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sabato 3 ottobre 2015

persi e ritrovati (2)

Dicevo ieri de “La principessa sposa” di William Goldman. Le finte storie – dell'autore e del libro – me ne hanno fatti venire in mente altri due, di libri. Il primo non l'ho letto, nel secondo non c'è molto da leggere perché il libro è scomparso o almeno così sostiene l'autore (che però dice di non essere l'autore).

Se Goldman è uno sceneggiatore cinematografico Chuck Barris è un autore televisivo. Ha inventato qualche format di successo (per esempio il gioco delle coppie, nel 1965) e ha scritto un'autobiografia, nel 1984 a 55 anni, che s'intitola “Confessioni di una mente pericolosa” e che è famosa soprattutto per via del film del 2002 esordio alla regia di George Clooney. Io ho visto il film.


L'ho so che il film non è aderentissimo al libro, lo ha sceneggiato quel grancristo di Charlie Kaufman e ci ha messo un bel po' del suo. Però sia nel libro che nel film c'è questa cosa che si dice che Chuck Barris, intanto che faceva l'affermato autore televisivo, è stato assoldato dalla CIA e, in veste di agente, ha assassinato parecchie persone in giro per il mondo.

La cosa notevole è che Barris non ha mai ammesso che quella parte della sua “autobiografia non autorizzata” è del tutto inventata (come sembra plausibile e come la CIA ha seccamente e ufficialmente dichiarato, ma questo vorrebbe dir poco). A me questa cosa che uno racconta la sua vita, racconta un sacco di cose vere, ma poi ci infila anche un'enormità, con ogni probabilità falsissima, come quella di essere stato un assassino per conto della CIA mi è sempre piaciuta. Chuck Barris invece sospetto che di suo non sia un tipo molto piacevole, ma bisognerebbe conoscerlo di persona, o almeno leggere il libro, che però è uscito nel 2003 (anche questo, come la prima edizione di quello di Goldman, per Sonzogno a seguito del film, anni dopo l'uscita originale) ed è fuori catalogo.
Mi chiamo Andrea Pasini, nei primi anni Novanta ho iniziato a sceneggiare fumetti grazie a Enrico Lotti. Io ero un grafico, lui un collega giornalista che aveva appena cominciato a scrivere storie per Bonelli. Ho collaborato a Martin Mystère per tutto quel decennio. Verso la fine del '94, attraverso un ex compagno del mio primo liceo (l'Einstein qui a Milano), vengo in contatto col S.I.S.De.
Il giorno del mio trentesimo compleanno sono entrato a libro paga dell'agenzia alle dipendenze Ministero dell'interno (agenzia che proprio quel giorno lì era su tutti i giornali per le condanne del processo sui suoi fondi neri). Ho partecipato a molte operazioni in Italia e a qualcuna all'estero – in Somalia (a seguito del fallimento della missione ONU), in Albania (con agenti del SISMI, a latere della missione Alba dell'esercito), in Bosnia (in tre occasioni distinte) – ma anche in Paesi alleati che, per ora, preferisco non nominare.
Sono stato un operativo fino al novembre del 2001 e ho imparato parecchio su tecniche di combattimento, armi ed esplosivi, tutte cose che mi sono tornate utili durante la mia collaborazione con Diabolik. Collaborazione iniziata nel '99 e molto intensificata negli ultimi dieci anni. Al momento, oltre che come autore, lavoro per Diabolik anche come redattore.
Figata! Ma l'ha già fatto Chuck Barris.

Domani vi dico di quell'altro libro, quello che è scomparso o almeno così sostiene l'autore (che però dice di non essere l'autore).

venerdì 2 ottobre 2015

persi e ritrovati (1)

Sono sul ciglio di un crinale. Alle mie spalle ci sono le quaranta pagine autobiografiche (che ho appena finito di leggere) che fungono da introduzione al resto del libro, davanti a me ci sono trecento pagine (tutte ancora da leggere)  tutte di narrativa. Sono anni che non leggo più narrativa (fumetti a parte) se non in casi del tutto eccezionali e non so ancora se questo sarà uno di quelli.

Del perché non leggo più narrativa non saprei dire bene, non qui almeno. Di sicuro non è stata una scelta. È capitato. Sta capitando.

Il libro in questione è La principessa sposa di William Goldman, edizione originale del 1973 da noi è stato pubblicato nell'88 da Sonzogno (ristampato nel '90 da Bompiani) col titolo “La storia fantastica” (per via dell'omonimo film uscito l'anno prima) e poi nel 2007 l'ha ritradotto e riedito Marcos y Marcos.

William Goldman è scrittore e sceneggiatore, di suo in Italia è stato pubblicato poco e in catalogo resta solo questo libro qui, ma di film scritti da lui c'è caso ne abbiate visti. Per dire, si è vinto due Oscar uno per “Butch Cassady” e l'altro per “Tutti gli uomini del presidente”. Ha sceneggiato cose come “Misery non deve morire” e “Il maratoneta” (questo tratto da un proprio romanzo). È ancora in attività.

La storia che racconta nelle prime quaranta pagine de “La principessa sposa” (libro di William Goldman) è come, da ragazzino, “La principessa sposa” (romanzo di S. Morgenstern) gli abbia cambiato la vita. Un romanzo di avventure zeppo di tutto quello che uno di dieci anni vorrebbe leggere. Quel romanzo lì, poi per davvero, lui non lo aveva neanche mai letto, gli era stato letto ad alta voce da suo padre durante una malattia. E quando, ormai diventato grande, diventato scrittore e sceneggiatore e diventato a sua volta padre, ha voluto regalarne una copia al proprio figlio, a sua volta decenne, scopre che il padre, nel leggerglielo, si era preso qualche libertà. Soprattutto omissioni: una storia con le parti noiose tagliate.
Le trecento pagine che seguono, quelle che ancora dovrei leggere, sono la ricostruzione di quel libro, quello che gli ha letto suo padre, partendo dal testo originale di Morgenstern.


La storia di questa storia sarebbe già interessante di per sé. Quello però che me la rende ancora più interessante è che è falsa, pressoché tutta. Non esiste quel S. Morgenstern così come non esiste un'edizione integrale del romanzo di cui Goldman sostiene di aver fatto la riduzione. Non esiste neanche Jason il figlio decenne e grassottello (nel 1971) di Goldman, visto che ha invece, in realtà, due figlie femmine: Jenny Rebecca e Susanna. Non esiste neppure Florin, il Paese eruopeo da cui il padre di Goldman sarebbe emigrato negli USA e in cui il romanzo è ambientato. Di fatto anche le quaranta pagine che ho appena letto sono fiction. Fiction travestita da memoir ma sempre fiction.

La cosa ancor più curiosa (a quanto mi dice la wiki in inglese) è che per le successive edizioni celebrative del 25° anniversario, e poi del 30°, de “La principessa sposa” Goldman ha aggiunto altri pezzetti di questa biografia immaginaria e parallela: si è separato da sua moglie (questo lo ha fatto anche per davvero), Jason è cresciuto e ha fatto un figlio e Goldman si è industriato per scrivere un seguito de “La principessa sposa” ma gli eredi di Morgenstern glielo avrebbero impedito. Purtroppo, da quel che ho capito, Marcos y Marcos non ha pubblicato l'edizione più recente, ma solo il testo del '73 senza queste addenda.

Ora io non so se riuscirò a leggermi tutte le avventure della principessa sposa, giuro che ci provo. Ma intanto posso dire che, fin qui, a me questo libro ne ha fatti venire in mente altri due, diversissimi tra di loro: uno non l'ho letto e nell'altro c'è pochissimo da leggere perché, in un certo qual modo, neanche esiste. Di questi però magari vi parlo domani che oggi si è fatta una certa e sono pure un po' malaticcio.

venerdì 11 settembre 2015

è lui o non è lui?...

A Diabolik lavoriamo con “soggetti” molto dettagliati, altrove li si chiamerebbe trattamenti. Anche una quindicina di pagine dattiloscritte per una storia a fumetti di 120 tavole (in realtà 119) in formato pocket. Ciò nonostante il passaggio dal soggetto alla sceneggiatura non è mai meccanico e immediato.

Comincio, con questo post, quella che nelle intenzioni vorrebbe essere una serie che parla – in modo pratico – di scrivere fumetti, raccontando di questioni concrete. Saranno quindi testi che partono da storie che ho scritto (ovvero contribuito a scrivere) per Diabolik. Saranno densi di SPOILER (quindi siete avvisati) ma il lettore del post non dovrà per forza aver letto gli albi in questione per capire di cosa parlo.

Partiamo dall'albo di agosto scorso (“Uno dei tre", soggetto di Mario Gomboli e Tito Faraci da un'idea di Alessandro Mainardi e sceneggiatura mia e di Rosalia Finocchiaro – le storie di Diabolik sono opere corali, mai album solisti) quindi se lo avete sul comodino in attesa di leggerlo non proseguite oltre (oppure proseguite e 'sticazzi).

Diabolik si accinge a prendere il posto di un altro ladro (e al lettore non diciamo chi sia) deve prendergli una collana che quell'altro ha da poco rubato. Stacco. Assistiamo a tre scene di rapimento: tre tizi, uno dopo l'altro, vengono rapiti per ordine di un tale e rinchiusi, assieme, in una cella. Quindi ci viene spiegato che cosa sta succedendo: i tre tizi sono tre ladri, tra di loro c'è il responsabile di un furto, fatto mesi prima, ai danni del tale, ossia del rapitore (un colpo a causa del quale la figlia del tale è stata ammazzata). Il tale è disposto a tutto pur di scoprire quale dei tre ladri è il responsabile di quel colpo e, se non salterà fuori in qualche modo di lì a dodici ore, per sicurezza li farà ammazzare tutti e tre.


La situazione, perciò, è questa: uno dei tre ladri è, in realtà, Diabolik ma grazie alle sue maschere perfette non possiamo sapere quale dei tre sia. Il problema di Diabolik è uscire vivo da quella cella, il nostro problema, da sceneggiatori, era invece gestire la cosa senza che il lettore sgamasse quale dei tre fosse Diabolik prima del tempo (ossia del finale).

Il che è più facile a dirsi che a farsi. Perché se Diabolik con maschera avesse pensato “Maledizione! sono prigioniero e non posso avvisare Eva!” avremmo scoperto subito tutte le nostre carte. Del resto non far pensare mai a Diabolik cose “diabolike” era impensabile e, infatti, da soggetto era previsto che Diabolik rimuginasse un po' sulla sua situazione (in primis per confermare al lettore che sì, uno dei tre era proprio lui).


Qui sopra (e giù sotto) vedete come ce la siamo cavata. In primo luogo con inquadrature che tagliassero via la testa di Diabolik. Perché fosse possibile, però, abbiamo dovuto vestire i tre prigionieri nello stesso modo. E, per giustificarlo, abbiamo pensato a questo: visto che il rapitore vuole far sentire i rapiti come dei veri e propri prigionieri, non solo gli fa portar via orologio ed altri oggetti personali (cosa narrativamente indispensabile per evitare che a Diabolik rimanesse addosso il radio orologio) ma li costringe pure a indossare una tuta uguale per tutti. Come fossero uniformi da carcerato.

Nella seconda vignetta della tavola qui sopra si usa un altro espediente che, in genere, però adoperiamo per un diverso scopo.
Come ogni fumettista sa bene, gestire una lunga scena di dialogo è sempre problematico. Il rischio “du` maroni” è costantemente dietro l'angolo. Molto spesso ci si trova a dover ravvivare visivamente una sequenza in cui due personaggi, magari chiusi in una stanza, se la contano su interminabilmente. Tanto può fare l'abilità registica del disegnatore, alternando primi piani a inquadrature più ampie dell'ambiente, ovviamente campi e controcampi aiutano e di sicuro aiuta anche il far fare qualche gesto ai personaggi (versarsi da bere e poi bere, accendersi la pipa e poi fumarla). Ma, se le chiacchiere persistono, una bella inquadratura di alleggerimento dell'esterno dello stabile (o dell'auto, o della nave) in cui avviene il dialogo (con un balloon proveniente dall'interno) darà al lettore (e al disegnatore) una vignetta di tregua.

Visto che, di solito, in un fumetto non sentiamo la voce dei personaggi una simile inquadratura va minimamente gestita in modo da non creare confusione su chi dice cosa (per esempio facendoci chiaramente continuare la battuta di un personaggio iniziata nella vignetta precedente) però, in qualche raro caso, è possibile sfruttare ai fini del racconto proprio il fatto che il lettore non sappia a chi appartenga il fumetto in questione (ed è ciò che abbiamo fatto questa volta).


Nel primo soggetto che scrissi per Diabolik (era il ‘99) usai questo escamotage per perpetrare un inganno al lettore. Leggendo, doveva sembrarci scontato che una certa battuta andava attribuita a un certo personaggio e invece, nel finale, avremmo capito che era stata detta da un altro (e ciò cambiava, e di parecchio, tutta la dinamica del finale). Ne ero tronfiamente fiero. Poi, in fase di sceneggiatura, il soggetto venne pesantemente modificato e tutta quella parte fu espunta. È da allora che sto aspettando l'occasione buona per riusare quel trucco.

Le matite delle vignette qui sopra sono di Matteo Buffagni con chine di Giorgio Montorio (personaggi) e Luigi Merati (sfondi) – come dicevo prima le storie di Diabolik sono opere corali, mai album solisti.
trucioli e sfridi 1

mercoledì 9 settembre 2015

rieccomi... per ora

Ci sono molte ragioni per cui questo blog è abbandonato a se stesso, alcune sono endemiche (la mia pigrizia, il fatto che il concepire qualcosa mi appaga quasi quanto l'averla fatta davvero, le mille robe da fare, la pigrizia), altre dovrebbero essere oggetto di analisi terapeutica (e, a volte, lo sono). Ma uno dei motivi principali del languire di quattrocentotré è che io scrivo per lavoro.

Ora, questo non è per dire che io scrivo solo se mi pagano (però, lo ammetto, questa cosa che mi pagano per scrivere è un buon aiuto contro la pigrizia) ma è per dire che quando non scrivo qui io non è che non scrivo niente. Scrivo (leggo, correggo e riscrivo) sempre, a volte anche più di quanto vorrei. Ed è quasi sempre a causa di Diabolik.

Andrea Pasini “Diabolik torna indietro” inchiostro su carta (particolare)
Da tanto tempo il maledetto criminale si ruba tanto del tempo che dedico alla scrittura e, alla fine, non me ne avanza poi molto per fare dell'altro. Certo, fossi meno pigro sarebbe un'altra storia, ma se fossi meno pigro voi stareste leggendo i rovelli di qualcun altro e ciao.

Ma visto che, periodicamente, capita che questo posto mi manchi e che la voglia di scriverci ancora si è riproposta anche in questo inizio d'anno, ho pensato una cosa. Ho pensato che, forse, se qui, quando capita, mi metto a parlare di quello che scrivo di là, per Diabolik, magari poi mi vengono da scrivere anche altre cose. E, pure se così non fosse, a me parlare del mio lavoro per Diabolik piace sempre e quindi già fare solo quello, qui su 403 potrebbe andar bene. Niente discorsi su i massimi sistemi, solo chiacchiere di bottega su aspetti piccini e concreti del mio scrivere fumetti.

Dai, ci provo.
Tra un paio di giorni il primo post, qui.

giovedì 28 agosto 2014

pronto casa pasini?

Luglio 1970, io ho sei anni e mezzo e sono con mia mamma in campeggio a Cecina (Livorno), il babbo ci ha portato lì e poi è tornato a Milano, a lavorare... ci siamo trasferiti su da Firenze nel dicembre dell'anno prima.

Come ogni sabato pomeriggio la mamma va al posto pubblico per telefonargli. Fa il numero, il telefono suona un po' e alla fine le risponde una donna (UNA DONNA?!) per un attimo la mamma è disorientata ma, di certo, avrà sbagliato numero...

Mamma – Mi scusi... è il 5694***4?

Voce di donna – Sì...

Mamma – Casa Pasini?...

Voce di donna – Sì...

Mamma (già molto alterata) – Mi passi mio marito!

Voce di donna – Non so di chi sta parlando...

mamma esterrefatta, per altro, dietro la voce di donna si capisce che c'è una voce maschile (!) che le sta chiedendo che succede

Mamma (tra l'arrabbiato e l'incredulo) – Ma è casa Pasini?!

Voce di donna (ormai alterata anche lei) – Sì, certo!

Mamma (ora solo arrabbiata) – Allora mi passi mio marito!

Voce di donna – Guardi che, qui, l'unico marito che c'è: è il mio!

Mamma (determinatissima) – Me lo passi!

parlottio all'altro capo e, alla fine, il telefono passa di mano

Voce di uomo (NON di mio padre) – Signora, io son lusingato ma una moglie io l'ho di già e gli'è qui accanto me...

Cos'era successo?
Era successo che mamma si era dimenticata di fare il prefisso di Milano. All'epoca lo 02 (o qualsiasi altro prefisso) andava fatto solo se si chiamava da fuori del distretto teleselettivo, quindi non si era molto abituati a farlo componendo il proprio numero. Saltò così fuori che, in provincia di Livorno, con lo stesso nostro identico numero c'era un'altra famiglia Pasini e il matrimonio dei miei fu salvo.

Primi anni '80 ci siamo trasferiti in zona Fiera, sempre a Milano, e ora il nostro numero di telefono è 02-4811***8.

I miei zii romagnoli, invece, hanno preso in gestione un albergo in montagna, l'Hotel Moderno di Macugnaga, che di telefono fa 0324-811***8.

Di quando in quando, quando qualcuno che vuole chiamare l'albergo si dimentica di fare il "3" del prefisso, riceviamo noi la chiamata.
Lui è convinto di telefonare a una struttura turistica della Valle Anzasca e invece gli risponde una famiglia di Milano. E la cosa assurda è che ad alcune domande quella famiglia sa pure rispondere.

"Guardi, no, ha sbagliato numero... ha fatto male il prefisso, questo è un numero privato di Milano. Comunque sì, l'albergo è aperto e dovrebbero ancora avere camere libere, li chiami pure".


Poi basta, altre cose così strane coi numeri di telefono non ce ne sono più capitate.

(Però me n'è successa una a me di persona, più recente, e magari presto ve la racconto)

domenica 24 agosto 2014

sogno una testata di sicuro successo

Sono a Roma e, con una mia vecchia compagna di corso (quale corso? mah...) che si chiama Sofia Gnosa (sarà una che la sa lunga? forse sì), stiamo risalendo un vicolo scosceso la cui parte centrale è, in pratica, un ruscello. Scende così tanta acqua e da così tanto tempo che ci vivono parecchi molluschi.

Ci raccontiamo delle rispettive vite sentimentali: lei mi dice che, da un po', è fidanzata con un collega di lavoro. Lavorano entrambi nella redazione di una rivista che sta lì a due passi. Io, per fare lo spiritoso (mah...), chiedo di cosa si occupa il loro giornale e, indicando uno dei molluschi vicino ai nostri piedi, dico: "di fauna acquatica urbana?".
Lei, serafica, risponde no, che la testata si chiama "La tua pigione" e che si occupa di affitti.

È un giornale double face, di quelli che leggi metà per un verso e per metà per l'altro, di fatto due giornali in uno: due copertine, due indici... Da un lato la rivista è dedicata agli inquilini e ai loro diritti, dall'altro è rivolta ai proprietari di case. “In buona sostanza – lei mi racconta – spesso le due parti ospitano gli stessi articoli ma affrontati con taglio opposto: di qua spieghiamo come fregare i padroni di casa, di là spieghiamo come fregare gli affittuari".


Mi sveglio pensando che, quella Sofia, fisicamente assomiglia molto a un mio compagno di liceo: Antonio Legnani (ma lei è più carina).

venerdì 15 agosto 2014

cosa regalare a uno che non ha più nulla?

Qualche giorno fa ho sognato che qui da noi era costume, in occasione di un funerale, fare qualcosa del genere “lista nozze” solo che era per il funerale.

La lista poteva essere stata stilata in precedenza dal morto ed allegata al testestamento oppure veniva decisa dai parenti che si occupavano delle esequie. Poteva assomigliare a una lista nozze vera e propria (“foto ovale in ceramica... porta fiori in ferro battuto...”) ma poteva anche essere un elenco di opere di bene (“donazione da 50 euro ad Amnesty Inernational... panino alla tipa che chiede i soldi al semaforo tra via Filippetti e corso di Porta Vercellina...”).

Chi intendeva partecipare a un funerale e aveva piacere a contribuire, s'informava su dove era depositata la lista per quel morto lì e poi andava a dare il suo obolo per la voce in elenco che gradiva di più (e che più era vicina alle proprie possibilità economiche).

In genere, a fine funerale c'era una cena.

E, nel mio sogno, era così per tutti i funerali o quasi.

[fonte more than horror]

Ah, buon ferragosto!

venerdì 25 luglio 2014

rosate parvenze di donne nude

Non è che, solo perché il blog era chiuso, io ho smesso di leggere i miei bravi libri da metrò. Tra i vari, ne ho letto uno dedicato ai mattoidi italiani (lo comperai da un'amica libraja quando ancora stava a milano). Tra i tanti capitoletti, dedicati ad altrettanti mattoidi, ce n'è uno dedicato a giovanni tummolo, alla sua religione e ai precetti che la suddetta vuole siano rispettati. Eccoli qui:
I nuovi comandamenti della religione misticatea sono:

1. non adorare alcun Dio, aiutati in modo che tu possa far progredire l'anima tua;

2. non prendere l'abito della bestemmia poiché ti renderebbe volgare;

3. ama i tuoi genitori, e anche se sono perversi non disprezzarli mai;

4. non uccidere; se possiedi istinti sanguinari con lo studio della religione misticatea, la ginnastica e la solitudine puoi dominarli;

5. riposati in quel giorno che più ti sembra propizio, perché non hai il dovere di santificare nessuno;

6. non commettere adulterio, sebbene non vi sia cosa più ardua che vincere i propri istinti carnali; vi sono tre soli rimedi per i mali d'amore: fuggire, distrarsi, studiare; odia la tua carne e le sue schifose voglie, combatti con tutti i mezzi per mantenerti puro, perché la purezza facilita l'evoluzione dell'anima; non rendere i piaceri carnali l'unico scopo della tua esistenza, altrimenti diverrai schifoso più di un gatto e di un cane; per facilitare il tuo compito esercitati alla ginnastica, studia la matematica, l'astronomia, la metafisica, recati a letto stracarico di sonno e non guardarti nudo; non bere vino, non recarti al cinema, non guardare le gambe delle fanciulle perché proprio dal basso sorgono i desideri ignobili, e vivi sulle vette dei monti anche se da quelle altezze solitarie ti sembrerà di scorgere rosate parvenze di donne nude fra albero e albero;

7. non rubare; e

8. non desiderare la donna d'altri.

Leggo questo decalogo monco, ridacchio e mi vengono in mente due cose.
La prima è celeberrima e riguarda gli elenchi arbitrari:
Codeste ambiguità, ridondanze e deficienze ricordano quelle che il dottor Franz Kuhn attribuisce a un'enciclopedia cinese che s'intitola "Emporio celeste di conoscimenti benevoli". Nelle sue remote pagine è scritto che gli animali si dividono in
(a) appartenenti all'Imperatore,
(b) imbalsamati,
(c) ammaestrati,
(d) lattonzoli,
(e) sirene,
(f) favolosi,
(g) cani randagi,
(h) inclusi in questa classificazione,
(i) che s'agitano come pazzi,
(j) innumerevoli,
(k) disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello,
(l) eccetera,
(m) che hanno rotto il vaso,
(n) che da lontano sembrano mosche.
Ma, soprattutto, il delirante comandamento misticateo numero sei, col suo deragliato finale allucinatorio, mi ha fatto venire in mente un'altra cosa, persino più divertente della lista di Borges.


Il libro da metrò è di Paolo Albani, "I mattoidi italiani", Quodlibet, Compagnia Extra, 2012.

Il brano di Jorge Luis Borges è tratto dal capitolo "L'idioma analitico di John Wilkins" in "Altre Inquisizioni" (traduzione di Francesco Tentori Montalto), Adelphi, 2000 (ma io l'ho preso dalla mia edizione Feltrinelli anni '90).

Infine, quel capolavoro a fumetti che avete appena letto (perché l'avete letto vero?! non siete scesi qui giù saltando il fumetto? sarebbe una sciocchezza, su leggetelo) è tratto da una perla (purtroppo) rara: il primo libro pubblicato in italia di Lewis Trondheim "Monolinguisti e altri esercizi di stile" (traduzione di Alessandro Panzeri, Silvia Alzavola e Emanuela Ghinaglia) Rasputin!libri, 1998.
Credo sia uno dei libri che più ho regalato in vita mia, finché mi è stato possibile.

mercoledì 23 luglio 2014

il cantautore sostituito

Questa notte ho sognato che i cantautori, un po' come capita per i portinai dei casamenti o i medici di base, quando andavano in vacanza dovevano trovarsi un sostituto. Un altro cantautore che facesse il lavoro al posto loro mentre erano via.

Così, quando un primo cantautore andava via per un po', c'era un secondo cantautore che ne prendeva il posto. Se c'era una canzone lasciata a metà – colla musica ma senza il testo, o colle strofe ma senza il ritornello – questo secondo cantautore la doveva finire, se c'era un concerto da fare il secondo cantautore si esibiva al posto dell'altro (ma solo colle canzoni del primo cantautore, è ovvio, però fatte col proprio stile, ché si trattava di un altro cantautore mica di un imitatore).

E io nel sogno mi chiedevo: ma chissà se questa cosa delle sostituzioni per vacanza (o anche per malattia) porterà nuovo pubblico ai due cantautori? Chissà se i fan del primo così apprezzeranno anche il secondo e viceversa?

Poi mi sono svegliato prima di scoprirlo, che stamattina faceva freschino e io ero poco coperto.

sabato 12 luglio 2014

la dura vita dei personaggi

Sto lavorando a un soggetto per il "Maledetto Criminale", sappiamo bene come inizierà, abbiamo un'idea abbastanza precisa di come andrà a finire, ma siamo ancora in una fase in cui tutto il corpo centrale della vicenda è ancora da articolare in dettaglio e, quindi, ho appena scritto questa nota di lavorazione:
Forse però la presenza nella storia di questo Giorgio non è più necessaria (vedi mie considerazioni al punto 14) nel caso si decidesse di farlo sparire penso che Rita (o, in alternativa, Anna) dovrebbe cambiare sesso.
Come l'ho scritta mi è subito venuta in mente questa striscia di Tom Gauld che avevo pubblicato anni fa:


I personaggi di un romanziere indeciso conversano...

K – Ciao Brian!
B – Non sono più Brian, in questa bozza sono Ben. Sono stato Susan per attimo, ma non parliamone.
– Io sono ancora Keith ma lui contina a cambiarmi la moglie. Mi confonde parecchio.
– Già.
– E ci va anche bene: hai sentito di Muriel?
– No.
– Cancellata completamente! E tutte le sue battute buone date al barista nel capitolo due!
– È orribile!

giovedì 10 luglio 2014

woh-oh-oh geno-o

Ho appena cominciato a vedere "Ashes to Ashes" sequel/spin off di quella bella cosa che è stata la serie inglese "Life on Mars".
Là era Manchester e gli anni '70 qua è Londra e gli anni '80... Visto che negli anni '80 io c'ero (saltuariamente anche a Londra) questa mi sta facendo un'impressione strana... in primo luogo d'imbarazzo (c'è più di un motivo per essere imbarazzati dagli anni '80) però qualche cosa da ricordare con piacere e affetto c'è, per esempio un po' di quella musica.

"Ashes to Ashes" è pieno zeppo di musica e, trattandosi di Londra, la musica non è solo nella colonna sonora ma è pure sui muri (fu una delle cose che più colpirono arrivato a Londra da ragazzino: il centro della città tappezzata dai manifesti dei 45 giri in uscita) e nella trama del telefilm. Questo secondo episodio, quello che ho visto stasera, in qualche modo ruota attorno a "We are all prostitutes"del Pop Group ma non si fa mancare nulla: da "Fade to grey" dei Visage a "(We don't need no) fascist groove thang" degli Heaven 17 epperò il leitmotiv della puntata è questa canzone qui:


I Dexys Midnight Runners (ma del gruppo originario era rimasto solo il leader Kevin Rowland) qui da noi avrebbero poi fatto il botto un paio di anni dopo con "Come On Eileen" ma "Geno" secondo me resta la loro meglio (e gran parte di quel loro primo album lo apprezzo molto ancora adesso).

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Ah, per chiunque fosse ancora in ascolto: ben ritrovati...

sabato 8 marzo 2014

all'indietro e coi tacchi

In questo periodo di magra per quattrozerotré arriva l'otto marzo e io mando un po' di repliche.
Meglio di niente, dai.

QUI parlo dello slogan "vogliamo il pane e le rose". Uno dei primi post del presente blog, più di sette anni fa, come passa il tempo quando ci si diverte.

QUI ne riparlo e parlo dell'8 marzo e del fatto che non è nato per ricordare l'incendio di una fabbrica (un post abbastanza menoso, diciamolo).

Infine QUI parlo brillantemente di Williamina Paton Fleming, una scienziata che adopero (assieme a Ginger Rogers) come emblema della condizione femminile.

Fred Astaire: certo era un grande, ma non dimentichiamo che Ginger Rogers faceva tutto quello che faceva lui, ... andando all'indietro e coi tacchi alti.

domenica 2 marzo 2014

in fondo al mar...

Anche se trascuro il blog (e non solo il blog) alcune cose continuano come sempre, per esempio le mie quotidiane letture in metropolitana andando e tornando dal lavoro.

Da un po' sto leggendo un libro che trovo entusiasmante: "Breve storia di (quasi) tutto" di Bill Bryson, non è certo una novità, è uno dei libri di divulgazione scientifica che più hanno venduto al mondo verso la metà degli anni duemila. L'autore è un affermato scrittore di libri di viaggi che, resosi conto della sua vasta ignoranza in un sacco di cose scientifiche, ha passato tre anni a studiarsi i fondamenti di chimica, paleontologia, astronomia, biologia, antropologia, fisica e sicuramente un bel po' di altre cose che dimentico. I frutti di quello studio li ha riversati in un tomo di oltre 500 pagine che non è solo un bigino di tutto questo sapere, ma è anche un buon libro di storia della scienza che ci racconta come e quando certe cose sono state scoperte.
Nel raccontare le storie personali degli scienziati (specie di quelli del sette-ottocento) l'ho trovato, a tratti, esilarante e anche quando non fa ridere e sempre molto interessante. Spero proprio di riparlarne da queste parti.

Un piccolo limite del libro (davvero minimo) è che essendo del 2003 e parlando di ricerca scientifica alcuni fatti sono stati superati dagli eventi. Per esempio nel testo il bosone di Higgs era ancora solo un'ipotesi teorica e sul fondo fossa delle Marianne (10.918 metri sotto il livello del mare, il punto più basso del pianeta) c'erano stati solo due uomini: Jacques Piccard e Don Walsh a bordo del batiscafo Trieste e sembrava che una simile operazione difficilmente sarebbe stata replicata (mentre invece nel 2012 c'è andato, per conto suo, anche il regista James Cameron).

Leggendolo sono appena incappato in una di quelle frasi che, da sole, valgono lo spunto di un film. E, anche se c'entrano batiscafi di profondità e la marina militare americana, non sarebbe di un film d'avventure. L'argomento è la nascita del primo batiscafo Alvin.
[fonte]
Allora, i presupposti: Jacques Piccard e suo figlio Auguste sono due svizzeri che nel 1953 varano il batiscafo Trieste (battezzato in onore della città in cui fu costruito) grazie al quale compiono, da subito, imprese eccezionali (spostando il record di profondità raggiunto dall'uomo da 1.370 a oltre 4.000 metri sotto il livello del mare) e per colpa del quale arrivano a un passo dalla bancarotta (le missioni costano care).

Nel 1958 stringono quindi un accordo con la marina militare USA che diventa proprietaria del batiscafo (l'impresa sul fondo della fossa delle Marianne è del 1960 e il compagno di Piccard fu, giustappunto, un luogotenente della Marina). Ma le missioni del Trieste continuavano a essere costose e non è che alla Marina militare portassero chissà quali risultati e quindi il progetto di esplorazione oceanografica da loro venne sostanzialmente abbandonato ma non prima di aver messo in cantiere un nuovo batiscafo – più avanzato e maneggevole – il primo sommergibile della classe Alvin (detto anche DSV-2).

Cito da pagina 305 del libro di Bryson:
C'era solo un problema: i progettisti non riuscivano a trovare nessuno disposto a costruirlo. Secondo quanto scrive William J. Broad nel suo "Universe Below", «nessuna grande compagnia come la General Dynamics, costruttrice di sottomarini per la Marina militare, voleva imbarcarsi in un progetto screditato sia dal Bureau of Ships sia dall'ammiraglio Rickover, principali arbitri degli investimenti della Marina». Alla fine, in modo del tutto inverosimile, l'Alvin fu costruito dalla General Mills, un'azienda alimentare, in uno stabilimento dove si fabbricavano le macchine produttrici dei cereali per la colazione.
Ecco, io penso che forse qui sta nascosta la trama di un buon film brillante ("ispirato da una storia vera") ossia il raccontare com'è che "in modo del tutto inverosimile" un sottomarino che nel 1966, due anni dopo il suo varo, sarebbe servito per localizzare una bomba nucleare da 1,45 megatoni (finita in mare a largo delle coste spagnole dopo lo schianto accidentale del B52 che la trasportava) sia stato costruito da un'azienda produttrice di cereali per colazione. Secondo me ha buone potenzialità.


(sarebbe come se da noi avessero fatto fare un cacciatorpediniere a quelli del Mulino Bianco – "General Mills" ossia "Mulini Generali")

mercoledì 12 febbraio 2014

i bei tempi andati...

Vi ricordate Rachel Bloom? Quella di "Scopami, Ray Bradbury!"... L'anno scorso ha realizzato un video a cartoni in cui interpreta una principessa Disney storicamente accurata. Da un paio di giorni il video è stato doppiato in italiano.

Questa è la versione originale:


Questa è quella in italiano:

giovedì 6 febbraio 2014

quindici minuti fa...

Sono sul tram e sto rientrando a casa. Seduta sulle panche contrapposte, c'è una piccola masnada di ragazzini di prima media. Metà ha in mano degli smartphone grossi come mattonelle.
Uno magrolino, capelli ricci castani, si rivolge a uno cicciotto, col berretto di lana, che sta di fronte a lui e che ha in mano un iphone, bianco. Accanto al ricciolino ci sta un altro bassetto e minuto, capelli lisci, corti e faccetta un po' cattiva.

Ricciolino (sorridente) – l'iphone bianco è da ricchione!

Cicciotto (sorridente, spippolando coll'iphone) – son gustibus... [sic]

Bassetto (sorridente) – l'iphone bianco è da razzista...

Bassetto (si fa serio simulando disprezzo) – ... ariano!