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lunedì 28 marzo 2011

titolo del post

Prima lapidaria frase del post
(a effetto, ma che non fa capire dove voglia andare a parare)

Seconda frase del post, molto più lunga e discorsiva della prima, in cui ci si aspetta che io espliciti il tema del post ma che invece ci gira intorno, menando il can per l'aia, senza affrontarlo davvero. Lascia intendere che io la sappia lunga a riguardo, ma ancora non chiarisce al lettore quale sia l'argomento che voglio trattare.

Ultima, breve, frase con cui chiudo il post.

(PS in cui, strizzando un po' l'occhio al lettore, mi guardo bene dal chiarire il tema ;-)

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Se non masticate l'inglese, leggetevi il prossimo capoverso (così, forse, capite di cosa parla 'sto benedetto post) e poi saltate pure in fondo e leggetevi il pezzetto sui PostSecret, ché, tutto il resto di questo post, è gravemente in inglese (e non fornisco traduzioni).

Ci sono idee che possono essere declinate in vari campi espressivi, l'idea di cui affastello qualche esempio in questo post riguarda frasi che parlano di loro stesse, ovvero riguarda parodie di un genere (dalla canzone da boy band, al manifesto programmatico, al trailer cinematografico per un film da oscar) i cui testi sono composti da frasi che descrivono il tipo di frasi che normalmente compongono i testi dei generi in questione.

Se non comincio con gli esempi mi sa che non ne esco fuori.

1.
L'idea di questo post parte da un post trovato su Socks (secondo me Socks vale la pena seguirlo, poi fate voi)
2.
A me il manifesto che descrive se stesso mi ha fatto venire in mente due cose: la prima è il trailer di un film (ma ve ne parlo per terzo) la seconda è una canzone di un gruppo vocale statunitense (ché i gruppi vocali sono un po' una mia fissa, lo sapete). Loro sono i DaVinci's Notebook (in realtà "erano", che purtroppo si sono sciolti da un po') e il brano s'intitola "Title of te song".

Ve lo metto in duplice versione: dal vivo (che a me fa più ridere perché ci sono i conduttori radiofonici che sghignazzano in primo piano) e da disco (che è musicalmente più curata e, soprattutto, si coglie di più l'intento parodistico rispetto a certi brani da boy band). Nel secondo filmato ci sono anche le parole.


Anche di questa parlò, tempo fa, Socks (ma io già la conoscevo :) in quel post trovate il testo della canzone.

3.
Il trailer di cui dicevo è questo, ovverosia il trailer (la ricetta del trailer) del film che voglia assolutamente vincere l'oscar. In meccanismo è il medesimo.


Da notare come tra i commenti a questo video su youtube (così come a quelli dei DaVinci's Notebook) ce ne siano molti del tipo "commento che si crede spiritoso, ma non lo è". Questa cosa è contagiosa.

4
Infine, tornando alle parodie musicali, ma spostando un filo il tiro (passando a: testi parodistici che prendono in giro i testi originali, prendendo in giro loro stessi) mi sono venute in mente due cover di Weird Al Yankovic (altra mia fissa).

Weird Al rifà una canzone del compianto George Harrison con un testo il cui unico argomento è la pochezza di sé medesimo e quindi rifà il più grande successo dei Nirvana (scritto dall'anch'egli compianto Kurt Cobai, mmm, se Weird Al non avesse fatto decine di altre cover verrebbe da pensare che porti sfiga). Nel caso dei Nirvana il testo riguarda la scarsa comprensibilità del testo in questione.


Qui il testo di "(This Song's) Six Word Long".


Traduco dalla wiki: «Dave Grohl dei Nirvana ha dichiarato che la band ha pensato di "avercela fatta" quando Yankovic ha registrato "Smells Like Nirvana", una parodia della hit della band grunge "Smells Like Teen Spirit". Nel suo special "Behind the Music", Yankovic ha detto che quando ha chiamato il frontman dei Nirvana, Kurt  Cobain, per chiedere se poteva incidere una parodia della canzone, Cobain gli diede il permesso,  poi si fermò e chiese: "uhm... non è che è sarà sul cibo, è vero?"  Yankovic ha risposto: "no, sarà su come nessuno capisce i vostri testi"».

Qui
il testo di "Smells Like Nirvana".


ADDENDA del 27/02/13:
The Title Poster e il suo trailer

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PostSecret – Questa settimana mi sono un po' riconciliato coi segreti postali ricevuti e scelti da Frank. Nessuno ai miei occhi brilla particolarmente, ma nel complesso mi pare che la media sia buona.

Ciò detto, the winner is...



L'unica cosa che ho provato,
è stato freddo.
Mi spiace papà.

Il nome del file dell'imagine è:

onback.hewenttocollegetopreachaboutsomethinginevercouldbelievein.imsorry.jpeg

ossia: sul retro. lui venne al college per predicare qualcosa in cui io non potrò mai credere. mi spiace. jpeg o qualcosa del genere. Frank si diverte a fare cose così.

Di PostSecret la prima volta ho parlato qui.

segreti della settimana (82)

sabato 26 marzo 2011

segreti recuperati (in extremis)

Visto che ipofrigio contesta il mio schifare i postsecret della settimana in corso ho chiesto a lui di sceglierli e tradurli (capitò già una volta, nel 2007, che lui e neronda mi sostituissero).



Scott Walker è mio vicino di casa.
Disprezzo ogni suo atto.
MA È UNA PERSONA DAVVERO A POSTO!



Non voglio la festa di laurea
perché ho paura che le mie nonne
si mettano a litigare davanti a



Tutti i martedì, quando vai dagli Alcolisti Anonimi…
io mi ubriaco perché mi sento escluso.



Visto che mi si dice portatore di pigne in testa a causa del mio schifare i segreti settimanali, mi sembra giusto commentarli e spiegare ch.

Sul primo ho da dire solo che non ho idea di chi sia Scott Walker (ho capito, il governatore del Wisconsin, repubblicano, hanno installato anche a me google) immagino che, per chi lo sappia, sia un postsecret irresistibile. Not me.

Il secondo è, in effetti, divertente e la cartolina ben realizzata. Se non fossi inverso di mio avrei dovuto pubblicarlo io e morta lì. Grazie Ipo.

Il terzo invece mi sembra uno di quei postecret (paradossali) un po' troppo facilini. Però è ben realizzato.



Infine c'è da dire che l'autore di questa selezione si è chiesto se il postsecret sul sushi fossi stato io a mandarlo... beh, leggendolo devo dire me lo sono chiesto pure io.


Domani escono i nuovi, vedremo come gira, di PostSecret la prima volta ho parlato qui.


segreti della settimana (81)

venerdì 25 marzo 2011

è ufficiale...

Li ho letti domenica, li ho lasciati riposare un po'.
Me li sono riletti oggi e ne ho avuto conferma.
Adesso è ufficiale.

I PostSecret di questa settimana mi fanno cagare.
(e questa volta non penso sia solo colpa mia, anzi...)

martedì 22 marzo 2011

in altre faccende affaccendato

Quattrozerotré esce il lunedì.

Ma questa settimana di sicuro non esce di lunedì, e magari non esce neanche uno degli altri giorni.

Vedremo.

Buonasettimana
(e pure buona primavera, già che ci siamo)

venerdì 18 marzo 2011

dove penso alla patria (e ho un po' di mal di gola)

Ieri mattina mi sono svegliato e, ancora prima di aprire gli occhi, sono stato colto da due consapevolezze: una era che era il centicinquantesimo anniversario dell'unità d'italia e l'altra era che avevo un po' di mal di gola.

E poi, sempre prima di aprire gli occhi (che io mi alzo piano quando vo al lavoro, figuriamoci quando è festa), mi sono chiesto come cazzo ero riuscito a prendermi il mal di gola e, soprattutto, mi sono detto che io sono contento di abitare nello stesso posto dove ci sono napoli, palermo, bressanone, barletta, roma (giusto per nominare qui solo un po' di posti dove sono stato e mi sono sentito a casa, ma io ne ho pensati di più, che sono molti di più).

Poi mi sono alzato... però, mentre mi lavavo i denti, mi sono anche detto che sì, sono proprio contento di abitare nello stesso posto in cui ci sono napoli, palermo, bressanone, barletta e roma, però, se fosse lo stesso posto in cui ci sono anche barcellona, londra, lisbona o soustons (paesi baschi francesi), non è che sarei meno contento... e che, in fin dei conti, io, di mio, mi sono sentito a casa anche quella volta – tanto tempo fa – che sono stato a managua...

Però alle olimpiadi io tengo all'italia, è un po' strano.

Poi, finito di lavarmi i denti, ho constato che il mal di gola non c'era più, era una cosa passeggera.

(non è che ho ripreso a postare – per carità! – è questa settimana che è strana)

giovedì 17 marzo 2011

aspettando la fine

Penso al mio post di lunedì prossimo e mi spavento da me. Qualcosa da scrivere ce l'avrei anche, perché questa settimana non è che sto lavorando e basta (anche se è ciò che dovrei fare) invece divago.

Solo che divago solo per sentieri buî. Un po' è che non vedo l'ora di essermi liberato da tutti questi impegni lavorativi che mi tolgono il fiato (e manca tanto, uh se manca tanto!) un po' è che le notizie dal giappone e, ancora di più, dalla libia mi opprimono.

Penso a Bengasi difesa da ragazzini poco più che quindicenni, male armati, ai giornalisti e fotografi che in queste ore l'abbandonano di corsa, alla croce rossa che se n'è andata ieri... e così anche quando faccio una pausa dal lavoro (una pausa, che splendido eufemismo) mi imbatto, volente o nolente, in storie di suicidi collettivi, in siti che – grottescamente – truffano la gente povera (di spirito e di pecunia) e finisco in questi recessi oscuri dell'internet, quale che sia il mio punto di partenza: una bella canzone, una pagina buffa.
In questi giorni il lato oscuro mi attrae a sé.

E così mentre guardo con preoccupazione ai miei poveri lettori di lunedì prossimo, mi viene da fare un post con un paio di filmati musicali, in teoria per alleggerire. Ma com'è, come non è, alla fin fine anche questi due filmati non sono molto rassicuranti (nulla in confronto ai suicidi di massa, però).

Si tratta di due video che sono accomunati dall'andamento narrativo. In entrambi c'è una situazione iniziale che lentamente monta in suspense e si protrae fin quasi alla fine del filmato, in entrambi lo spettatore è portato a chiedersi come andrà a finire?, com'è che i personaggi ne verranno fuori? E in entrambi i casi il finale, a sorpresa, è ottenuto con uno scamotaggio (due bei trucchi, per non parlar delle canzoni, a mio avviso belle pure quelle).

Entrambi funzionano meglio se ve li vedete in grande.


Radiohead - Just (1995)

Se non masticate l'inglese o non vi va di leggere i sottotitoli
questo lo potete anche saltare.


Foo Fighters - The Pretender (2007)


Il primo escamotage è di tipo narrativo e mi è tornato in mente, anni dopo, quando ho visto "Lost in Translation" che, pur non avendo un finale a sorpresa come questo clip qui dei Radiohead, usa lo stesso espediente per chiudere la storia.

In quello dei Foo Fighters invece si risolve tutto in modo grafico e surreale, con un improvviso scarto rispetto alla prospettiva, concretamente realistica, di venire riempiti di mazzate da parte dei celerini.

Mi sarebbe piaciuto metterne tre in fila, di video musicale con questo andamento narrativo, ma un terzo proprio non mi è venuto in mente.

mercoledì 16 marzo 2011

sbadato sbadato

Anche oggi ho dimenticato il cellulare a casa (quindi parenti e amici avvisati: non risponderò e non leggerò sms fino al pomeriggio). Succede sempre più spesso. Ho provato a capire cosa c'è dietro, ma non mi è facile.

Forse è il mio super io che cerca di tenermi concentrato sul lavoro e lascia altrove i possibili elementi di distrazione.

Però, se è così, devo trovare il sistema di dimenticare l'internet sul metrò, la prossima volta che lo prendo.


lunedì 14 marzo 2011

tanta gente, tanta tanta gente

Sono giorni che Splinder fa schifo (per la gioia di chi insiste, da tempo, sul fatto che dovrei mollare questa piattaforma). Spero che per quando mi leggerete le cose si siano un po' aggiustate (a ogni buon conto, domenica mi sono armato di santa pazienza e mi sono salvato l'html di tutti i post di quattrozerotré, se Splinder dovesse collassare definitivamente perderei solo i commenti, e comunque sarebbe un dispiacere).

Coincidenze – Anni fa un noto editor di una nota testata a fumetti mi raccontava di un noto disegnatore che, secondo lui (e lo diceva un po’ per scherzo ma un po’ forse no), soffriva di sdoppiamento di personalità, solo che non se ne accorgeva nessuno perché entrambe le personalità erano persone normali, entrambi dei bravi disegnatori (questo però comportava che a volte portasse in redazione tavole disegnate “dall’altro” con curiose conseguenze quando gli si faceva notare che in quelle pagine qualcosa non andava: lui, invece di correggerle, semplicemente le stracciava dicendo “chissà cosa avrò avuto in mente quando l’ho disegnata?”).

Nel fine settimana avevo da rivedere una sceneggiatura, non mia, il cui soggetto è, in parte, opera mia. Nella storia, a un certo punto, c’è un personaggio che soffre di sdoppiamento di personalità. Una cosa classica, perfino banale: trauma infantile, personalità primaria normale e buona, personalità alternativa violenta e cattiva.

Proprio in una pausa di lettura della sceneggiatura leggo Catastrofe (un tumblr che io amo) che linka un post del blog Bizzarro Bazar con un’intervista a una ragazza che soffre di Disturbo Dissociativo di Identità detto anche Disturbo della Personalità Multipla (insomma la roba autentica che sta alla base della storia che stavo correggendo).

Per leggere il post bisogna scaricare un PDF (7.8 MB) e ne vale la pena. Il caso della ragazza è, ai miei occhi, molto particolare, innanzitutto perché in lei non c’è una personalità dominante o primaria, non c’è una vera lei a cui si aggiungono-sostituiscono delle personalità alternative “minori”. Leggere la sua intervista è stato come leggere un racconto di fantascienza in cui parla (con un’unica voce) un’identità collettiva.
Leggere le parole di qualcuno che, parlando di sé, deve dire “noi” (perché parla a nome di tutti e non c’è un unico sé a cui far riferimento) anche a causa del fatto che spesso alcune delle sue personalità sono compresenti, e l’intervistatore ha di fronte realmente un gruppo e non una sola personalità (per quanto temporanea) facente parte del gruppo.



Leggere di quella ragazza è stato così straniante che ho anche pensato potesse essere una bufala, un esercizio di stile. Allora ho fatto una piccola ricerca per vedere se esistevano in linea altre testimonianze italiane di prima mano. Ho trovato pochissimo: questa paginetta di Third Eye e un blog, vissuto troppo poco, tenuto da Third Eye assieme ad altre due persone dissociate (quindi per un totale, teorico, di alcune decine di autori diversi :)

I racconti coincidono, la mia impressione è che sia tutto autentico e che la ragazza intervistata da Bizzarro Bazar sia, a mio avviso credibilmente, davvero un “sistema” (o una “famiglia”) di 27 diverse personalità, fino a oggi riscontrate.

Leggendo questa intervista mi hanno colpito molte cose, qui però ne dico solo due:

La prima è la condizione atroce di almeno un paio delle sue personalità. Quelle che lei dice vivere nella propria “discarica emotiva”, ossia personalità create per scaricare in loro tutta una serie di traumi e sentimenti negativi. Mi sono parse personalità che vivono una condizione da incubo, con un carico di odio e aggressività nei confronti delle altre che – di fatto – le hanno rinchiuse in un mondo di rabbia e frustrazione, facendone “urne di dolore e di rancore” (e infatti sono pericolose, anche molto pericolose, perché spesso vogliono fare del male agli altri “alter” che abitano quel corpo, e hanno proprio quel corpo, a loro disposizione, per far loro del male).

La seconda è il fatto che quella ragazza ha un compagno da circa due anni. Il che, immagino, sia cosa assai complicata, avendo lei undici diverse personalità femminili, una asessuata, otto infantili e, soprattutto, sette personalità maschili di cui almeno una, lei dice, dichiaratamente omofoba (l'omofobia non è mai bella cosa, ma nello specifico sarei probabilmente omofobo anch’io se mi facessero fidanzare, e fare sesso, con un ragazzo – per quanto buono e comprensivo – contro la mia volontà).

Più ancora mi ha incuriosito la figura del fidanzato, mi sono chiesto come possa essere la sua vita, i suoi sentimenti, come possa reggere al fidanzamento con una comitiva di persone così diverse, “lei” del proprio compagno ne parla così:

il suo obiettivo è far sì che ognuna di noi si senta amata. Questo lo fa incorrere nella repulsione di taluni e nell’apprezzamento di altri. Tiene un comportamento molto rispettoso e confidenziale verso le differenti personalità, ottenendo di potersi relazionare con vere e proprie persone differenti. Spensieratezza, complicità, inimicizia. Nell’arco di due anni di fidanzamento ha imparato a distinguere i vari sguardi, comportamenti e toni di voce, riuscendo il più delle volte a identificarne il mandante.
Sebbene il suo amore non venga corrisposto da ogni singola identità, può vantare di avere istituito svariati rapporti di amicizia, di fiducia e persino qualche flirt.
Non si tratta di un coro unanime, ma vogliamo affermare di essere profondamente legati a lui.

E il mio primo pezzo si chiude così.

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The babies of ’46 – leggo questo post del Post che sunteggia un articolo di Nature. Più di 5.300 bambini nati in Gran Bretagna in una data settimana di marzo del 1946 sono stati (e sono tuttora) oggetto del più vasto e più lungo studio demografico, mai realizzato, sul corso della vita umana. Per 65 anni (li compiono giusto in questi giorni) è stato registrato tutto quello che gli è capitato, clinicamente rilevante o meno, e questi dati sono stati elaborati da parecchi ricercatori nel corso dei decenni. Ne sono venute fuori prove statistiche di ipotesi tristemente ovvie:

I bambini nati in circostanze socioeconomiche migliori sono stati i più portati ad avere successo a scuola o all’università, a sfuggire alle malattie cardiache, a rimanere in forma e mentalmente brillanti e, per adesso, in generale a sopravvivere.

oppure fatti un po’ misteriosi:

Le bambine che pesano di più alla nascita sono più a rischio, decenni dopo, di tumori al seno; donne con quoziente intellettivo più alto vanno in menopausa più tardi;

o ancora cose un po’ controintuitive:

un’infanzia felice porta a una maggiore percentuale di divorzi in età adulta […] L’ipotesi è che bambini più felici diventino adulti più sicuri di sé stessi e che quindi più facilmente hanno il coraggio di rompere una relazione problematica.

Ora che i bambini del 1946 sono in età pensionabile, alla ricerca si aprono le porte di nuove indagini, quella sulla vecchiaia. Si spera che nuove frontiere del sapere verranno superate grazie a loro. Per il momento però c’è altro che li attende:

cinque enormi feste di compleanno, in cui i soggetti dello studio si incontreranno fra loro per la prima volta nelle loro vite. L’idea era stata scartata precedentemente nel timore che la reciproca conoscenza dei soggetti potesse in qualche modo influenzare le loro vite, e quindi falsare gli studi: come dice Wadsworth [il capo progetto negli anni ‘70/’80/’90]: “In fondo eravamo preoccupati che qualcuno potesse abbandonare il suo partner e fuggire assieme a qualche altro soggetto”. Ma a 65 anni il rischio è ormai considerato accettabile.

Ho fatto un po’ di fantasie su “la coorte del 1946” (come la chiama Nature) mi piace molto l’idea che persone diversissime possano essere legate da qualcosa (in questo caso per tutta una vita) che va al di là degli usuali legami a cui siamo abituati. Secondo me è un bel materiale narrativo di partenza. Ma mi fermo qui. Senza neanche partire. Ché io ‘sto blog mica lo sto aggiornando davvero e, per un blog non aggiornato, mi pare che questa settimana io abbia scritto anche troppo.


  


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PostSecret – continua la sequenza di settimane in cui i segreti mi dicono poco o nulla (la mia teoria a riguardo, l’ho espressa lunedì scorso). Della serie “a volte ritornano” questa settimana c’è un nuovo PostSecret che cita il verso in cui mettere il rotolo della carta igienica (ne ricordo un altro del 2007), ma non m’interessa. L’unico che ho trovato un po’ interessante è questo:



Da quando hai dichiarato che non sei circonciso…
Ho dovuto ripensare tutte le mie fantasie.
Craig Ferguson


Io neanche so chi sia Craig Ferguson, né me ne fotte. Ma mi diverte l’idea di qualcuna, con alle spalle anni di dettagliate fantasie sessuali a riguardo, che poi deve mettersi lì a rivederle e correggerle a seguito di un’intervista letta da qualche parte, o di qualcosa del genere.
Sarà che – tra le varie cose – sono un editor e a me, in genere, tocca di rivedere e correggere altro.

Di PostSecret la prima volta ho parlato qui.


segreti della settimana (80)

mercoledì 9 marzo 2011

sbadato

Prendo, vado in ufficio. Ancora addormentato esco di casa e, sul tram, mi accorgo di aver lasciato il cellulare in camera. Poco male, a me non servirà e, in genere, la mattina non mi cerca nessuno.

Faccio le mie quattro ore in redazione e poi me ne ritorno a casa. Come salgo sul metrò ricordo di aver lasciato la fotocamera sulla scrivania. Son giorni così. Poco male, l'avevo tirata fuori per fare una foto che neanche ho fatto. Faccio pochissime foto, di certo fino a domani non mi servirà.

Arrivo a casa, recupero il cellulare e controllo: nessuna chiamata in più, nessun sms in più. Non mi sorprende.

Data la simmetria delle due dimenticanze, l'uguale gesto di riprendersi l'oggetto lasciato dall'altra parte, mi sono immaginato domattina, mentre recupero la macchinetta, a controllare se dentro c'è qualche foto in più e trovarcela.
Scattata da qualcuno mentre non c'ero.

Non sarebbe male.

(no, non m'immagino una cosa alla "amici miei", pensavo a qualcosa di più poetico)

lunedì 7 marzo 2011

come Y ma in Z

Verso la fine della settimana una piccola pausa dal lavoro mi ha regalato un fuggevole lampo d'intelligenza e di curiosità verso il mondo.
Quindi, se ancora aggiornassi il presente blog, settimana scorsa un paio di post – forse – le avrei pure fatti.

(Purtroppo il lampo già passato, sorry!)

Kenningar & high concept pitches – l'altro giorno mi è venuta in mente un'analogia tra analogie. In particolare ho notato una certa somiglianza tra un particolare tipo di metafora usato, dopo l'anno mille, dai poeti norreni e un altro usato, ai giorni nostri, dai cineasti hollywoodiani.

Mi è capitato in metropolitana. Il mio libro da metrò di questi giorni s'intitola Made to Stick (Why do some ideas survive and others die?) dei fratelli Chip e Dan Heath, sono a meno di un terzo e fin qui mi pare proprio buono. È un libro che in effetti è uscito anche in italiano (ma lo presi in inglese, per cui giocoforza cito dall'edizione originale, che fa pure più figo) e che insegna a metter giù le proprie idee in forma più efficace, in modo che quando le si comunica agli altri queste facciano più presa ("to stick" qui sta per "restare impresso").

Nel capitolo dedicato alla sintesi (che l'essere sintetici è uno dei dei trucchi per comunicare idee che rimangano in testa) gli autori parlano degli "high-concept pitches" usati nell'industria cinematografica statunitense. Un high concept pitch è una singola frase che racchiude il nucleo fondamentale del film in lavorazione.
Queste frasi non sono necessariamente delle metafore, ricordo di aver parlato millanta anni fa con un agente che si chiama Ervin che aveva per le mani un high-concept pitch che suonava così: "cowboy and aliens" (sintetico, efficace e non è una metafora) credevo che il progetto si fosse perduto per strada (io ne ho sentito parlare negli anni '90), ma ho fatto un controllo adesso, per questo post, e ho scoperto che alla fine il film si è fatto, esce questa estate, sono contento per Ervin.

Un high-concept pitch è uno strano oggetto, è una sola frase, ma può valere un mucchio di soldi. Se è sufficientemente forte può smuovere finanziamenti, convincere star a partecipare a un progetto, suscitare abbastanza attenzione per mettere in moto quella mastodontica macchina che è il cinema mainstream hollywoodiano. Secondo gli autori di Made to Stitck serve anche a imboccare la rotta giusta nelle prime fasi di lavorazione. Insomma sono solo parole, ma in certi momenti possono sembrare parole magiche.


Ho un divagato, dicevo che un high-concept pitch non necessariamente è una metafora ("un alieno, perso, diventa amico di un ragazzino, solo, per tornare a casa" non lo è) ma per comodità spesso lo sono: si descrive un film che ancora non c'è come un film precedente con qualcosa di diverso. Nel libro vengono fatti un paio di esempi, voi potete provare a indovinare di quali film si tratta (è abbastanza facile):

1. "Big" per ragazze
2. "Lo Squalo" in un'astronave
3. "Die Hard" sopra a un autobus

Le  soluzioni sono questa 1, questa 2 e questa 3 (ma spero che, a parte la prima, non abbiate neanche avuto bisogno di controllare).

Questo tipo di definizioni a me, per prima cosa, ha fatto venire in mente quella splendida definizione di Friendfeed che lo descrive come "Facebook senza i gattini" (di chi cazz'è questa definizione? Io continuo a trovarla seguita da "cit." tra parentesi, e nessuno che si prenda il disturbo di dire da chi è cit. la prima occorrenza che ho trovato è questa, ma anche qui c'è il cit., ma qui magari il cit. si riferisce solo ai gattini, mah...).

La seconda cosa che gli high-concept pitches mi hanno ricordato sono le kenningar.
Le kenningar sono figure proprie della poesia medioevale norrena, insomma scandinava. Una kenning è una frase usata al posto di un'altra o, più spesso, di una singola parola. È una sorta di definizione metaforico-enigmistica ("il bosco della mascella" invece di dire "la barba") usata al posto della parola originale, anche per questioni metriche e di allitterazione.
Ve ne riporto qualcuna così potete vedere se anche voi ci trovate una certa somiglianza con "lo Squalo" in un'astronave.

gallo dei morti - l'avvoltoio
tempesta di spade - la battaglia
mela nel petto - il cuore
rupi delle parole - i denti
pesce della battaglia - la spada
sole delle case - il fuoco
delizia dei corvi - il guerriero
rugiada della pena - le lacrime
campo del vichingo - il mare
frumento dei lupi - il morto
bronzo delle discordie - l'oro
signore degli anelli - il re
birra dei corvi - il sangue

Da notare come "guerriero" e "morto" siano, in buona sostanza, sinonimi (robe da vichinghi).

Sia per le kenningar sia per gli high-concept pitches la formula mi pare che sia: definisco X (la parola da sostituire nel poema oppure il film che vado a produrre) come Y (un'altra parola, un altro film) ma in (o con, o senza, o di, o per...) Z (ossia qualcosa che modifica la parola o il film che uso per definire X).

Ora, il fare una similitudine, una metafora, con annesso correttivo è pratica comunissima anche nella lingua di tutti i giorni (basti pensare a quando si dice "in gonnella" o "con le tette" per indicare una versione femminile di qualcuno: "Rambo con le tette", "Sherlock Holmes in gonnella") però a me pare che non capiti spesso  d'incappare in interi repertori di metafore costruite tutte in quel modo lì.

E questo primo pezzo l'ho finito.

Ah no, tutto ciò che so sulle kenningar l'ho letto da ragazzino in "Storia dell'eternità" di J.L. Borges, anche gli esempi sono andato a prenderli lì. Ci tenevo a dirlo.

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Siti inventati – è appena uscito "Il gioiellino", secondo lungometraggio di Andrea Molaioli. Il film racconta del crac Parmalat attribuendolo a una società alimentare fittizia, la Latte Leda.

In concomitanza all'uscita del film è stato anche messo in linea un finto sito internet della ditta: www.latteleda.it e a me, lo scoprirlo, mi ha fatto subito venire il mente il sito della Lacuna Inc. (già www.lacunainc.com) su cui capitai prima (!) dell'uscita di "Eternal Sunshine of the Spotless Mind" (metto il titolo inglese perché "Se mi lasci ti cancello" – contrariamente al film – l'ho sempre trovato pessimo) e la cosa mi fece abbastanza impressione (visto che non sapevo ancora nulla del film e quello era un sito che pubblicizzava un servizio di rimozione dei ricordi che non vogliamo più portare con noi).

Il fatto è che il sito della Lacuna è stato cancellato e ora digitandone l'indirizzo si viene ridiretti sulla pagina del sito Universal dedicata al film in questione.

Stronzi.

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Ghost-trainspotting – ieri, domenica 6 marzo, era la IVa Giornata delle Ferrovie Dimenticate. Se, nel frattempo, il mio lampo d'ingegno non si fosse estinto mi sarei sicuramente fatto una cultura a riguardo visitando i siti: Ferrovie Dimenticate, o Ferrovie Abbandonate, o ancora Binari Morti, oppure Ferrovie Dismesse.

Ma non l'ho fatto.

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PostSecret – per questa settimana, per quanto mi riguarda, the winner is:


Quando quelli dei lavori stradali mi fanno guidare sul lato opposto della strada,
io faccio finta di essere in Inghilterra.


Sul lato di guida avrei da raccontarvi – da sempre – una bella storia, molto alla quattrozerotré. Chissà...


Di PostSecret la prima volta ho parlato qui.


segreti della settimana (79)

venerdì 4 marzo 2011

di segreti un po' più sciapi e di auto un po' tamarre

Se ancora aggiornassi il blog, questa settimana non avrei aggiornato.

Da un lato ho troppo lavoro a cui badare, dall'altro però approfitto del troppo lavoro per evitare di avere una vita.
E con un cervello monofunzionale che post puoi sperare di fare? Al massimo post come quello di ieri, lontano non si va.

Neanche PostSecret in questo periodo suscita in me particolare interesse. Su questo ho la mia brava teoria.
C'è chi (alessandro... marco...) pensa che PostSecret non sia mai stato molto interessante e io, semplicemente, abbia in fine visto la luce (ancorché tardiva). Io penso piuttosto che una delle cose che, in genere, più mi piacciono di quei "segreti" è il loro essere più che storie indizi di storie. Dei PostSecret mi è sempre piaciuta la loro capacità di generare narrazioni nella mente di me lettore.

Probabilmente la sopraggiunta monofunzionalità della mia mente fa sì che, almeno per ora, questa capacità io l'abbia smarrita e che quindi i segreti mi dicano meno.
Non che abbia smesso di apprezzarli del tutto, però.



Continuo a pensare a cosa la mia famiglia dovrà fare
con la collezione di pornografia di mio padre quando morirà.
Mi imbarazza.


 
PER ANNI DA ADULTA
andavo a dormire nel letto...
e mi svegliavo nell'armadio.
PERCHE'?



La mia compagna di stanza al college andò a letto col mio fidanzato.
Dopo le restrinsi i vestiti.
Lei credeva di essere ingrassata.


Quest'ultima mi sembra una vendetta alla Amélie Poulain.
Restando in tema "tradimenti", questa settimana c'è anche un segreto arrivato da Cagliari (qui e qui) brutta cartolina, buon lavoro di bricolage, triste storia e pessimo marito.


Di postsecret la prima volta ho parlato qui.



segreti della settimana (78)



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Ieri sera ero al concerto di Joan As Police Woman, pubblico variamente trentenne con qualche punta verso l'alto (per esempio io). Ero lì con un'amica più giovane di me e ho scoperto che lei non aveva idea di cosa fosse una dune buggy.

È che a un certo punto Joan ha raccontato che a scuola (verso i dieci undici anni) il suo insegnante di musica era un tipo eccentrico, guidava una dune buggy, e faceva suonare all'orchestra di violini degli studenti "How Deep Is Your Love" dei Bee Gees.

Barbara, la mia amica, non sapeva cosa fosse una dune buggy. E io ho pensato che probabilmente è una cosa molto generazionale, almeno per noi italiani, che le dune buggy le abbiamo viste poco (in genere in qualche posto di mare, tipo della riviera romagnola) e solo fino a metà degli anni settanta o poco più.

Chiudo con un brano, lo so che qualcuno di voi preferirebbe un brano di Joan As Police Woman o, al limite, "How Deep Is Your Love" dei Bee Gees, ma io la chiusa di questo post voglio dedicarla alle dune buggy: a chi se le ricorda e a chi non sa cosa siano.
 


Oliver Onions – Dune Buggy
(dal film "Altrimenti ci arrabbiamo", 1974)



(ed essendo le dune buggy auto un filo tamarre, il brano mi pare giusto questo)

giovedì 3 marzo 2011

truppe scelte, ma di una certa età

Son lì che che lavoro di cazzuola e di lima (e, soprattutto, di forbici) alla sceneggiatura che contavo di aver già consegnato da tempo e mi accorgo che invece di "commando" ho scritto "cummenda"Splendido lapsus!

E subito mi è venuto in mente qualcosa di simile a The Crimson Permanent Assurance (il corto Terry Gilliam che fa da prologo a Il senso della vita dei Monty Python): là degli impiegati assicurativi si davano alla pirateria, nella mia fantasia invece un gruppo di commendatori milanesi (tutti con pelata e pancetta) si dà ad azioni di guerriglia.



Un piccolo sogno a occhi aperti, durato un minuto. Poi, finita la ricreazione, mi sono rimesso a lavorare di cazzuola (e, soprattutto, di forbici) alla sceneggiatura.

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