grazie a Bartali, Coppi e alla radio e la gazzetta che raccontano le loro gesta.
Il giovane Luigi Malabrocca, di Trotona, detto il Cinese per via di due occhi un po' a mandorla, si ritrova ad essere il fanalino di coda del giro. Dopo poco scopre che dei tanti posti in classifica a cui può ambire, quello non è certo il peggiore. La sua famiglia non è ricca, lui fa il ciclista per mestiere e scopre che essere l'ultimo del giro, beh, può diventare un mestiere anche quello. La gente prova simpatia per lui, per la "maglia nera" (definizione inventata apposta, in opposizione alla maglia rosa che guida la classifica). Cominciano ad arrivare i regali, in natura, ma anche in contanti. A fine giro ha guadagnato di più con i "premi tappa" dei tifosi che non con l'ingaggio della squadra.
La sua carriera è segnata, non è che non abbia dei numeri, anzi il Cinese è un corridore forte e resistente, ma non può certo ambire alle vette del Giro d'Italia e la maglia nera rende sempre meglio. Nel 1947 a fine giro, come ultimo in classifica Malbrocca ha guadagnato più del terzo. Ma non è che basta arrivare ultimo, bisogna farlo bene. Bisogna non arrivate fuori tempo massimo che si verrebbe squalificati, bisogna concedersi alla stampa e mantenere la simpatia del pubblico. E Malbrocca lo sa fare.
Nel 1948 la sua squadra non partecipa al Giro d'Italia, ma l'anno successivo la storia della maglia nera arriva al suo culmine. Nel 1949 Malabrocca, per la prima volta, ha un antagonista.
Quell'anno il giro è più seguito che mai, la radio ha messo in pista il Giringiro, un varietà dopo corsa - scritto da Garinei e Giovannini e condotto da Mario Riva - che ha un grande successo. Gli autori del Giringiro capiscono quanta presa possa avere la maglia nera sul pubblico e la trasmissione contribuisce non poco ad aumentarne il mito (e il premio in denaro che arriverà a fine giro).
Quell'anno, all'ultimo momento, è stato chiamato a partecipare alla corsa Sante Carollo, un muratore vicentino di 25 anni che deve sostituire un campione infortunato. Carollo è un disastro, sin dalla prima tappa si fa staccare dal gruppo di ore. E mentre Carollo si dispera e si vergogna per la sua ultima posizione in classifica, Malabrocca comincia a preoccuparsi.
E fa bene. Carollo non ci mette molto a capire di trovarsi in una posizione che può fruttargli parecchio. Malabrocca corre ai ripari, le immagina tutte pur di rallentare, provoca o s'inventa forature, pedala al minimo accettabile, arriva perfino a infrattarsi per lasciar passare gli altri. Mentre in vetta alla classifica Bartali e Coppi si sfidano in velocità (vincerà Coppi) in coda Carollo e Malabrocca si sfidano in lentezza, con un confronto che arriverà ad appassionare i tifosi quasi quanto quello per la testa.
Il direttore del giro arriva a convocarli per richiamarli all'ordine, in una gara pensata per premiare il corridore più veloce d'Italia, tutta questa attenzione e simpatia per il più lento pare sconveniente. E poi i cronometristi non ne possono più. Troppe le ore di lavoro fatte in più per aspettare i due contendenti alla maglia nera. I cronometristi minacciano di scioperare. Il direttore vorrebbe che trovassero un accordo almeno per contenere i ritardi, Malabrocca di suo ci aveva anche già provato, ma Carollo tiene duro, sta vincendo (ossia perdendo) con un buon margine e sente di avere la maglia nera in pugno.
Quel giro finirà con un'epica tappa Novara-Milano, Carollo forte delle sue due ore e venti di vantaggio (ossia di svantaggio) su Malabrocca arriva col gruppo senza curarsi troppo del rivale, ma il Cinese sta per superare se stesso: copre i 40 chilometri della tappa in 3 ore e 16 minuti, cito dalla gazzetta: "approfittò di una foratura, entrò in un’osteria, accettò prima da bere, poi l’invito a casa di un tifoso che gli voleva mostrare una particolare attrezzatura per la pesca, infine si rimise in sella e pedalò al minimo. Un trionfo al contrario". Malabrocca recupera tutto il margine di Carollo e chiude il giro con un quarto d'ora in più dell'avversario. Ma la maglia nera non sarà comunque sua. I cronometristi infatti, estenuati dal suo ritardo, se ne sono andati a casa assegnandogli un tempo di fantasia che garantisce a Carollo una sconfitta (ossia una vittoria) con margine.
È l'ultimo giro per Luigi Malabrocca che lascia il ciclismo e si mette a fare il pescatore sul Ticino. È anche il primo e ultimo giro per Sante Carollo che lascia anche lui il ciclismo.
Ma la storia del Cinese non è finita qui. Passano due anni e Malabrocca si lascia convincere dall'amico giornalista Adriano Dezan a partecipare al primo campionato di ciclocampestre, una nuova disciplina che sembra fatta apposta per le doti atletiche dell'ex perdente professionista.
È il 1951: ultimo sulla strada, Luigi Malabrocca sarà il primo nel fango, diventando campione d'Italia di ciclocross e bissando il successo nel 1953.
Malabrocca è morto a 86 anni giusto una settima fa. La sua storia oltre che nello spettacolo di Matteo Caccia (che sarà in giro per teatri la prossima stagione) è raccontata nel libro Coppi, Bartali, Malabrocca e Carollo di Benito Mazzi. Qui e qui due recensioni (Avvenire e Stampa) del libro.
Qui il coccodrillo della gazzetta per la sua morte.
Qui la voce Wikipedia su di lui.
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sabato 7 ottobre 2006
comprereste un'auto usata da Steven D. Levitt?
Pubblicato da
andrea 403
L'informazione è un faro, un randello, un ramo d'ulivo, un deterrente, dipende da chi la maneggia e come lo fa. L'informazione è così potente che il solo presumerla, anche quando questa informazione non esista davvero, può avere l'effetto di destare dal torpore. Prendiamo il caso di un'auto con un giorno di vita.
Il giorno in cui un'auto esce dal concessionario è il peggiore della sua vita, in un istante perde un quarto del proprio valore. Può sembrare assurdo, ma sappiamo che è così. Una macchina nuova comperata per 20.000 dollari non la si può vendere per, diciamo, più di 15.000 dollari. Perché? Perché l'unica persona che, a rigor di logica, vorrebbe vendere un'auto nuova fiammante è qualcuno che ha scoperto che quell'auto è un catorcio. Così, anche se l'auto non è un catorcio, il potenziale acquirente presuppone che lo sia. Suppone che il venditore abbia qualche informazione sulla macchina che lui, il compratore, non ha - e il venditore viene punito per questa presunta informazione.
E se l'auto è un catorcio? Il venditore farebbe bene ad aspettare un anno per venderla. Dopo un anno, il sospetto di catorceria sarebbe svanito, ci sarebbe chi vende auto vecchie d'un anno in perfetto stato e il catorcio vi si confonderebbe in mezzo, fruttando anche più di quel che vale.
Sono senza i miei libi, dizionari inclusi, ho tradotto con le risorse della rete. E mentre cercavo (inutilmente) di venire a capo di una frase ho scoperto che qualcuno, qui ha messo on line il pdf di tutto il libro. Il che - oltre che sicuramente illegale - è comodo per fare ricerche nel testo (e per fare il copia e incolla volendo chiedere aiuto a un altro amico che fa, tra le varie cose, il traduttore per mestiere).
fare la differenza
Pubblicato da
andrea 403
Alla fine del 1997 una tipa in California sale su una sequoia secolare destinata all'abbattimento. Si tratta di una protesta di un gruppo di ecologisti che spera così di impedirlo. L'idea della tipa è quella di restare lì qualche settimana. Per i due anni successivi non scenderà più, vivendo da sola su una piccola piattaforma a sessanta metri da terra, esposta alle intemperie e ai tentativi di farla desistere da parte dei disboscatori.
A me piacciono molto le storie di singole persone che riescono a fare differenza, a combinare - da sole - qualcosa d'importante per gli altri. E la storia di Julia Butterfly Hill (la tipa) e di Luna (la sequoia) la trovo poetica e significativa. Un po' non mi capacito che ne abbia saputo all'epoca e che poi me la sia scordata. Per fortuna l'altro giorno sono passato da questo post che me l'ha fatta ricordare.
Qui la storia (in inglese) raccontata da lei medesima, ci sono anche piccole belle foto della sua vita su Luna. Il tutto dal sito di Circle of Life l'organizzazione ambientalista da lei co-fondata.
Qui trovate qualcuno che vi racconta (in italiano) questa storia con un po' più di particolari di quanto non abbia fatto io.
Se volete ancora più particolari non vi resta che comperarvi il libro che Julia ha scritto su questa esperienza.
blog on blog
Pubblicato da
andrea 403
Mi piacciono le liste di liste, le canzoni che parlano di canzoni, i quadri che ritraggono quadri, i blog che parlano di blog. Questo è uno.
venerdì 6 ottobre 2006
il pane e le rose
Pubblicato da
andrea 403
Quando si è troppo voraci nel consumare storie (come mi capita) poi passa qualche anno e succede che ce le si dimentica (ed è anche per questo che faccio 'sta cosa del blog, per non dimenticarle proprio tutte).
Qualche giorno fa ricevo un sms da un'amica che mi chiede se mi viene in mente un nome per un ristorante, di futura apertura, sincero e democratico (definizione mia).
Tra il serio e il faceto le rispondo "Il pane e le rose".
Passa mezza giornata, altro sms. Lei mi chiede l'origine della citazione.
Io con fare saccente mi accingo a rispondere e scopro che, ohibò, non la so. La sapevo, anni fa, ma adesso proprio non la so.
Vabbe'... Il pane e le rose è la storica collana della Savelli che si trovava a pacchi nei remainders nei primi anni '80 (best seller della collana: la prima edizione di Porci con le ali, tanto per dire). In tempi recenti è stato anche un film di Ken Loach (che non vidi). Ma l'origine? Nella mia beata ignoranza (ignoranza di ritorno che, per certi versi, è pure più grave) penso che possa essere una citazione da qualche autore socialista, di quelli un po' fighi (preoccupato che il popolo avesse anche dell'altro, oltre alla sussistenza). Con questa idea apro google e mi metto a cercare.
Non mi ci vuole molto per uscire dalle tenebre.
Voi la sapete di sicuro, ma faccio finta che ci sia qualcuno, come me, che non se la ricorda e gliela ri-racconto.
1912 siamo a Lawrence, Massachusetts, le industrie tessili della città adoperano operaie e operai immigrati che lavorano per 56 ore la settimana per un salario che riesce a malapena a garantire la loro sopravvivenza. Una sorta di babele industriale, qui si parlano 25 lingue diverse.
Il primo gennaio entra in vigore una legge statale che impone la riduzione dell'orario di lavoro per donne e bambini a 54 ore. Il primo risultato è una conseguente riduzione della paga, già da fame (e se, non ho capito male, vengono pure accelerate un po' le macchine delle linee di produzione, non sia mai che con la riduzione d'orario dovesse calare produttività).
La situazione è insostenibile e il 12 gennaio più di 25.000 operaie ed operai della città scendono in sciopero. Sciopero che durerà due mesi e che passerà alla storia come lo "sciopero del pane e delle rose" per via dello slogan “we want bread, and roses, too” presente sugli striscioni di alcune operaie. Nonostante una repressione inizialmente dura gli scioperanti non desistono. Il 14 marzo la vittoria. Gran parte delle richieste viene accolta (tra cui un aumento del 25% dei salari minimi).
Riscoprendo questa storia mi sono commosso. L'idea che questa frase non l'avesse pensata un qualche illuminato intellettuale che avendo già, per sé, pane e rose ne sognasse, sacrosantamente, anche per tutti gli altri, ma che invece lo slogan fosse venuto in mente a delle donne che, un secolo fa, per uno stipendio da mera sussistenza, lavoravano ai telai nove ore al giorno, tutti i giorni tranne la domenica... beh questa idea mi ha fatto proprio venire i lucciconi agli occhi.
Vogliamo il pane e anche le rose.
Poi uno fa un paio di verifiche prima di pubblicare il suo bravo post nel suo bravo blog e scopre che l'attribuzione della maternità dello slogan alle operaie di Lawrence è certamente scorretta (la poesia "Bread and Roses" di James Oppenheim è stata pubblicata nel 1911). Altre operaie e altre manifestazioni avrebbero visto la nascita della richiesta di "pane e rose" (a Chicago durante uno sciopero nel 1911, oppure l'8 marzo del 1908 a New York durante un'imponente corteo di 15.000 donne che chiedevano orari più umani).
Be'... poco cambia, sempre lucciconi sono.
Qualche giorno fa ricevo un sms da un'amica che mi chiede se mi viene in mente un nome per un ristorante, di futura apertura, sincero e democratico (definizione mia).
Tra il serio e il faceto le rispondo "Il pane e le rose".
Passa mezza giornata, altro sms. Lei mi chiede l'origine della citazione.
Io con fare saccente mi accingo a rispondere e scopro che, ohibò, non la so. La sapevo, anni fa, ma adesso proprio non la so.
Vabbe'... Il pane e le rose è la storica collana della Savelli che si trovava a pacchi nei remainders nei primi anni '80 (best seller della collana: la prima edizione di Porci con le ali, tanto per dire). In tempi recenti è stato anche un film di Ken Loach (che non vidi). Ma l'origine? Nella mia beata ignoranza (ignoranza di ritorno che, per certi versi, è pure più grave) penso che possa essere una citazione da qualche autore socialista, di quelli un po' fighi (preoccupato che il popolo avesse anche dell'altro, oltre alla sussistenza). Con questa idea apro google e mi metto a cercare.
Non mi ci vuole molto per uscire dalle tenebre.
Voi la sapete di sicuro, ma faccio finta che ci sia qualcuno, come me, che non se la ricorda e gliela ri-racconto.
1912 siamo a Lawrence, Massachusetts, le industrie tessili della città adoperano operaie e operai immigrati che lavorano per 56 ore la settimana per un salario che riesce a malapena a garantire la loro sopravvivenza. Una sorta di babele industriale, qui si parlano 25 lingue diverse.
Il primo gennaio entra in vigore una legge statale che impone la riduzione dell'orario di lavoro per donne e bambini a 54 ore. Il primo risultato è una conseguente riduzione della paga, già da fame (e se, non ho capito male, vengono pure accelerate un po' le macchine delle linee di produzione, non sia mai che con la riduzione d'orario dovesse calare produttività).
La situazione è insostenibile e il 12 gennaio più di 25.000 operaie ed operai della città scendono in sciopero. Sciopero che durerà due mesi e che passerà alla storia come lo "sciopero del pane e delle rose" per via dello slogan “we want bread, and roses, too” presente sugli striscioni di alcune operaie. Nonostante una repressione inizialmente dura gli scioperanti non desistono. Il 14 marzo la vittoria. Gran parte delle richieste viene accolta (tra cui un aumento del 25% dei salari minimi).
Riscoprendo questa storia mi sono commosso. L'idea che questa frase non l'avesse pensata un qualche illuminato intellettuale che avendo già, per sé, pane e rose ne sognasse, sacrosantamente, anche per tutti gli altri, ma che invece lo slogan fosse venuto in mente a delle donne che, un secolo fa, per uno stipendio da mera sussistenza, lavoravano ai telai nove ore al giorno, tutti i giorni tranne la domenica... beh questa idea mi ha fatto proprio venire i lucciconi agli occhi.
Vogliamo il pane e anche le rose.
Poi uno fa un paio di verifiche prima di pubblicare il suo bravo post nel suo bravo blog e scopre che l'attribuzione della maternità dello slogan alle operaie di Lawrence è certamente scorretta (la poesia "Bread and Roses" di James Oppenheim è stata pubblicata nel 1911). Altre operaie e altre manifestazioni avrebbero visto la nascita della richiesta di "pane e rose" (a Chicago durante uno sciopero nel 1911, oppure l'8 marzo del 1908 a New York durante un'imponente corteo di 15.000 donne che chiedevano orari più umani).
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giovedì 5 ottobre 2006
pel piacer di porle in lista
Pubblicato da
andrea 403
"I Remember" legacy
Joe Brainard - I Remember
Joe Brainard - More I remember
Joe Brainard - More I remembrer more
Joe Brainard - I remember Christmas
Georges Perec - Je me souviens
Matteo B. Bianchi - Mi ricordo
Franco Mondini - Fuck Fiction
Manuel Furru - Mi ricordo (www.manuelfurru.eu)
Mi ricordo gli anni Ottanta
incalcolabili post in giro per la blogosfera
siti devoti a ospitare liste
(in italiano)
Ecolaliste
(in francese)
Ecolalie
EcolaListes
(in inglese)
The McSweeney's Book of Lists
canzoni italiane il cui testo è una lista
Quelli che - Enzo Jannacci (con Beppe Viola)
Il cielo è sempre più blu - Rino Gaetano
Nun te reggae più - Rino Gaetano
Enver - Offlaga Disco Pax
Inventario - La Crus
Ma chi ha detto che non c'è - Gianfranco Manfredi
canzoni italiane il cui testo è una lista ripetitiva e crescente
Il coro delle puzzole - Bruno Lauzi [courtesy of sparidinchiostro]
La mosca mora - Trad. (mp3 QUI)
Alla fiera dell'est - Angelo Branduardi
successive versioni di un testo di fabrizio venerandi
persone unite contro goldrake
pippols: lista autarchica di gente che ha perso la faccia
ringraziamenti
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mercoledì 4 ottobre 2006
primi videogame: dalle origini ai giorni loro
Pubblicato da
andrea 403
Non sono un appassionato di videogiochi. Mai lo fui. A me giocare coi videogiochi, nel migliore dei casi, annoia.
Però sono affascinato dall'archelogia informatica. I primi computer, le prime interfacce, i primi videogiochi. Mi piace molto l'iconicità di certe immagini, come il campo di gioco di Pong o gli alieni di Space Invaders. Il testo che segue (che è poco più di una scusa per mettere in fila qualche immagine del PDP-1 e di Spacewar) assieme a quello del prossimo post sull'argomento, si basa su una mia prefazione di un volume di Diabolik uscito in allegato a Repubblica, qui ampiamente rimaneggiata.
Nel 1962 alcuni studenti del M.I.T. (Stephen "Slug" Russell, Martin Graetz e Wayne Witanen, aiutati da qualche amico) creano un programma in grado di far muovere, attraverso due piccole leve, dei puntini luminosi sullo schermo rotondo di un computer PDP-1 (il primo computer commerciale a usare un video e una tastiera, look da fantascienza anni '50, delizioso). È nato Spacewar, un rudimentale videogioco di ambientazione spaziale che attraverso arpanet (la rete militare e universitaria poi diventata internet) si diffonde nell’ambiente delle università americane.
Datare la nascita dei videogiochi non è però cosa semplice. Per alcuni si deve risalire al 1958 quando il fisico Willy Higinbotham usò un elaboratore elettronico per realizzare una simulazione del tennis (Tennis for two) che impiegava un oscilloscopio, lo scopo ultimo però non era quello di giocare ma di rendere la sua materia un po’ più attraente per gli annoiati allievi.
Altri ancora ritengono che il primo videogame sia stato il leggendario Pong. Non è così, è però vero che prima dell’arrivo di Pong quasi nessuno sapeva dell’esistenza dei videogiochi. Per tutti gli anni ’60 infatti Spacewar sarà giocato solo da quei pochi studenti universitari che potevano mettere le mani su un computer PDP-1, per vedere un videogioco fuori da un’università o da un laboratorio di ricerca bisognerà attendere gli anni ’70.
QUI un trovate lunghissimo articolo (in italiano, che comunque no, non ho letto) sull'origine di Spacewar scritto da Graetz, uno dei suoi creatori.
Computer Space, il primo videogame a gettone per sale giochi, è del 1971. Fortemente ispirato a Spacewar, Computer Space manca il successo poiché troppo macchinoso per un pubblico abituato a i semplici flipper meccanici. Ma il boom dei videogiochi è ormai dietro l’angolo e il 1972 sarà l’anno di Pong e di Odissey.
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