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venerdì 17 maggio 2013

1.000 e non più 1.000

È sempre successo: a dei momenti di relativa attività questo blog alterna periodi (anche lunghi) in cui non scrivo, non aggiorno, alle volte neanche ci penso a 403.

Ecco, adesso è uno di questi momenti e, curiosamente, cade in corrispondenza di un traguardo tondo tondo dato che questo che state leggendo è il millesimo post di errore 403.

(ehm... mi faccio i complimenti da me? mah...)

Io avrei pure lasciato passare la nottata così, senza star lì a cinquantarla più di tanto, ricominciando a pubblicare col millesimo post e via! Ma visto che al mio più antico lettore fanno tristezza i blog non aggiornati e non formalmente chiusi, volentieri gli vengo incontro chiudendo 403 fino a data da destinarsi.
D'altronde, da queste parti, è un periodo in cui ogni minima energia scrittoria vuole proprio essere dedicato al lavoro.

Arrivederci!

Quando tornerò vi parlerò sicuramente di Lewis Carroll (Ipofrigio mi ha fatto un regalo per 403 con cui, quando sarà, conto di riprendere le trasmissioni), magari parlerò di geografia (ho da più di un anno un post in sospeso su questo libro e da mesi e mesi, un paio di pagine alla volta, sto leggendo quest'altro, splendido, libro di Judith Schalansky, magari mi viene la voglia di dirvene), sicuramente parlerò di fumetti (quello, di riffa o di raffa, per forza).

Ma, nel frattempo, tacerò.
(almeno qui, di persona mi resta sempre un po' difficile)

giovedì 16 maggio 2013

il rumore del treno

Sembra una sciocchezza, ma scrivere i rumori dentro i fumetti mica è sempre facilissimo.
Certo, ci sono delle onomatopee che sono ormai canonizzate per tutti i fumetti (o quasi): CRASH, WROOOM, BANG.
Poi ci sono onomatopee specifiche o semi-specifiche, per esempio GULP è disneyana o, comunque, da fumetto umoristico, da noi di Diabolik non si usa, mentre SWIISSS (il sibilo del pugnale in volo) è talmente specifica del maledetto criminale che, quando si è dovuto scegliere un nome per la testata della terza ristampa della serie, gli si è dato proprio quel nome lì.

Quindi ci sono le onomatopee che vanno decise di volta in volta. Qualcosa che cade a terra può fare TOC, TUMP, THUD, STOK, SBRAAANG a seconda di che cosa è, di quanto è grande, da quanto in alto cade.
O quelle che, qui a Diabolik, variano da autore a autore (le pale di un elicottero, le raffiche di una mitraglietta silenziata...).

Infine quelle che ti devi inventare, perché vengono usate di rado e non ti ricordi una storia dove ne hai già vista una (con un collega diaboliko una volta ci siamo confessati che entrambi abbiamo pensato di censirle tutte, di fare un dizionarietto con tutti gli effetti sonori usati nelle storie del maledetto criminale... sarebbe utile e curioso, ma son ottocento numeri, c'è sempre qualcosa di più urgente da fare, come si fa...).


La scena è questa: due auto a un passaggio a livello che sta chiudendosi, la prima scatta e riesce a passare, la seconda no: sono stati seminati!
Gli occupanti escono, almeno per capire quale direzione ha preso l'altra auto superata la ferrovia, ma tutto quello che riescono a vedere è il convoglio merci che sfreccia, fragoroso, a pochi metri da loro.

Ma questo fragore com'è?

WRUUUUUUUUU?
FRRRUUUUUUUUUSH?
TUTUN-TUTUN?

WUSH WUSH?

Le ultime due sono di una mia amica, sempre lei mi ha proposto il filmato qui sopra.

Il dibattito è ancora aperto.

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Come già ho anticipato nei commenti questo blog, col prossimo post (di domani) chiude per un po'. L'annuncio di domani serve solo a chi necessita di comunicazioni ufficiali ché altrimenti i blog semplicemente abbandonati gli fanno tristezza. Rispetto a queste ultime settimane comunque non cambierà nulla :)

giovedì 25 aprile 2013

buon 25 aprile


mercoledì 24 aprile 2013

ho occhi solo per te

La canzone nasce nel 1934 per il film “Dames” scritta da Harry Warren e Al Dubin e, di suo, ha da subito il suo bel successo. Da allora verrà reincisa più e più volte, ma ci torniamo dopo, ora restiamo per un poco al cinema.
In “Dames” (titolo italiano “Abbasso le donne”, ma io ce l'ho solo inglese) la canzone appare due volte, sempre cantata da Dick Powell, la prima è abbastanza innocua.


Ma è la ripresa del finale che vale la pena di essere vista (specie dal quarto minuto in poi).


A voi non ricorda, almeno a tratti, la messa in scena di “Let Forever Be”? a me sì.

La regia del film è di tal Ray Enright, ma la e coreografie e la regia delle scene di ballo sono di Busby Berkeley, uno che avrebbero dovuto fargli dei test antidoping dopo ogni film.

Negli anni successivi questa zuccherina canzone d'amore è stata eseguita da molti, diversi, interpreti, ognuno a modo suo, da Louis Armstrong a Peggy Lee passando per Billie Holiday.

Poi BOOM arrivano i Flamingos e quella canzone non sarà più la stessa.

È il 1959 ed è come se, da quel momento, il loro arrangiamento diventasse un pezzo, imprescindibile, della partitura. Come se i veri autori fossero quel gruppetto di ragazzi neri e non quegli altri due: il musicista italo americano (Harry Warren per l'anagrafe era Salvatore Antonio Guaragna) e l'ebreo di origine russa che aveva scritto le parole.

I Flamingos prendono una canzone degli anni '30 e sembra che ci restituiscano un brano degli anni '50, mentre quello che ci ridanno davvero è una canzone senza tempo.

(qui il solo audio la qualità è migliore)

Una giovanissima Mina (1974), Art Garfunker (1975, con questo brano sarà campione di vendite), ma anche Martina Topley-Bird (2005, lei è quella che canta nei primi album di Tricky) oppure Beck (2012) nessuno di loro rifà la canzone del 1934 ma chiaramente quella del 1959.

Di mio, quella canzone l'ho scoperta tardi (non prima degli anni '80) e senza le parole.

Era il 1985 quando usciva l'album d'esordio della Brass Fantasy di Lester Bowie. Un album che prende il titolo proprio da quel brano lì e anche la stralunata, lunghissima, versione della Brass Fantasy è in qualche modo figlia dei Flamingos.

Sempre piaciuto quel disco, sempre piaciuto quel brano dal passo così rilassato. Poi, a ritroso, scopersi la versione del '59 e, in fine, quella del '34. Ma questo post mi piace chiuderlo con i sonnacchiosi ottoni di Lester. Sonnacchiosi, ma non per questo meno romantici, anzi.

Lester Bowie's Brass Fantasy - I Only Have Eyes For You


Che il testo, superato il divertente gioco di parole del primo verso, che ribalta il luogo comune dell'amore cieco, è poi la ripetizione di immagini forse un filo troppo dolciastre.
Il mio amore deve essere una specie di amore cieco
Non riesco a vedere nessuno oltre a te
Ci sono le stelle stanotte?
Non so se c'è nuvolo o il sole
Ho solo occhi per te, cara
La luna può essere alta stasera
Ma io non vedo nulla nel cielo
Perché ho occhi solo per te
Non so se siamo in un giardino
O in un viale affollato
Tu sei qui e anche io
Forse passano milioni di persone
Ma tutte scompaiono dalla mia vista
E io ho occhi solo per te.

(e poi le cose non stanno proprio proprio come le ho dette io che, per esempio, Sinatra e Count Basie, ancora all'inizio degli anni '60, della versione dei Flamingos se ne fottevano il giusto)

domenica 21 aprile 2013

olio

Il libro da metrò di cui dicevo nel mio post precedente parla quasi solo di collezionisti di francobolli. Quanto segue è uno dei pochi brani dedicati ad altri collezionismi (la traduzione è mia, viene da pagina 111).
E se decidessimo di collezionare queste liste della spesa e di trarre piacere dal farlo? Credevo che quella sarebbe stata la cosa più assurda a cui un collezionista poteva aspirare, quasi oltre i confini della comprensione, e poi ho incontrato qualcuno che collezionava liste della spesa.
Il professor Chris Moulin, neuropsicologo specializzando in Alzheimer all'università di Leeds, all'inizio non parla volentieri di questa cosa. Abbiamo chiacchierato un po' degli esperimenti che ha condotto, progettati per riparare le capacità d'imparare di una persona. Dopo una ventina di minuti, un po' a disagio, ha ammesso di collezionare liste della spesa, in un album, e mi ha raccontato che la sua passione è cominciata dopo aver trovato sul pavimento della clinica della memoria una lista che recitava: "sacchi della spazzatura, clinica della memoria, pranzo". Il suo preferito è un pezzo di carta trovato in un supermercato con sopra una sola parola: "olio".

lunedì 8 aprile 2013

ritorni...

Una volta ho conosciuto una giovane psicologa che aveva appena cominciato la professione. Aveva un solo paziente. Una sola seduta alla settimana. Non è che ci campi.

E così, in attesa di un carnet d'impegni più pieno, aveva trovato un posto di lavoro part time presso un noto sito d'incontri. Mi raccontava che in parte faceva anche lì la psicologa, o vagamente qualcosa del genere, visto che dava consigli on line su come trovare l'anima gemella, in parte faceva cose meno nobili (visto che, a suo dire, ogni dipendente, maschio o femmina che fosse, era obbligato a mantenere cinque diversi profili femminili farlocchi, per dare corda ai molti uomini iscritti al servizio).

 
Fu lei la prima a raccontarmi di come facebook fosse una forte causa d'infedeltà coniugale (argomento poi diventato un classico da giornalismo di costume) con dinamiche peculiari, oggetto di studio anche da parte degli psicologi (quelli veri, non solo quelli dei siti d'incontri).
Io me la ricordo così (e un po' sarà come me l'ha raccontata lei, un po' sarà come me la sono poi raccontata io): grazie a facebook ritrovi i tuoi vecchi compagni di scuola o comunque quelli del tuo giro di allora. Hai così modo di riscoprire vecchie fiamme dimenticate da tempo o, meglio ancora, il tipo o la tipa di cui eri perdutamente invaghito e a cui non hai mai osato dichiararti. Ti pare di conoscerlo, o conoscerla, da sempre (anche se non è mica tanto vero, visto che nel frattempo chissà come si è cambiati, ma pace), è al contempo una novità (ché la tua vita attuale è tutt'altra) e tu, nel frattempo,  magari hai acquisito più sicurezza per provarci con lui (o lei che sia). Hai insomma strumenti diversi da quando te ne stavi lì, senza parole, in ammirazione silente.

Ci si rincontra, da cosa nasce cosa, e patatrak ci si ritrova coinvolti in una relazione extraconiugale e neanche lo si voleva.


Il mio attuale libro da metrò parla soprattutto di filatelia. È un libro inglese, in inglese, di un giornalista (inglese). Sono a metà, ancora non so bene bene dove voglia andare a parare, comunque si tratta in parte di un libro autobiografico, in parte di un reportage sul collezionismo dei francobolli (con qualche, raro, scantonamento sul collezionismo più in generale). Mi piace.
L'autore è un collezionista di francobolli, con una particolare predilezione per i francobolli sbagliati (in genere stampati per errore con un colore in meno, ma non solo). Lo è stato da ragazzo e poi è tornato a esserlo da adulto, seguendo un meccanismo del tutto simile a quello sopra descritto per facebook e le corna da ritorno di fiamma: un'occasione fortuita ti rimette in contatto con una tua vecchia passione (i costosi francobolli fallati) ma oggi hai nuovi strumenti con cui affrontarla (sei un affermato giornalista, quindi guadagni bene, ed esiste internet, quindi è più facile reperire certi pezzi). Nel suo caso il parallelo è ancor più clazante perché il ritorno alla filatelia, mi pare di capire, alla lunga è poi stato una delle cause del suo divorzio (spero che spieghi meglio la cosa nella parte conclusiva del libro).


Perché vi racconto tutto ciò?
Perché a me, nel mio piccolo, sta succedendo qualcosa del genere (più del genere francobolli, che del genere amorazzi su facebook). Forse anche a causa della lettura di questo libro, sono tornato (saltuariamente) a occuparmi di un vecchio amore che avevo del tutto abbandonato: le traduzioni italiane dei lavori di lewis carroll.

Come sempre non ho idea di ché ne sarà, sul breve, di 403... Avrei davvero voglia di scrivere ma c'è sempre qualcosa di meglio da fare (in questi giorni, per esempio, andare a trovare parenti stretti in reparti di terapia intensiva). Spero però di tornarne a parlare qui e del mio attuale libro da metrò e, soprattutto, di traduzioni carrolliane.

venerdì 22 marzo 2013

per me che cosa c'è?

Un tizio muore e si ritrova a constatare che l'aldilà, per chi si è comportato bene in vita, è un posto davvero noioso, lui proprio non ci vuole restare in un posto così. È una canzone del 1981 e s'intitola “Mennea”. È tratta dal primo e unico album dei Cacao. Ce l'ho in mente da ieri.

Fa impressione pensarla adesso che Pietro Mennea è morto, per altro prematuramente.


Dario Guidotti, il cantate, lo avevo conosciuto – da ascoltatore radiofonico, ero un ragazzino – nelle notturne di Ettore e Dario. Una volta fui invitato in studio ed è stata la prima volta che misi piede a Radio Popolare, in via Pasteur, qui a Milano. I Cacao ancora non avevano pubblicato nulla.

Tornando a Mennea. In realtà, sono convinto che il titolo del pezzo qui sopra sia uno di quei casi in cui non si riesce a trovare un sostituto per il nome di lavorazione di un brano. “Mennea” era il brano più veloce del loro disco e, nel 1981, pensando a qualcosa di veloce veniva abbastanza spontaneo il pensare a Pietro Mennea.

Ora che Mennea si trova nella condizione del protagonista di “Mennea” spero proprio che se la passi un po' meglio. È stato un grande, tutta quella noia non gli si addice e non se la merita.

lunedì 18 marzo 2013

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Non per vantarmi, anzi sì, proprio per vantarmi. Ma io ho un amico che, l'altro giorno, l'ha contattato un'università americana per fargli tradurre una cosa dall'inglese al latino!

Lui, senza fare un plisset, lo ha fatto e loro, tutti contenti, lo hanno pagato.


(ecco, vi servissero traduzioni dall'ingese - o dall'italiano - al latino, vi giro l'indirizzo, che vive pure qui vicino a casa mia)

domenica 17 marzo 2013

meet the croods

Non vado spesso al cinema, non spesso quanto vorrei. È che son pigro. Per fortuna che c'è la mia amica cinza che ogni tanto m'invita a qualche anteprima e stamattina mi ha portato a vedere "I Croods".


Mi aspettavo di vedere un gran film (c'è dietro Chris Sanders) e, per una volta, non sono stato deluso. La storia è lienare e ampiamente prevedibile, ma il ritmo è serrato, le gag divertenti e la felicità visiva del film ti rimane appiccicata agli occhi. Dopo un po' che lo vedevo neanche mi sono più accorto che era in 3D (e io odio il 3D).

Insomma, se vi piacciono i cartoni "I Croods" vale la pena.

Lo so che la maggior parte dei miei 25 lettori (quindi almeno 13, ma temo di più) non sa chi sia Chris Sanders, ma magari avete presente "Lilo & Stitch" e "Dragon Trainer" ecco, li ha fatti lui (il personaggio di Stitch lo ha pure doppiato personalmente). Aveva anche cominciato a lavorare a un cartone che poi si sarebbe chiamato "Bolt" ma durante la lavorazione la Disney lo ha cacciato, perché "non sapeva stare al suo posto" (parole di John Lasseter, che comunque pare trovasse troppo strano il progetto di Sanders). Uno dei personaggi non rimasti in Bolt è un gatto con una benda su un occhio che Sanders ha fatto brevemente rivivere nel web comic Kiskaloo (molto debitore verso Calvin e Hobbes).
I due schizzi qua sopra vengono dal suo sito dove ci sono altri estratti dagli storyboard da "The Croods".


Ah, nel film la parola "scarpe" non viene mai detta.

martedì 12 marzo 2013

buongiorno!

Stamattina esco di casa, cammino lesto verso la fermata del tram perso nei miei pensieri e incrocio un tizio dall'aria simpatica con coppola, occhialini e barba corta brizzolata.
Mi guarda dritto negli occhi, sfodera un largo sorriso come se fosse un mio amico contento di vedermi e prorompe in un sonoro: “buongiorno!”
Io, sorpreso, sorrido di rimando e dico pure io “buongiorno!”
Nessuno dei due ha rallentato, quindi c'incrociamo e ci perdiamo di vista in un attimo.

La prima cosa che ho pensato, subito dopo, è stata: “ma tu chi sei? ma chi ti conosce?”
Poi ho pensato: “vabbe', almeno era un matto allegro...”
Ma, a quel punto, mi è venuto in mente Miracolo a Milano, quando lui esce dall'orfanotrofio e saluta tutti: “buongiorno!” finché incrocia un grigissimo milanese che non capisce e che gli chiede se si conoscono e visto che no, gli chiede che cosa volesse dire allora con quel buongiorno...

E io mi sono sentito un po' (solo un pochino, eh) quel grigissimo milanese e mi sono detto che – matto o non matto – stamattina qualcuno mi aveva augurato una buona giornata e io l'avevo augurata a lui, e che dovevo solo essere contento.

Stamattina sono salito sul tram ringraziando Cesare Zavattini.

domenica 3 marzo 2013

di scimmie scrittrici e arte sacra

Negli ultimi anni di liceo, e per un po' di anni a seguire, ho raccolto idee intorno a una complessa storia a fumetti (il ché è strano perché io non pensavo di fare il fumettista e non l'ho mai pensato finché non mi è stato proposto dieci anni dopo o giù di lì).

Il titolo scritto a pennarello sulla cartellina che conteneva quegli appunti (ché il computer che avevo all'epoca era una Spectrum Plus e non l'ho mai usato per scrivere) era “The Progetto”. Già, non sono mai stato un drago riguardo ai titoli provvisori (questo sicuramente s'ispirava a “The Great Complotto” una realtà attiva, all'epoca, a pordenone).

“The Progetto” era una raccolta incoerente di spunti visivi e narrativi, ce l'ho presente solo sommariamente (ma ho ancora gli appunti da qualche parte). Ricordo bene però che uno dei personaggi era ossessionato dall'arte sacra e si era dato come scopo della vita un compito ambiziosissimo. La mia idea per fargli raggiungere l'impossibile obiettivo era in realtà un mash-up tra due altre idee che avevo preso da due autori con qualche esperienza più di me: Arthur C. Clarke e Jorge Luis Borges. Poi ci torno, prima vi dico delle scimmie che ho messo nel titolo del post.


Non pensavo più a “The Progetto” da molti anni, ma ieri me l'ha fatto tornare in mente un articolo di Lucius Etruscus pubblicato su Thriller Magazine che ho scoperto grazie alla pagina facebook di Andera Carlo Cappi. L'articolo è un'accurata indagine sulle fonti del tema (filosofoco e letterario) «possono sei scimmie, dato tempo sufficiente, creare le opere di Shakespeare? Allo stesso modo, tirando dei dadi con su incise delle lettere, si possono creare opere intere?» e, naturalmente, si cita Borges e la sua Biblioteca di Babele (oltre a Jonathan Swift, Raimondo Lullo, Carroll col suo Sylvie e Bruno e qualche altro signore).
Visto che si tratta di un articolo d'argomento molto "403esco" (ma con un'accuratezza che 403 si sogna) introduco appposta il tag: "l'invidia del post".

Torniamo al mio personaggio ossessionato dall'arte sacra, in "The Progetto" il protagostita viaggiava in una serie di mondi paralleli e, a un certo punto, finiva in universo del tutto analogo a quello descritto da Borges in "La biblioteca de Babel" solo che là, invece di essere conservati libri di 410 pagine, c'erano – ordinatamente organizzati in cassetti – cartoncini rigidi in formato 50x70. L'origine di quei cartoncini era un'eterna macchina da stampa, centro di quell'universo, che da secoli componeva tutte le possibili combinazioni dei quattro retini di quadricromia (giallo, cyan, magenta e nero, pensandolo oggi avrei usato immagini formate da pixel) ottenendo così tutte le immagini possibili. E tra queste immagini, ogni possibile riproduzione di ogni concepibile (e inconcepibile) fotografia, ogni quadro astratto, tutti i capolavori che michelangelo, kandinskij o picasso non hanno mai fatto e, perfino, un fedele ritratto del volto di Dio.
Questo è che che sperava di aver realizzato il mio personaggio: un universo parallelo il cui scopo ultimo era ritrarre somigliantemente Dio.

Insomma, chi la sà l'ha già capita: alla Biblioteca di Babele avevo incrociato il racconto di Clarke I nove miliardi di nomi di Dio e avevo traslato il tutto dal piano letterario a quello visivo.
Il racconto di Clarke c'è ne Le meraviglie del possibile ma io penso di averlo scoperto attraverso i racconti della mezzanotte di rai radio 3. Eterna lode ai racconti della mezzanotte del 3 che io cominciai ad ascoltare, mi pare, già alle medie, come ultima atto della giornata dopo aver spento la luce, sulla radiosveglia che poi si spengeva da sola.


Sarebbe stato molto cool fare un parallelo tra le lettere giustapposte a caso dalle scimmie dattilgrafe, tra i libri illeggibili della biblioteca di Babele e il quadro di gioco di Ruzzle, ma proprio non me la son sentita. Voi però fate finta che l'abbia fatto. 403 ambirebbe tanto a essere un blog cool, ma si deve quotidianamente scontrare colla pigrizia del suo autore.

I was fine before you came

È un po' che non vi piazzo qui un brano della buonanotte. Oggi mi va di farlo con una canzone che, in qualche modo, è una canzone contro l'amore ed è stata ispirata dalla frase del musicista Chris Leo che dà il titolo al presente post.

Ché l'amore non è mica sempre bella cosa, e non ci voleva né Leo né il gruppo di ElTofo a venircelo a dire, ma secondo me i TARM lo fanno in una maniera non priva di una certa leggerezza.

Vabbe'... buonanotte, domani qui si parla di scimmie scrittrici e arte sacra così, come se fosse normale.


Tre Allegri Ragazzi Morti – Il Mondo Prima 
(La Seconda Rivoluzione Sessuale, 2007)

sabato 2 marzo 2013

il vero risultato del miracolo padano...

Niente, non mi sto riprendendo bene dal trauma delle elezioni lombarde. Sto lì nel vagone della metropolitana e guardo gli altri in cagnesco nel tentativo di capire chi può aver votato e chi, legittimamente, no (troppo giovane... immigrato probabilmente senza diritto di voto... turista...) quindi concentro il mio massino disprezzo sul 42,81% dei restanti e il mio medio disprezzo su un altro buon 20%... Certo non mi è facile discernere, lombrosianamente, chi mettere in una categoria, chi in un'altra, chi (forse) salvare ed è un'operazione che mi toglie l'appetito.

Il buon umore no, quello, in questi giorni, non me lo si può togliere,
In questi giorni non lo porto mai con me, con certa gente che gira in metrò è meglio tenerlo altrove.

Punkreas – Polenta e Kebab (Noblesse Oblige, 2012)

Comunque da domani, almeno qui, basta. Domani vi parlo di letteratura combinatoria, anzi vi linko uno che ne parla così poi io parlo di un'altra cosa. Almeno ci si distrae.

mercoledì 27 febbraio 2013

...

Un mio breve commento al risultato delle elezioni per la giunta regionale della lombardia:


domenica 24 febbraio 2013

hey, hey we're the monkees

Ricevo oggi nella mia casella di posta:


Fa' un post sui Monkees.

Grazie, ciao,

M


I Monkees, un venticinque anni prima dei Take That, sono un clamoroso esempio di gruppo "artificiale". Un gruppo "finto" poi diventato "vero". Nascono come reazione televisiva USA alla travolgente onda della beatlesmania, fanno un paio di dischi di successo recitando la parte del gruppo musicale pop, sullo schermo e fuori, e poi però ci prendono gusto e diventano un gruppo musicale vero. Con tanto di "reunion" periodiche in ogni decennio a seguire.

Con questo post inauguro la categoria dei post a richiesta (ma NON tutte le richieste saranno esaudite, sia chiaro, anzi... diciamo che sarà arduo vedermene esaudire altre, ma non si sa mai :)




Questa gliela scrisse Neil Diamond, forse qualcuno ce l'ha nell'orecchia cantata da Caterina Caselli.

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