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mercoledì 3 ottobre 2012

lamette

Continuiamo in nostro discorso sugli suicidi o aspiranti tali, cominciato nei post precedenti (e il titolo dovrebbe mettervi sull'avviso di cosa parleremo oggi).

È vero che tutti, di primo istinto, vorrebbero spararsi ma rimaniamo con i piedi per terra. Normalmente le nostre case sono fornite di pastiglie e di lamette. Predisposte le ultime per radersi, per tagliarsi i peli sotto le ascelle o sulle gambe, quindi, dopo il primo fallimento con le medicine, di logica, si passa a loro. Questo vuol dire rimanere realistici, altro che pistola o revolver automatico!

Le donne sono prime in classifica nell’usanza di questa tecnica, mentre gli uomini hanno dei leggeri problemi e mancano spesso d’abilità e sensibilità, non capendo bene dove, come e in che profondità l’incisione deve essere fatta. Mi si perdoni il termine, ma gli uomini sono un po’ grossolani. Posso affermarlo senza scrupolo perché ne ho visti parecchi. Qualche chirurgo, mentre ricuciva quei tagli fatti un poco a casaccio, si è fatto delle sane risate insieme alla sua infermiera perché capivano che il paziente aveva abilmente evitato ogni contatto tra lama e vena. Detto in poche parole, molti degli uomini che si tagliano lo fanno spesso per esibizionismo e basta. Magari sono anche tagli profondi, poi piagnucolano mentre sono ricuciti, ma quando tornano tra gli amici, mostrano con orgoglio le ferite e non tralasciano di porre l’accento su quanto c’è voluto di coraggio e di determinazione per arrivare a tanto.

Ora che ho potuto sparlare del sesso forte voglio arrivare alla mia esperienza con le lamette e, devo confessare, la figuraccia l’ho fatta pure io.
Posso incolpare la televisione che non racconta mai la verità o il fatto che, in generale, sono un po’ credulona o meglio conservo, da sempre, una genuina ingenuità. Regge, mi auguro, come premessa e come scusante.
Mi trovavo, sì, esattamente in un ospedale psichiatrico per fare i conti col mio doloroso passato, quando una sera, senza melodrammi precedenti, avevo deciso di tagliarmi le vene. Credetemi, per chi non l’ha mai fatto, togliere la lametta da un rasoio Bic “usa e getta” è un‘impresa sanguinosa già di per sé (e per rispetto a quell’animo sensibile che è 403 [che deve pure battere a macchina tutto questo, brrr] a riguardo non vi spiego altro [grazie!]). Alla fine dell’operazione ho contato fino a tre e via! Sette tagli sul polso sinistro e cinque sul destro. Ho sentito un bruciore bestiale e la fifa di essermi tagliata un tendine, che preoccupazione, nè?
Da brava poi ho avvolto intorno degli asciugamani per non farmi scoprire e veloce sotto le coperte a far finta di dormire, convinta di svegliarmi esangue il giorno dopo, ossia di non svegliarmi più.
Mi sono addormentata, involontariamente il braccio è uscito dalle coperte e l’urlo di un’infermiera mi ha risvegliato. La faccio breve: trasporto dal chirurgo, una quindicina di punti e lui con un sorriso divertito, mi spiegò che i tagli vanno fatti per lungo (dalla mano verso il gomito o viceversa) non per largo e magari senza poi tamponare le ferite con degli asciugamani, rallentando così l'emorragia.
Uno che vuole farsi fuori è sempre grato di un suggerimento fatto da una persona competente!

Non sono una che arrossisce facilmente, ma comunque mi sono vergognata anche senza assumere la colorazione che di norma si addice a questo stato, maledicendo tutti i film dai quali sono stata ingannata sulla direzione da prendere col rasoio.

Lucrezia
[403]

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martedì 2 ottobre 2012

no comment

Io so che voi, qui, siete pochi e commentate mal volentieri. Con questa serie di post in corso, su un argomento così comunemente ammutolente quanto il suicidio, poi, mi aspetto ancor meno del solito. Però, se vi venisse voglia di commentare questi post di lucrezia (e a lei farebbe di sicuro piacere) c'è una cosa da ricordare.


A causa del fatto che vive in un'isoletta sperduta nei fiordi del mare del nord (o in qualche altro posto di altrettanto scomodo da raggiungere, mica so bene bene) ci sono dei tempi tecnici per le sue repliche. Inizialmente la spiegavo così:
Lucrezia potrà anche rispondere ai vostri eventuali commenti, ma comunque lo farà coi tempi decisi dal battello postale. Io devo stampare, spedire, la busta deve arrivare lassù, aspettare nell’ufficio delle poste il giorno in cui il battello fa la consegna, lei deve leggere, rispondere, aspettare il giorno in cui il battello ripassa, consegnare la busta e infine io devo riceverla e ribattere nel blog i suoi commenti. Insomma, bisognerà aver pazienza.

il primo suicidio non si scorda mai

Il primo tentativo di scendere da questa terra, al novanta per cento, finisce in un fiasco. Sono a conoscenza di questo fatto per il confronto con amici che hanno vissuto la mia stessa disavventura.

La prima volta si ricorre volentieri alle pastiglie. In fondo, per molti, la paura più grande è la sofferenza fisica quindi, ingerendo delle pilloline, ci s’immagina di addormentarsi serenamente e non svegliarsi più. Che fregatura invece che ti aspetta il giorno dopo!

Eh sì, perché per prima cosa non conosci l’effetto delle medicine e non sai quanta roba è necessaria per farti prendere dal sonno eterno. Inoltre, difficilmente per la prima volta si hanno a portata di mano dei farmaci sicuramente adatti, quindi si racimola tutto quel che capita dalla farmacia di casa.

E così, ai dilettanti solitamente capita che:

A) Butti giù tutto il miscuglio e dopo mezz’ora circa finisci in bagno e non solo ti alleggerisci delle pastiglie prese, ma ti si svuota l’intestino intero, come dopo una bella lavanda gastrica. A questo punto non ti resta che andartene a letto, sperando di non sporcare le lenzuola mentre dormi e il giorno seguente ti tocca rimediare alla disidratazione con una bella bevuta d’acqua pura e molto salutare per il tuo organismo che, non più di dodici ore prima, avevi intenzione di distruggere.

B) Non vuoi prenderne troppe, non per la paura di morire, ma che il risultato non sia quello di vomitarle tutte. Che cosa succede a questo punto? Ne butti giù cinque, sei, e aspetti una quindicina di minuti per vedere l’effetto che fa. Ti senti, almeno così ti sembra, già più tranquillo, anche un poco stanco e lo stomaco regge, quindi rifletti un attimo e decidi che altrettante sono proporzionate al bisogno. Chiudi gli occhi e dici addio a questo mondo di cioccolata che ti ha evitato il diabete, ma non ti ha risparmiato la stitichezza.
Il giorno successivo però ti svegli al canto del gallo e non di qualche arpa angelica e, bisogna dichiarare il vero, in fondo in fondo sei anche contento di aver come unico sconveniente soltanto l’alito cattivo.

In entrambi i casi non parli ad anima viva della tua esperienza finché, dopo il primo o secondo ricovero in psichiatria, non incontri un altro sciocco come te. Ci ridete sopra e nello stesso tempo vi scambiate dritte per evitare successivi fallimenti, se nuovamente vi dovesse prendere la smania di volerci riprovare.

Posso affermare che tentare di farsi fuori è un po' come mangiare noccioline: è difficile smetterla. Perché quasi mai sei a conoscenza del tuo vero problema e ti senti tutto il mondo contro. Però farsi fuori per davvero è molto più difficile che mangiare una nocciolina. Il più delle volte sbagli il modo, il tempo o il posto, così ti trovano prima di poter tornare a nuotare nel brodo primordiale. E questo (anche se nell’immediato può contrariarci parecchio) io penso sia davvero una grande fortuna.

Lucrezia

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lunedì 1 ottobre 2012

sfigati (semplici e doppi)

Quando si parla di morte si cattura l’attenzione del pubblico.

Non c’è argomento più caro alle persone, delle disgrazie che accadono agli altri. I telefilm polizieschi, le serie CSI o i RIS nostrani, fanno dimenticare di possedere un telecomando. E non voglio neppure citare le varie pseudo inchieste su fatti di cronaca che sono sviscerati da veri professionisti del mestiere o da persone diventati, tutto di un colpo, esperti criminologi e quant’altro.

Voglio anch’io raccontare qualche bella storia di fatti realmente accaduti, ma di un genere per me è più interessane dell’omicidio: il suicidio.

Niente paura, non parlerò della sofferenza atroce che patisce il candidato e che l'ha portato a voler rinnegare la vita. No, preferisco parlarvi di "dati tecnici" perché non è sufficiente la fantasia più fervida per immaginare le disgrazie, gli intoppi, i malintesi, le reazioni, i commenti (l’elenco è quasi interminabile) che deve affrontare e sopportare chi ci riesce o fallisce nel tentativo di togliersi di torno.
È ovvio, di persona certi discorsi li potrai sentire soltanto se rimani in vita, perché ci immaginiamo che dopo morti non sentiremo più niente, giusto? Questo almeno è ciò che un suicida si augura, che lui non sogna nemmeno il passaggio nel paradiso, all’inferno o di svolazzare come fantasma in giro su questa Terra. In genere, non si ha altra pretesa se non quella di sparire, e basta. Però i commenti di certe persone (non sempre gentili e comprensivi, c'è da dirlo) su chi c’è l’ha fatta a passare a miglior vita, se così la vogliamo chiamare, io li ho sentiti!

Ora, è molto difficile conoscere o immaginare (azzeccandoli) i meccanismi contorti che si mettono in moto nella mente umana per arrivare a una tale decisione. Quindi lavorerò poco di fantasia e mi limiterò a raccontare dei tentativi miei e di amici, parenti o conoscenti, che ci hanno provato e, come me, hanno fatto cilecca o di chi invece l’ha avuta vinta (e in tal caso naturalmente non parlo di me, sche vi scrivo da lontano, ma non da così lontano come l'aldilà). Comunque saranno sempre notizie di prima mano. Garantisco l’autenticità delle storie e non sarà proibito ridere, perché il comico, l’assurdo, non è quasi mai il poveraccio che si è stufato della vita, ma quelli che gli stanno intorno: amici, familiari, infermieri e medici. E non scordiamoci degli psichiatri che, in caso di fallimento, hanno una serie di domande in petto che già basterebbero a farti schiattare senza bisogno di corda, pastiglie o ciò che non aveva funzionato, nel tuo caso, per farti giungere all'altro mondo.

Da domani vi racconterò i fatti di queste persone che vivevano o – per fortuna – godono tuttora di buona salute in Germania e in Austria. E partirò da una mia storia, capitatami da giovanissima.

A domani, Lucrezia

ammappate 1

ammàzzate!

Non so se vi ricordate lucrezia. Lucrezia è una tipa che non ho mai visto di persona, che mi manda post-ospiti per 403 sottoforma di lettere cartacee (che io poi ribatto qui dentro) e che manca da qualche mese su questi schermi, ma non per colpa sua (bensì per colpa mia, che ci ho messo una vita a dattilografare gli ultimi pezzi che mi ha mandato).

Comunque, alla fine ce l'ho fatta e così, dopo le storie del suo amico wolfgang (cuoco ex becchino) e di cepletischetis (la strana isoletta dove vive in ritiro sperituale), da oggi lucrezia torna con una settimana di post tutta dedicata a suicidi o ad aspiranti tali. Il primo lo pubblico tra poco.

Un po' si riderà, un po' ci si resterà male...
(come nella vita, del resto)

sabato 29 settembre 2012

capriccio

Personaggi:
IL PICCINO
SUO PADRE

IL PICCINO
Papà, io non ho mai ammazzato nessuno. Potrei ammazzare il signor Giuseppe?

IL PADRE
Va bene, ma il signor Giuseppe soltanto.

(sipario)

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da: Achille Campanile, "Tragedie in due battute"

giovedì 27 settembre 2012

donne cantastorie dal west bengala

Ieri sera c'è stata l'inaugurazione di "dipinti cantati" una bella mostra, piccola e coloratissima, che si è inventata la mia amica laura todeschini (e che ha realizzato assieme a giulia ceschel e urmilla chakraborty), si tratta di una mostra di scroll, ossia di dipinti di cantastorie (in questo caso di donne cantastorie) del bengala occidentale. È allo Spazio Wow, qui a milano, fino al 14 ottobre ed è gratis.


Venerdì, sabato e domenica, alle 17:00, è anche possibile assistere alla performance di due di queste donne cantastorie, che srotolano i loro rotoli e cantano le relative storie (qui i vari incontri in programma).

Io sono di parte che sto nei ringraziamenti della mostra, due curatrici su tre sono amiche mie, tra quelli che hanno dato una mano ci sono altri amici miei (le foto qui sono del mio amico enrico, al dibattito del 7 ottobre parla il mio amico paolo...) le due cantastorie bengalesi – ospiti in italia – sono alloggiate in un appartamento accanto al mio. E poi... di 'sti scroll è più di un anno che ne sento parlare in lungo e in largo. Ciò detto a me pare proprio che valga la pena farci un salto (per altro, qui in italia, una mostra del genere non è mai stata fatta).


Queste strisce di carta dipinta sono testimonianze di una tradizione secolare che però (a differenza della nostra tradizione di cantastorie) non è ancora superata. All'entrata della mostra veniamo accolti da vari scroll dedicati alla tragedia delle torri gemelle e altrove altri scroll servono da supporto alle campagne di prevenzione dell'aids commissionate ai cantastorie dal governo e però subito dopo troviamo i racconti della mitologia indiana. Insomma bella.

Io ve la consiglio (e il piccolo – ma ricco – catalogo costa solo 3 euro).



martedì 25 settembre 2012

colazione

Traccia dieci di quello che è, a oggi, l'album più recente di questa cantante coreana. Canzone che non è molto più di un divertimento, ma è molto divertente. Secondo me.

Youn Sun Nah – Pancake (Same Girl, 2010)

lunedì 24 settembre 2012

morti senza tomba

Siamo nei primi Ottocento e al marchese Busca gli viene di comperarsi un mummia, in egitto. Naturalmente si compera il set completo: mummia, parte di sotto del sarcofago, parte di sopra del sarcofago e il suo bravo papiro con sopra il libro dei morti. Il tutto (c'è scritto sul papiro) appartenuto allo scriba Pthames. Un'altra cosa che il merchese si era comprato era villa arconati a castellazzo di bollate, giusto qui fuori milano. Ci abitava con la famiglia e la mummia di Pthames se la teneva lì con loro.


Poi il marchese Busca era morto e tutto quanto (villa, mummia e sarcofago) era andato in eredità al figlio (marchese Busca pure lui, a quel punto).
Al nuovo marchese Busca, dopo un po', l'avere in casa la mummia dello scriba Pthames non parve una grande idea. Vabbe' che la casa era grande, ma dividerla con un morto imbalsamato, vecchio di secoli e secoli, al figlio del marchese Busca doveva fargli impressione. Decise quindi di regalare la mummia all'ospedale ciceri-agnesi fatebenesorelle che, in seguito, si unì all'ospedale maggiore di milano. Quelli dell'ospedale si tennero la mummia (con sarcofago e papiro) per qualche decennio. La usavano per farci cose, tipo studi anatomici o forse anche come ingrediente (perché le mummie grattugiate si usavano in farmacopea).
Poi, si sa, le mummie non sono molto di compagnia, e anche a quelli dell'ospedale la mummia dello scriba Pthames venne a noia. Anche loro volevano disfarsene.
Era un morto e, quindi, i pragmatici medici dell'ospedale maggiore pensarono di trattarlo da morto: spedendolo al cimitero (con sarcofago annesso? questo non lo so).

E adesso arriva l'eroe di questa storia: un anonimo impiegato comunale del camposanto, quello a cui arrivò in carico la mummia. Io me lo immagino con occhialini, regolamento alla mano e forte accento milanese: «la legge parla chiaro: i morti in entrata devono viaggiare con relativo certificato di morte, altrimenti nisba. Io d'irregolari, nel mio cimitero, non ne seppellisco! E morta lì!»

E per fortuna che a quelli dell'ospedale, davanti a tanta intransigenza burocratica, non venne in mente di redigerlo loro un certificato di morte per quel poveraccio di Pthames (che, morto, si vedeva benissimo che era morto e loro medici erano medici).
Pensa che ti ripensa decisero di affidare mummia e sarcofago alle civiche raccolte archeologiche e numismatiche di milano e tutto finì lì, dritto filato in un magazzino del comune (il papiro col libro dei morti, curiosamente, no... quello mi risulta essere attualmente nell'archivio del policlinico) finì lì senza che un qualche egittologo gli desse un'occhiata.


Poi, quando si pensò di tirar fuori la famosa mummia del marchese Busca (ossia dello scriba Pthames) e il suo bel sarcofago: il panico.
Sembrava che i pezzi si fossero persi per strada, agli occhi degli studiosi erano svaniti nel nulla. Nel magazzino di pezzi di sarcofagi ce n'erano probabilmente a uffa, ma delle due metà di quello di Pthames neanche l'ombra: tristezza.
Finché un egittologo capì l'arcano: il set mummia, pezzo di sotto del sarcofago e pezzo di sopra del sarcofago non si riusciva a mettere assieme semplicemente perché, per davvero, non era mai esistito. Quelli entrati in magazzino erano pezzi spaiati, perché il marchese Busca (padre, quello che si era comprato il tutto) si era fatto buggerare da qualche tombarolo egiziano che aveva preso il davanti di un sarcofaco (di cui non c'era il retro), il dietro di un sarcofago (di cui non aveva il davanti) e ci aveva schiaffato dentro una mummia anonima (senza sarcofago), tutta roba che neanche i secoli combaciavano, aggiungendo poi al patchwork il libro dei morti di un tal Pthames (alla fin fine, solo questo appartenuto per davvero allo scriba Pthames, chiunque egli fosse).

Per un po', quindi, i tre pezzi furono esposti separati al museo egizio di milano (quello di cui ho parlato nel post prima di questo). Separati perché non ci azzeccavano nulla gli uni cogli altri.
Da un po' di tempo però sono esposti vicini, con una bella spiega che dice il perché sono esposti vicini. Che poi, detta meglio (e senza gli errori che ci avrà messo la mia memoria) la spiega è proprio la storia che ho messo in questo post.

domenica 23 settembre 2012

il museo egizio di milano

A rosalia, la mia ospite, glielo avevo proposto anche un paio d'anni fa di vedere il museo egizio di milano. Me lei niente. Quella il museo egizio di milano non lo vuole vedere. Ormai me ne sono fatto una ragione. E così, approfittando degli ultimi giorni di musei aggratis, in agosto, ci sono andato per conto mio (trascinandoci un'altra amica) subito dopo che quella se n'era tornata nella sua terra.

[fonte]
Sapevo di esserci stato da ragazzo ma non ricordavo quasi nulla, con tutto che quello che c'è da ricordare non è poi così tanto. Stiamo parlando di uno stanzone, neanche troppo grosso, posto sotto il museo civico di arte antica del castello sforzesco.
"Il terzo museo egizio italiano, dopo torino e firenze" non oso immaginare il quarto quanto sia grande, forse è una scatola.

Il museo egizio di milano però è piccolo ma compiuto, la collezione abbastanza varia e i pezzi (alcuni davvero belli) sono ben spiegati.
Ci sono sculture, oggetti di uso quotidiano, vasi canopi, un po' di sarcofagi, un libro dei morti (a frammenti, ma ben illustrato) e ci sono pure due mummie. Una è la "mummia del marchese Busca".
C'è scritto così sulla targhetta: "mummia del marchese Busca" e tu ti chiedi com'è che il marchese Busca sia andato a mummificarsi in egitto, ma poi leggi la spiega e scopri che no, capisci che la mummia era di proprietà del marchese Busca e ci rimani un po' deluso. Però se continui a leggere la spiega non sei più così deluso, perché la storia della mummia del marchese Busca è comunque interessante e, visto che a me ha proprio appassionato, ve la racconto nel prossimo post, dal titolo: "morti senza tomba".

[fonte]
Il museo comunque a me è piaciuto (magari la prossima volta ci rirpovo a portarci rosalia).

sabato 22 settembre 2012

fine della vacanza (o quasi)

Rieccomi. Ho da finire di parlarvi delle mie vacanze. In vero, tutte le cose importanti, nella mia settimana agostana di turismo milanese, ve le ho già raccontate. Certo, qualche truciolo è rimasto fuori: la visita al duomo e a qualche altra chiesa, il salto per mangiare all'ultimo piano de La Rinascente e la successiva fuga spaventati dai panini a 11 euro cad. Le cartoline che ho scritto e che non ha ancora spedito (cinque settimane dopo?! Ohibò) domani le cerco, che neanche so dove bene le ho messe, e presto le spedisco. Promesso.

Non ho neanche scritto dei fuochi d'artificio a parco sempione la notte di ferragosto. Tra i più belli che abbia mai visto (ma io non sono così bravo da fare un post in cui colle parole riesco a farvi vedere i fuochi d'artificio, tocca accettarlo).

Però, dopo che la mia ospite è partita, sono andato a vedermi ancora un altro museo per conto mio (sindrome postagonistica? terapia a scalare? mah...).

Prossimamente ve ne parlo.

[fonte]
Lo so, chiamare “truciolo” la visita al duomo di milano è un po' da imbecilli, mi ero fatto prendere la mano, scusate.

giovedì 20 settembre 2012

stamattina

Sogno che mi è stata affidata la curatela di un volume inedito di andrea pazienza. È incompiuto.
Ma incompiuto strano: i disegni ci sono tutti, perfetti, dalla prima all'ultima tavola, ma i balloon sono vuoti, il testo non c'è. A parte, abbiamo una breve sinossi di quello che succede, quindi il problema è quello di mettersi lì e scrivere i dialoghi nelle nuvolette.

Inventare i dialoghi nelle nuvolette a disegni già fatti, quello che un'impressionante percentuale di persone pensa che sia, in genere, il lavoro di sceneggiatore. Ma questa cosa nel sogno non la penso.

Si è deciso chi farà questo lavoro di scrittura. Si tratta del cantautore paolo conte, il mio compito è d'impostare con lui un piano di lavoro decidendo assieme il taglio da dare all'opera.

Ci incontriamo, conte è come sempre molto affabile. Lui ci ha pensato su e ha elaborato una proposta, forse un po' audace, ma di certo promettente. Sta per spiegarmela.

Mi sveglio.


venerdì 14 settembre 2012

però...

Però, visto che vado via per qualche giorno e neanche scriverò (o leggerò) i commenti, almeno vi lascio con una segnalazione.
Un'addenda a un post fatto tempo fa sui libri illeggibili (che, noto con imbarazzo, cominciava un accenno alla mancanza di tempo per scrivere questo blog... forse è il caso che mi faccia delle domande e mi dia delle risposte, appena troverò il tempo per farmele, naturalmente).

Comunque, sul blog di valentina tanni ho trovato un altro bel libro illeggibile. Si chiama RGB Colorspace Atlas (come a dire "atlante dell'area colore RGB") ed è opera dell'artista Tauba Auerbach.


Un volume cubico in cui si può vagare all'interno di ogni variazione possibile delle tonalità della scala RGB.

gli è che...

Ho ancora indietro un post sulla serie vacanze a milano, l'ultimo.
Ho in coda un po' di cose, parecchie, su cui sarebbe bello scrivere.
Ho anche qualche libro da metrò, letto nel frattempo, di cui dire.
Faccio incontri interessanti che varrebbe la pena raccontare.

Ci sono pure dei post della mia ospite lucrezia che attendono di essere dattilografati (ché lucrezia mi manda post su carta, sottoforma di lettera).

Però...

C'è un soggetto del maledetto criminale che mi sta impegnando come mai è successo prima.
Ci sono tre sceneggiature del maledetto criminale che devo sistemare il prima possibile.

Esco spesso a cena, ogni tanto anche a pranzo, vado spesso al cinema.
Faccio incontri interessanti e resto a casa molto meno del solito.
E poi ho un gomito che mi fa contatto col piede...

No no, è che ho è non ci ho proprio voglia di scrivere qui.

Tornerà.

sabato 1 settembre 2012

con leonardo e michelangelo

Questa cosa che i musei civici milanesi ad agosto erano aggratis ci ha permesso lo spreco e lo spreco, a volte, è una bella cosa. L'entrare in un museo per vedere solo un dinosauro o l'andare in un altro solo per vedere una statua ti lascia addoso una sensazione di lusso.
Lo abbiamo fatto con la pietà rondanini al castello sforzesco, di tutto il museo di arte antica abbiamo visto solo quella, che non c'era tempo e ci aspettavano al cenacolo vinciano. E così abbiamo visto la statua incompiuta di michelangelo e, subito dopo, il cenacolo di leonardo: lusso!

(per il cenacolo però abbiamo però dovuto pagare e prenotare con ampio anticipo)


La pietà rondanini è una cosa strana, perché c'è sia questa povera donna che sorregge il corpo del figlio che gli hanno appena ammazzato (insomma roba pesa) sia quel grande artista di michelangelo al lavoro. Che a scriverne lui, l'autore, la faceva quasi facile:

Non ha l’ottimo artista alcun concetto
c’un marmo solo in sé non circonscriva
col suo superchio, e solo a quello arriva
la man che ubbidisce all’intelletto.

Ma a vedere questo pezzo di pietra con ancora addosso i dubbi e i ripensiamenti dello scultore sembra che l'operazione di togliere il marmo in eccesso non fosse poi questa gran passeggiata neanche per lui.


Sul cenacolo, sinceramente, mi sento di non avere molto da dire. A parte che per otto euro a testa di biglietto, per visite di 15 minuti, potrebbero tenere i cessi un po' più in grazia d'iddio (che però è una cosa un po' prosaica da dire su un simile capolavoro).

Forse posso dire che a me, che sono uno a cui certe cose gli vanno un po' spiegate, l'installazione di peter greenaway attorno al cenacolo, che ho visto qui a milano quattro anni fa, ha un po' cambiato la percezione di quest'opera.
Greenaway si è come messo lì a scrivere percorsi all'interno del dipinto leonardesco, usando la luce. Mi ci a ha portato a spasso, lì dentro.
Da allora ho visto il cenacolo, quello vero, un paio di volte ed è stato come tornare a visitare un posto (bello) in cui sei stato assieme a un amico che, intanto che eravate là, ti ha raccontato cosa ci trova lui in quel posto là. Insomma, ha cambiato (ampliato?) la mia percezione dell'opera. L'immaginario di greenaway si è confrontato col mio e ha vinto :)

Nel titolo di questo post sono stato tentato di mettere un qualche riferimento alle tartarughe ninja, poi però ho pensato che non potevo essere così pirla.