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sabato 31 ottobre 2015

weird science

Il sito di Panorama pubblica un articolo sulla questione OMS, carni rosse, insaccati... In effetti è una questione articolata che ha bisogno di essere spiegata bene, perché i dati scientifici, se mal comunicati, si prestano a portare confusione e facili allarmismi... e a chi ha affidato Panorama online l'articolo, pubblicato nella sezione: Scienza -> Salute, per far luce sulla complessa questione?...

A un salumiere.

Non un intervista, eh... proprio un articolo scritto, dall'inizio alla fine, da UN SALUMIERE.

Ecco, io non sono vegetariano e amo i salumi... ma le molte reazioni scomposte che si leggono in giro a questa cosa dell'OMS («un carrozzone sotto la guida dell'Onu che ogni tanto deve per forza far rumore per giustificare a se stessa e agli altri la sua esistenza» nell'opinione del salumiere di cui sopra) a me sgomentano.

E perché io mi sono letto un articolo su Panorama online della sezione Scienza -> Salute scritto da un salumiere?
Perché mi è stato segnalato da Google Alert in quanto quel salumiere si chiama “Andrea Pasini” (infatti l'articolo è firmato “Andrea Pasini della Salumeria Pasini” un po' come “Renato dei Profeti” o il compianto “Maurizio dei New Dada”).

Google Alert è un servizio di Google che tutte le volte che appare una pagina con su scritto “Andrea Pasini” me lo segnala via mail (ma si può fare anche con altre stringhe di ricerca). Ecco, oggi mi ha segnalato questa del salumiere, quattro giorni fa invece mi è arrivato un link al resoconto della partita di calcio Grumellese-Monza (due a zero per la squadra di casa) in cui Andrea Pasini, mi pare di capire, si è portato abbastanza bene... molto più spesso mi tiene a giorno delle attività di un consigliere comunale forlivese, Andrea Pasini dell'UDC. Mai che mi segnali quando il mio nome è associato alle pubblicazioni di Diabolik (e vi assicuro che ogni tanto capita). Insomma, non che ne abbia davvero bisogno (giuro), ma Google Alert per me è un periodico bagno di umiltà...

(e comunque questa cosa che Panorama fa scrivere nella sezione Scienza -> Salute del suo sito ai SALUMIERI, mi pare l'impietoso specchio di come è messa l'informazione italiana)

martedì 13 ottobre 2015

viuleeenza!

Lo dico sempre: non esiste il pubblico di Diabolik, nel senso che non esiste un lettore tipo, ma piuttosto un arcipelago di gruppi di lettori diversi tra loro e dai gusti, a volte, anche contrastanti.

Non a caso, nell'annuale sondaggio promosso dai fan del Diabolik Club, quasi sempre le storie che vengono votate come più piaciute si ritrovano anche tra quelle votate (ovviamente da altri) come piaciute di meno. Ci sono i lettori che amano soprattutto l'azione, quelli che apprezzano le trame intricate, quelli a cui le trame intricate danno il mal di testa, quelli a cui una storia romantica ogni tanto fa proprio piacere e quelli che invece no, di storie romantiche non ne vogliono sentire parlare. Tante isole diverse, tante popolazioni con proprie idee e preferenze.
Uno dei temi su cui c'è maggior dibattito è il sangue.

In questo post parlerò, brevemente, dell'albo in edicola il mese scorso (“Morte in alto mare” n. 9/2015) spolierando molto poco e della prima storia che ho sceneggiato per Diabolik (“Il diamante nero” n. 1/2008) *SPOILER*ando invece parecchio. Siete avvisati.

Ma prima, due pillole di storia: all'inizio della sua vita editoriale Diabolik era più feroce, uccideva con leggerezza, anche quando non era necessario. Questa prima fase però durò poco, le sorelle Giussani cominciarono a correggere il tiro già verso la metà degli anni ’60, in coincidenza con l’arrivo della “banda dei K” come la chiamavano loro (Kriminal, Sadik, Satanik, Killing... etc...). Le autrici infatti preferirono non mettersi in competizione sul piano del sangue con gli epigoni nati dal successo di Diabolik e, anzi, temendo che alla lunga i lettori si sarebbero stufati si allontanarono dal taglio da feuilleton granguignolesco dei primi numeri, cambiando lo strillo sopra la testata da “il fumetto del brivido” a “il giallo a fumetti”.
Da allora altre trasformazioni ci sono state e, progressivamente, Diabolik ha ridotto ancora il numero di omicidi perpetrati. Continua a uccidere ma solo quando è strettamente necessario (e/o quando la vittima è, agli occhi di Eva, Diabolik o dei lettori, una merdaccia d'uomo).

 

A oggi dobbiamo quindi affrontare un pubblico composto (schematizzando parecchio) o da nostalgici della prima (al massimo della seconda) ora che vorrebbero un Diabolik più sanguinario di quello attuale o da lettori arrivati dopo (un dopo relativo, si parla anche di vent'anni fa e più) che davanti a un Diabolik “troppo cattivo” storcono il naso.

Con questo ho avuto modo di farci i conti già dalla prima sceneggiatura che ho scritto per la serie.
Quella storia ruota attorno a una pietra “maledetta” (il diamante nero che dà il titolo all'albo) che pare proprio portare una jella mortale ai suoi proprietari. E, in effetti, alla coppia di ricconi che ne entra in possesso a inizio albo capita ogni tipo d'incidente (con guardie del corpo morte e ferite e, alla fine, pure con uno dei due che ci rimette le penne). Una delle sfighe avviene al porto di Ghenf: un gruista muore per un infarto e il container che stava spostando, ormai senza controllo, quasi li spiaccica (e, comunque, ammazza uno dei loro guardaspalle).

Un po' prima del finale, però, scopriamo che dietro a tutti quei guai apparentemente dovuti al caso (o alla scalogna che porta il diamante nero, a seconda che si sia superstiziosi o meno) c'era in realtà Diabolik, che perseguiva un suo machiavellico piano. Come d'abitudine, il lettore viene messo a giorno di come sono andate davvero le cose da un lungo spiegone con generoso uso di flashback. Questo un passaggio:

Disegni di Enzo Faciolo (elaborazione digitale di Paolo Tani)
Be'... a causa della tavola qui sopra abbiamo ricevuto lamentele (più d'una e parlo anche di lettere cartacee, che costa fatica scriverle e imbucarle) che trovavano sbagliato che Diabolik uccidesse un innocente lavoratore portuale (per l'onesto guardaspalle spiaccitato, invece, neanche una piega).
A questi lettori che si aspettano dal nostro protagonista che uccida solo in modo “giusto” (o quasi) si affiancano quelli (e non son pochi, specie sui social) che ci chiedono un Diabolik più violento e spietato. Insomma è un po' un casino.

Anche per questo scrivere Diabolik (e qui più che scrivere il singolo albo intendo scrivere la serie, i vari soggetti e curare la programmazione) è come decidere un menù che, nei limiti del possibile, deve tenere conto dei tanti gusti dei nostri ospiti. I vari ingredienti (sangue, romanticismo, colpi complessi, Ginko, fughe...) vanno dosati e alternati cercando un punto di equilibrio. Quindi questo vuol dire che in una serie dai margini stretti come Diabolik (le nostre storie sono necessariamente meno varie di quelle di Dylan Dog o di Zagor) dobbiamo lo stesso stare molto attenti alla varietà delle avventure che proponiamo. Il che non è facilissimo e non sempre ci riesce al 100%, per esempio lo scorso albo è stato il terzo consecutivo in cui non appariva Ginko e questo a molti nostri lettori dà fastidio (per fortuna l'ispettore c'è, e con un ruolo importante, nell'albo di ottobre attualmente in edicola, mancherà di nuovo a novembre, farà una comparsata a dicembre e sarà essenziale nella storia di gennaio che, soprattutto, vedrà il ritorno della sua compagna Altea – altro “ingrediente” che ci richiede una particolare attenzione, di Altea però magari ne parlo un'altra volta).

Ma torniamo al sangue. In redazione probabilmente io sono quello più vicino ai lettori che ce ne chiedono di più e, visto che Diabolik è sempre un lavoro corale più che un “album solista”, questo porta a interessanti dibattiti che mi vedono coinvolto assieme a Mario Gomboli (direttore, editore, capo-soggettista, insomma capo) e Licia Ferraresi (responsabile della revisione delle sceneggiature, soggettista a sua volta, mia capa nel lavoro di editing delle storie). Il fatto di essere dispari è una benedizione. Nei casi più controversi decidere a maggioranza è facile.

Tornando all'albo di ottobre, “Morte in altro mare”, questa volta non è stato molto controverso il caso su cui abbiamo dibattuto mentre era ancora in fase di soggetto. Soggetto, per l'appunto, di Ferraresi/Gomboli (poi sceneggiato da Diego Cajelli).

Diabolik (a cui girano i coglioni non poco perché un colpo filato liscio come l'olio ha poi avuto un guaio inaspettato) si trova a interrogare un poliziotto a libro paga di una banda di criminali. Il Nostro ha urgentemente bisogno di informazioni sui loro traffici e, essendo Diabolik, riesce a sapere tutto e subito. Saputo quanto vuole, deve muoversi in fretta e non può permettere che il tizio avverta i malviventi che lui è sulle loro tracce. Quindi è ovvio che l'agente corrotto non sopravviverà all'incontro col Re del Terrore.
A noi però restava da decidere se sarebbe stato ucciso a sangue freddo oppure se gli avremmo fatto tentare una reazione disperata (magari tirando fuori una pistola nascosta da qualche parte) a cui Diabolik avrebbe reagito lanciando il suo pugnale.

Da un lato c'è qualche nostro lettore (e pure qualcuno della redazione :) che non ama vedere Diabolik uccidere un uomo disarmato, d'altro canto quell'uomo disarmato era anche un poliziotto corrotto e però – a quanto ne sappiamo – né lui né i malviventi che lo pagano hanno commesso reati cruenti, del resto l'ucciderlo a sangue freddo sarebbe stato perfettamente in linea con il modus operandi di Diabolik. Perché è a noi autori (e a parte dei lettori) che interessa che la vittima uccisa a sangue freddo sia, in qualche modo, una canaglia, per quanto riguarda Diabolik è vero che nel tempo ha ridotto il numero di omicidi ma lo ha fatto solo perché si è reso conto che per lui è più conveniente uccidere solo quando necessario (perché è capitato che certi suoi omicidi “evitabili” gli si siano poi ritorti contro come boomerang sotto forma di parenti vendicativi o altri impicci). Insomma, se Diabolik deve uccidere a freddo un innocente gruista lo fa senza problemi, figuriamoci uno sbirro (venduto o meno che sia).

Be', come dicevo questa volta alla fin fine scegliere non è stato difficile e come ammazzare il poliziotto è stato deciso all'unanimità. Qui sotto potete vedere come ce la siamo cavata.

Tavola a matita di Angelo Ricci per “Morte in alto mare”
trucioli e sfridi 2

sabato 3 ottobre 2015

persi e ritrovati (3)

Se vi è piaciuta la storia de “La principessa sposa” (di cui parlavo due post fa) state a sentire quella de “I misteri di Harris Burdick”.

Under the Rug – Two weeks passed and it happened again
È il 1953 e Peter Wenders, un editor di libri per ragazzi di Chicago, riceve la visita di un uomo che si presenta come Harris Burdick. Gli dice di aver scritto e illustrato un libro di racconti, sono quattordici e, per ciascuno di essi, gli lascia uno dei disegni che ha realizzato. Se Wenders è interessato (e lo è parecchio) l'indomani passerà portandogli i testi relativi. Non lo farà.
Di lui si perde ogni traccia. Negli anni le ricerche di Wenders si dimostrano del tutto infruttuose: gli sono restati in mano quei quattordici disegni (corredati, ciascuno, di una didascalia e del titolo del racconto a cui si riferiscono) ma non un'informazione, non un indizio per ritrovare l'autore o anche solo il testo dei racconti e tutti gli altri disegni che Wenders non ha visto ma di cui conosce l'esistenza.
Quei quattordici disegni restano a casa di Wenders per trent'anni.

Mr. Linden’s Library – He had warned her about the book. Now it was too late
Poi, un giorno, capita che Peter Wenders mostri questi disegni e racconti la loro storia all'autore di libri per ragazzi Chris Van Allsburg e, assieme, i due decidono che quelle opere meritino la pubblicazione. Il libro The Mysteries of Harris Burdick esce nel 1984 e, da allora, non ha mai smesso di affascinare lettori di tutto il mondo. Per molti di loro (semplici lettori, studenti – spesso spinti dai loro insegnanti che hanno fatto del libro uno strumento didattico – ma anche scrittori autori affermati) è stato inevitabile provare a  immaginare quali potessero essere le storie di quei racconti e, negli anni, ne sono stati scritti centinaia.
Quei quattordici disegni si sono dimostrati vere e proprie macchine narrative dentro la testa di chi li guardava. In realtà, le illustrazioni, macchine narrative un po' lo sono sempre ma, in questo caso, il loro autore lo ha fatto in maniera un po' più consapevole e scoperta del solito. Già, perché l'autore di quei disegni non è mica per davvero Harris Burdick, l'autore è in realtà Chris Van Allsburg.

Oscar and Alphonse – She knew it was time to send them back. The caterpillars softly wiggled in her hand, spelling out “goodbye”
Basta un'occhiata allo stile per capire che sono disegni di Chris Van Allsburg, un apprezzato autore statunitense di libri per ragazzi da noi poco pubblicato. Qui è conosciuto, soprattutto, per due film tratti da due sue opere: Jumanji (libro del 1981, film – con Robin Williams – del 1995) e Polar Express(libro del 1985 e film – di animazione, regia di  Zemeckis – del 2004).
Né Harris Burdick né Peter Wenders (che secondo quanto leggo sulla wiki in inglese sarebbe morto a 91 anni nel 2000) sono mai esistiti.

Just Desert – She lowered the knife and it grew even brighter
La storia di come il libro sia arrivato all'autore che se ne fa curatore o interprete è un genere a sé, può essere la storia del manoscritto trovato (dal Don Chisciotte al nome della rosa, passando per Manzoni e Ivanhoe) oppure quella del libro ritrovato (come nel caso de “La principessa sposa” da cui è partito questo filo di miei pensieri un paio di post fa), Chris Van Allsburg ha applicato questo artificio ai suoi disegni.
I fatti inventati da Van Allsburg sono quelli che ho raccontato all'inizio, per l'uscita italiana del libro (I misteri di Harris Burdick Logos 2005) li ha raccontati, con un po' più di dettagli, anche un articolo del Post. La cosa un po' sconcertante è che per tutto il pezzo non si adombra neppure velatamente il sospetto che sia una storia falsa. Complicità del redattore con l'artificio narrativo dell'autore? O piatta cialtronaggine giornalistica?
(Il fatto che per tutto l'articolo il titolo del libro – nonché nome dell'autore fittizio dei disegni – sia scritto sbagliato mi fa temere per la seconda possibilità ma, per certo, non lo posso dire).

The House on Maple Street – It was a perfect lift-off
Dicevo che quelle macchine per provocare storie che sono i quattordici disegni di Burdick/Van Allsburg hanno generato una sterminata produzione di racconti: un lavoro di “retroingenieria narrativa” che non ha coinvolto solo scrittori amatoriali. Già nel 1994 Stephen King aveva cercato di svelare quale fossero gli avvenimenti che stanno dietro all'illustrazione che vedete qui sopra: “The House on Maple Street”. Nel 2011 è poi uscita un'intera antologia (“The Chronicles of Harris Burdick”) che propone tutti e quattordici i racconti di Harris Burdick scritti da altrettanti noti autori (oltre a King gente come Cory Doctorow, Jules Feiffer, Lemony Snicket, lo stesso Van Allsburg).
Curiosamente, qui da noi, Le cronache di Harris Burdick (Il Castoro, 2012) è uscito un paio di anni prima del libro a cui è ispirato (che, come detto, è stato pubblicato solo quest'anno).

Missing in Venice – Even with her mighty engines in reverse, the ocean liner was pulled further and further into the canal
Un'altra cosa accomuna “I misteri di Harris Burdick” alla “La principessa sposa”: sono stati entrambi libri di tale successo in patria da aver avuto edizioni successive in qualche modo accresciute che nelle recenti edizioni italiane sono però state ignorate. Del libro di Goldman e delle sue edizioni per il 25° e 30° anniversario già ho detto nel primo post di questa piccola serie, dei misteri di Burdrick invece esiste una portfolio edition” uscita a una dozzina d'anni dall'originale che contiene una quindicesima immagine, più precisamente quella che dovrebbe essere una seconda immagine tratta dal racconto “Missing in Venice”. Van Allsburg racconta nell'introduzione la storia di come questa nuova immagine di Harris Burdrick si saltata fuori, c'entrano un antiquario che nel '63 ha rilevato mobili e libri di un defunta signora e uno specchio con una cornice in legno intagliata con i personaggi di “Attraverso lo specchio”, chi mastica l'inglese può leggerla qui.

A Strange Day in July – He threw with all his might, but the third stone came skipping back
Infine esiste una sedicesima immagine in qualche modo collegata alle quattordici/quindici di Harris Burdrick. Si tratta di un disegno inedito di Chris Van Allsburg, datato 1985, che circola in rete perché in tempi recenti (2008 e 2010) è andato due volte all'asta. L'atmosfera richiama quella dei disegni del libro e il titolo pure (ammesso che sia vero che si chiami proprio “La strana scomparsa di Victor Simms” non ne sono certissimo) ma il formato è orizzontale ed è mancante di didascalia. Lo si può vedere qui, ovviamente ciò che sostiene la casa d'aste, ossia che l'opera sarebbe stata pubblicata in “The Mysteries of Harris Burdick” è una falsità visto che loro stessi dichiarano essere stata fatta l'anno dopo la pubblicazione.

The Seven Chair – The fifth one ended up in France
Ecco, su “La principessa sposa”, “Confessioni di una mente pericolosa”“I misteri di Harris Burdick”, almeno per ora, non mi viene altro da dire.

Il prossimo post lo faccio su Diabolik.

Another Place, Another Time – If there was an answer, he’d find it there

persi e ritrovati (2)

Dicevo ieri de “La principessa sposa” di William Goldman. Le finte storie – dell'autore e del libro – me ne hanno fatti venire in mente altri due, di libri. Il primo non l'ho letto, nel secondo non c'è molto da leggere perché il libro è scomparso o almeno così sostiene l'autore (che però dice di non essere l'autore).

Se Goldman è uno sceneggiatore cinematografico Chuck Barris è un autore televisivo. Ha inventato qualche format di successo (per esempio il gioco delle coppie, nel 1965) e ha scritto un'autobiografia, nel 1984 a 55 anni, che s'intitola “Confessioni di una mente pericolosa” e che è famosa soprattutto per via del film del 2002 esordio alla regia di George Clooney. Io ho visto il film.


L'ho so che il film non è aderentissimo al libro, lo ha sceneggiato quel grancristo di Charlie Kaufman e ci ha messo un bel po' del suo. Però sia nel libro che nel film c'è questa cosa che si dice che Chuck Barris, intanto che faceva l'affermato autore televisivo, è stato assoldato dalla CIA e, in veste di agente, ha assassinato parecchie persone in giro per il mondo.

La cosa notevole è che Barris non ha mai ammesso che quella parte della sua “autobiografia non autorizzata” è del tutto inventata (come sembra plausibile e come la CIA ha seccamente e ufficialmente dichiarato, ma questo vorrebbe dir poco). A me questa cosa che uno racconta la sua vita, racconta un sacco di cose vere, ma poi ci infila anche un'enormità, con ogni probabilità falsissima, come quella di essere stato un assassino per conto della CIA mi è sempre piaciuta. Chuck Barris invece sospetto che di suo non sia un tipo molto piacevole, ma bisognerebbe conoscerlo di persona, o almeno leggere il libro, che però è uscito nel 2003 (anche questo, come la prima edizione di quello di Goldman, per Sonzogno a seguito del film, anni dopo l'uscita originale) ed è fuori catalogo.
Mi chiamo Andrea Pasini, nei primi anni Novanta ho iniziato a sceneggiare fumetti grazie a Enrico Lotti. Io ero un grafico, lui un collega giornalista che aveva appena cominciato a scrivere storie per Bonelli. Ho collaborato a Martin Mystère per tutto quel decennio. Verso la fine del '94, attraverso un ex compagno del mio primo liceo (l'Einstein qui a Milano), vengo in contatto col S.I.S.De.
Il giorno del mio trentesimo compleanno sono entrato a libro paga dell'agenzia alle dipendenze Ministero dell'interno (agenzia che proprio quel giorno lì era su tutti i giornali per le condanne del processo sui suoi fondi neri). Ho partecipato a molte operazioni in Italia e a qualcuna all'estero – in Somalia (a seguito del fallimento della missione ONU), in Albania (con agenti del SISMI, a latere della missione Alba dell'esercito), in Bosnia (in tre occasioni distinte) – ma anche in Paesi alleati che, per ora, preferisco non nominare.
Sono stato un operativo fino al novembre del 2001 e ho imparato parecchio su tecniche di combattimento, armi ed esplosivi, tutte cose che mi sono tornate utili durante la mia collaborazione con Diabolik. Collaborazione iniziata nel '99 e molto intensificata negli ultimi dieci anni. Al momento, oltre che come autore, lavoro per Diabolik anche come redattore.
Figata! Ma l'ha già fatto Chuck Barris.

Domani vi dico di quell'altro libro, quello che è scomparso o almeno così sostiene l'autore (che però dice di non essere l'autore).

venerdì 2 ottobre 2015

persi e ritrovati (1)

Sono sul ciglio di un crinale. Alle mie spalle ci sono le quaranta pagine autobiografiche (che ho appena finito di leggere) che fungono da introduzione al resto del libro, davanti a me ci sono trecento pagine (tutte ancora da leggere)  tutte di narrativa. Sono anni che non leggo più narrativa (fumetti a parte) se non in casi del tutto eccezionali e non so ancora se questo sarà uno di quelli.

Del perché non leggo più narrativa non saprei dire bene, non qui almeno. Di sicuro non è stata una scelta. È capitato. Sta capitando.

Il libro in questione è La principessa sposa di William Goldman, edizione originale del 1973 da noi è stato pubblicato nell'88 da Sonzogno (ristampato nel '90 da Bompiani) col titolo “La storia fantastica” (per via dell'omonimo film uscito l'anno prima) e poi nel 2007 l'ha ritradotto e riedito Marcos y Marcos.

William Goldman è scrittore e sceneggiatore, di suo in Italia è stato pubblicato poco e in catalogo resta solo questo libro qui, ma di film scritti da lui c'è caso ne abbiate visti. Per dire, si è vinto due Oscar uno per “Butch Cassady” e l'altro per “Tutti gli uomini del presidente”. Ha sceneggiato cose come “Misery non deve morire” e “Il maratoneta” (questo tratto da un proprio romanzo). È ancora in attività.

La storia che racconta nelle prime quaranta pagine de “La principessa sposa” (libro di William Goldman) è come, da ragazzino, “La principessa sposa” (romanzo di S. Morgenstern) gli abbia cambiato la vita. Un romanzo di avventure zeppo di tutto quello che uno di dieci anni vorrebbe leggere. Quel romanzo lì, poi per davvero, lui non lo aveva neanche mai letto, gli era stato letto ad alta voce da suo padre durante una malattia. E quando, ormai diventato grande, diventato scrittore e sceneggiatore e diventato a sua volta padre, ha voluto regalarne una copia al proprio figlio, a sua volta decenne, scopre che il padre, nel leggerglielo, si era preso qualche libertà. Soprattutto omissioni: una storia con le parti noiose tagliate.
Le trecento pagine che seguono, quelle che ancora dovrei leggere, sono la ricostruzione di quel libro, quello che gli ha letto suo padre, partendo dal testo originale di Morgenstern.


La storia di questa storia sarebbe già interessante di per sé. Quello però che me la rende ancora più interessante è che è falsa, pressoché tutta. Non esiste quel S. Morgenstern così come non esiste un'edizione integrale del romanzo di cui Goldman sostiene di aver fatto la riduzione. Non esiste neanche Jason il figlio decenne e grassottello (nel 1971) di Goldman, visto che ha invece, in realtà, due figlie femmine: Jenny Rebecca e Susanna. Non esiste neppure Florin, il Paese eruopeo da cui il padre di Goldman sarebbe emigrato negli USA e in cui il romanzo è ambientato. Di fatto anche le quaranta pagine che ho appena letto sono fiction. Fiction travestita da memoir ma sempre fiction.

La cosa ancor più curiosa (a quanto mi dice la wiki in inglese) è che per le successive edizioni celebrative del 25° anniversario, e poi del 30°, de “La principessa sposa” Goldman ha aggiunto altri pezzetti di questa biografia immaginaria e parallela: si è separato da sua moglie (questo lo ha fatto anche per davvero), Jason è cresciuto e ha fatto un figlio e Goldman si è industriato per scrivere un seguito de “La principessa sposa” ma gli eredi di Morgenstern glielo avrebbero impedito. Purtroppo, da quel che ho capito, Marcos y Marcos non ha pubblicato l'edizione più recente, ma solo il testo del '73 senza queste addenda.

Ora io non so se riuscirò a leggermi tutte le avventure della principessa sposa, giuro che ci provo. Ma intanto posso dire che, fin qui, a me questo libro ne ha fatti venire in mente altri due, diversissimi tra di loro: uno non l'ho letto e nell'altro c'è pochissimo da leggere perché, in un certo qual modo, neanche esiste. Di questi però magari vi parlo domani che oggi si è fatta una certa e sono pure un po' malaticcio.

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