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lunedì 13 agosto 2012

taglio di capelli numero cento

Alla fine degli anni '70 i gruppi inglesi erano molto poco pulitini, con gli anni '80 cambia la musica e cambiano pure le facce. Gli Haircut One Hundred avevano un'immagine da bravi ragazzi finanche stucchevole.

Ma a piacevano lo stesso, certo passare dai Sex Pistols a quella specie di chierichetti era un bel salto, ma comunque non è che io e i miei amici, dai Sex Pistols, c'eravamo davvero lasciati convincere e poi in quel periodo ci siamo fatti andare bene ben altri look.

Il loro primo album "Pellican West" (del 1982) vendette parecchio bene, trainato dai tre singoli "Favourite Shirts (Boy Meets Girl)", "Love Plus One" e "Fantastic Day". Poi le cose tra il cantate, Nick Heyward, e gli altri andarono a carte quarantotto e entro la fine dell'anno lui era fuori dal gruppo. Gli Haircut avrebbero pubblicato un secondo e ultimo 33 giri un paio d'anni dopo (di cui neanche mi accorsi dell'uscita, per dire il clamore che fece) mentre Heyward si avviò a una carriera solista che, almeno all'inizio, qualche successo e qualche buona canzone gliela concesse.

Ma nel 1982, prima di uscire dal gruppo, Heyward fece in tempo a pubblicare con gli Haircut One Hundred un ultimo singolo scritto e cantato da lui: "Nobody's Fool" come a dire “Accà nisciun'è fess” (ma forse non è proprio così).

Haircut One Hundred – Nobody's Fool (1982)

venerdì 10 agosto 2012

facciamo finta di essere sposati...

"1999" è il quinto album di Prince, il primo ad avere successo qui da noi (anche se già il precendete "Controversy" io l'avevo sentito un po' in giro) e, del resto, "1999" è anche il suo primo a finire della top ten americana di Billboard. Sarebbe poi stato il successivo "Purple Rain" il suo disco più noto e apprezzato. In ogni caso per tutti gli anni '80 (o quasi) Prince era avanti, e di parecchio, rispetto alla musica che facevano buona parte dei suoi colleghi.

Ah, il pezzo che ho scelto per oggi dura più di sette minuti ed è tutto uguale, siente avvertiti.
A me, comunqe, piace parecchio.

Prince – Let's Pretend We're Married ("1999", 1982)

giovedì 9 agosto 2012

libri, più o meno...

il libro che non può aspettare


Iniziativa promozionale di un'editore argentino: un libro a tempo.
Una volta lacerato il cellophane ci sono solo più due mesi per leggerlo. Poi il contatto con la luce e l'aria, progressivamente, lo cancellano, ché è stampato con un inchiostro fatto apposta.
Insomma, un'urgenza di lettura indotta. O, più semplicemente, una trovata per far parlare di sé.

[via valentina tanni]


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phone booth libraries


Aggiungere scaffali per libri alle postazioni dei telefoni pubblici, a nuova york: un'idea di John Locke per la diffusione di mini-blioteche spontanee grazie al bookcrossing.

[gracefulspoon via woostercollective]


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fresco di stampa


Lo so che a non sentire gli odori (o quasi) come capita a me ci si perde alcune gioie della vita. Per esempio quella di annusare un libro appena stampato.
Per voi fortunati bibliomani possessori di olfatto, c'è chi ha pensato un apposito profumo. "Paper Passion" sa di copie appena uscite dalla tipografia e costa 85 euro alla boccetta.

[steid via inkiostro]

mercoledì 8 agosto 2012

electricity so fine...

Noi Joe Jackson lo si conosceva già, dopo tre album e un EP dove faceva (bene) la sua musica era uscito nel 1981 con "Jumpin' Jive" un sentito e divertito omaggio al repertorio anni '40 di gente come Cab Calloway. A Radio Popolare, qui a Milano, "Jumpin' Jive" era andato forte.

E l'anno dopo Joe Jackson fa il botto con "Night and Day" che resta a tutt'oggi il suo album più venduto, così come il suo singolo di maggior successo rimane "Steppin' Out" che poi è il primo estratto da quel disco.

Joe Jackson – Steppin' Out (Night and Day, 1982)

martedì 7 agosto 2012

da vicino...

Cena da un’amica. C’è anche una tipa sulla quarantina, esuberante, ex ricca. Ora invece è sfruttata e sottopagata in uno studio di avvocati, più che altro la fanno rispondere al telefono, straordinari obbligatori, niente pausa pranzo, se ne lamenta senza spocchia, non da nobile decaduta, ma da donna che fa fatica. Vive da sola col cagnolino, a parecchi chilometri dal lavoro e, in effetti, le sue giornate devono essere proprio faticose, tutte.
Tipa strana, che ancora deve fare i conti con la ricchezza a cui, da un po’ di anni, ha dovuto rinunciare. Lei che era abituata a scarpe da 500 euro al paio, racconta che ha appena comperato dai cinesi i pantaloni che ha addosso, li ha pagati solo qualche euro ed è preoccupata. È preoccupata perché “chissà con che cosa gli hanno tinti”, sostanzialmente ha paura che siano pantaloni velenosi.
Poi però salta fuori che, tra le tante cose, lei ha un passato da palestrata dura, all’epoca aveva un fidanzato più impallinato di lei. Parla di quei tempi con nostalgia: ore di attività tutti i giorni per entrambi e poi si facevano di steroidi per bovini, roba importata illegalmente dalla Turchia. Lui adesso per colpa di quelle iniezioni è cardiopatico e lei, dopo anni, ha ancora il fegato scassato. Però con chissà cosa hanno tinto quei pantaloni.

Non mi è simpatica, anzi, ma è strana, un nodo di contraddizioni a suo modo affascinante. Nel corso della serata a chiacchiera, non so come, salta fuori del mio andare in galera e quello che faccio lì, giusto due battute. E lei, parlando di carcere, ha le idee chiare: «se hai ucciso qualcuno devi restare in prigione per sempre, perché mai la società dovrebbe darti una seconda possibilità? È già così difficile per noi normali».

Ecco, questa frase così superficiale, miope ed egoista, mi ha intenerito. È quel “noi normali” che mi ha intenerito, che quasi avevo voglia di abbracciarla.
Perché io penso ci voglia autentico candore per pensare che esistano i “normali” di cui facciamo parte noi e poi, fuori da quel noi, ci sono gli assassini. Per me è un pensiero da una che è riuscita a rimanere bambina, a suo modo.

E mi è venuta in mente a una rassegna estiva che, da sempre, si tiene qui a Milano all’exOP Paolo Pini (dove exOP sta per “ex ospedale psichiatrico”) la rassegna (che quest’anno è appena finita) riprendendo le parole di Basaglia, s’intitola “Da vicino nessuno è normale”, una frase che io ho sempre trovato bellissima e incontestabile.

Ma insomma che quella tipa lì, con tutta la sua fatica di oggi, le cose assurde fatte in passato, le idee bislacche riguardo a vestiti e accessori (è tuttora sinceramente convinta che una scarpa da 500 euro sia più conveniente di una da 8: “perché dura molto di più”) riesca ancora a pensare in termini di “noi normali”, mettendosi dentro, certo, ma mettendo dentro anche me e gli altri presenti alla cena (tutti individui discretamente scombinati, fidatevi) mi ha fatto venire voglia di abbracciarla.

Poi non l’ho abbracciata, nonostante non sia più una palestrata dura, mi è parsa piuttosto in forma. Se avesse frainteso il gesto, a stendermi ci avrebbe messo un attimo.

lunedì 6 agosto 2012

da da da

È da qualche tempo che, così per caso, mi salta fuori il 1982.

Mi salta fuori parlandone, mi salta fuori pensandoci, mi salta fuori leggendone. E visto le che io credo che le coincidenze vadano celebrate (e che il 1982 fu per me un anno cardine per più di una ragione) penso che ogni tanto posterò qui qualche musichina del 1982. Tra quelle che ascoltavo e si ascoltavano all'epoca.

Il 1982 fu anno pescoso per le "one hit wonder" e una delle più fragorose e ossessive di quell'anno, qui in europa, fu una canzone tedesca che era il trionfo del minimalismo. Pura arte contemporanea. Il gruppo era un trio: voce, chitarra e batteria, e il nome del gruppo era: "Trio".
Tutta la grafica dei dischi era quanto di più elementare si potesse concepire e il loro solo, unico, vero successo fu una canzone fatta di nulla. Fatta fare alla tastierina casio vl-1 e al suo ritmo preconfezionato "rock 1" (me lo ricordo bene il vl-1, lo aveva il mio amico carlo e me l'ero anche fatto prestare, ti dava l'impressione che anche un cane come te avrebbe potuto fare della musica, volendo).

Trio – Da da da (1982)

Ah, quell'anno lì l'italia vinse i campionati mondiali di calcio in spagna, lestamente qualcuno pensò di miscelare il tormentone musicale del momento con l'euforia da "compioni del mondo!", ne venne fuori questa cosa. Io ho sempre preferito la versione originale, però.

immagini che mi riempiono gli occhi questi giorni

Sto ancora lavorando. Sto ancora lavorando parecchio, che ho una sceneggiatura da finire di rivedere (con disegnatori fermi che aspettano) e una da finire di scrivere (che così la metto a riposare per rileggermela dopo una decina di giorni, per una volta che c'è il tempo di farlo).

Quindi, d'altro scrivo poco (anche qui), giro poco il web, leggo poco. Guardo giusto qualche figura. E così metto qui in fila qualche figura di quelle che mi riempiono gli occhi in questi giorni.

I fratelli Hernandez nel 1982 [fonte]
A settembre Love & Rockets compie 30 anni, qualcuno si sta portando avanti.
Io non è che oggi ce la faccio a dirvi quanto è stato bello e importante Love & Rockets e quanto ancora apprezzi il lavoro di Beto e Jaime, però vederli così, nel 1982, mi ha intenerito (vogliamo parlare del taglio di Jaime e della tinta di Beto? No, non vogliamo parlarne).

Nico e Andy Warhol nei panni di Batman e Robin [fonte]
Su questa non è che ho da dire qualcosa, mi mette allegria, punto.

Sulle prossime quattro invece un paio di cose si possono dire. In questo momento è in corso a Kassel Documenta 13 tredicesima edizione di una delle più importanti manifestazioni di arte contemporanea, una specie di biennale che però si tiene ogni cinque anni, ché si vede che ai tedeschi le cose piace organizzarle bene. Alcuni blog che seguo ne hanno parlato, hanno mostrato immagini. Il post che mi ha più impressionato è forse questo pubblicato martedì scorso da socks-studio che racconta del lavoro di Mariam  Ghani “A Brief History of Collapses” un lavoro in video che mette a confronto due imponenti edifici devastati dalla guerra: il Fridericianum di Kassel, uno dei più vecchi musei d'Europa, visto nel 1943 e il palazzo Darul Aman di Kabul, visto nel 2010 (ma da allora non è cambiato).


E infine qualcosa di più allegro. 
Avete presente Holi
La festa indù dei colori?
Dai, ogni tanto nell'internet se ne vedono foto e filmati, hai capito quale?

Vabbe', qualcuno ha pensato d'importarla anche nello Utah... lo Utah?! Ma quelli non erano mormoni? Cosa c'entrano cogli indù?

Guardo sulla wiki: «Quasi il 60% della popolazione appartiene alla Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. Il restante 40% è così suddiviso: protestanti 15% (episcopali 3%, battisti 2%, altri 10%), cattolici 6%, altre religioni 1%, atei e agnostici 18%» insomma gli indù sono presenti come lo stronzio in certe acque minerali: "tracce". 
Ma nello Utah la festa dei colori piace uguale, d'altronde è straordinariamente fotogenica, non c'è che dire (qui via Ektopia). 


Ah, poi, che mi ossessiona in questi giorni, ci sarebbe anche la fotografia di un opossum morto e vestito da sposa, tenuto in braccio da una bimba tutta sorridente e orgogliosa, ma di quella foto magari ne riparlo in un altro post...

venerdì 20 luglio 2012

sogno dei fantasmi

Sogno dei fantasmi. Ce ne sono parecchi nella grande architettura vuota in cui io e i miei compagni siamo appena arrivati. Quegli spettri a vederli sono come persone normali, vestite normalmente, forse un po’ più trasparenti di quelle vere. Non è che li possono vedere tutti, però li posso vedere io e le persone che sono con me. Non sono minacciosi i fantasmi, stanno in piedi, fermi, non fanno niente, al massimo scambiano due parole tra loro, ma poche.

Poi mi ritrovo da solo, in un cimitero. Mi guardo intorno e (che strano!) mi stupisco che lì di fantasmi proprio non ce n’è. Ci penso su un po' e poi mi pare ovvio: nessuno muore in un cimitero.
Tutti muoiono da qualche altra parte e poi ce li portano lì dopo morti. Gli spettri restano altrove, in quei posti dove l’anima gli si è staccata dal corpo. Per questo il cimitero è deserto.

E allora, sempre nel sogno, provo a immaginarmi come possano essere certi reparti di certi vecchi ospedali dove, da decenni, ci muore gente ogni giorno. E me l’immagino fitti fitti di fantasmi, come la metropolitana di tokio all’ora di punta (ma i fantasmi hanno il vantaggio che se ne possono pigiare, nello stesso posto, molti di più rispetto ai pendolari giapponesi che, invece, devono vedersela con quella cosa dell’impenetrabilità dei corpi).

Gli spettri non sono minacciosi, l'ho detto, occupano solo un po' di spazio e anche quello per modo di dire. E comunque farli sparire è facile, basta dire loro: “Non credo in te, sparisci! Non ti stimo” e loro spariscono. Anche interi gruppi alla volta.

Pineta di Roccamare, notte tra il 9 e il 10 luglio 2012

giovedì 19 luglio 2012

dentifricio


Sto portando alla mia detenuta una gigantografia di una foto di suo figlio da piccolo (nel frattempo lui è da poco andato a vivere con la sua nuova fidanzata, il tempo passa).
Mi preoccupo un po’ perché ai controlli all’entrata non sai mai. Cioè, in genere gli agenti non fanno questioni, fanno i loro controlli ragionevolmente, ma non puoi saperlo prima. Per dire, una volta non mi hanno permesso di entrare in prigione col piccolo telecomando del mio cancello di casa, che se ne stava tranquillo in borsa assieme alle chiavi della macchina, perché era una cosa “elettronica, come i telefonini” e i telefonini dentro è vietatissimo portarli.

Questa volta, invece, ho un rotolo lungo mezzo metro e passa con su la foto del faccione sorridente di un bimbo di un anno. Anche se è un oggetto palesemente innocuo, non si sa mai, magari è contrario al regolamento e di sicuro tutto dentro la mia borsa non ci sta, spunta fuori di parecchio e si vede, attirando l'attenzione.

Prima di uscire di casa mi leggo bene il permesso che ho (e che di solito non porto con me, perché per far entrare me in galera basta il tesserino) e tra le varie cose che mi autorizza a portare vedo che ci sono i poster. Che quella foto sia o meno da considerare un poster è opinabile, ma io a questo punto mi porto dietro il permesso e sono più tranquillo.

Arrivo in carcere e gli agenti al secondo posto di controllo (gli unici che si preoccupano di cosa porti dentro) sono in tutt’altre faccende affaccendati. Non mi degnano di uno sguardo. Potrei avere con me un sassofono, un poster o una giraffa, sarebbe uguale. A quelli del primo posto di controllo interessa solo che tu abbia un tesserino valido per entrare e a quelli del terzo interessa solo chi sei e che ci fai nel loro reparto, quindi è fatta!

Incontro la detenuta, oggi è un po’ giù (ché non è sempre facile essere su di tono, quando stai in galera) ed è una fortunata coincidenza che proprio qualche giorno prima mi sia arrivato per posta il tubo con dentro la sua gigantografia. Gliela do e lei è tutta contenta. Se la guarda, mi guarda e dice: “Ora vado su in camera, prendo il dentifricio e l’attacco”.
“Eh?!”
“Il dentifricio… Io le cose al muro le attacco col dentifricio: è resistente e quando le stacchi non restano i segni, i residui vengono via in un attimo senza lasciare alcuna traccia. È in questo modo che riesco a cambiare, spesso, aspetto alla mia cella senza rovinarne le pareti”.
“E ti regge anche un poster fotografico 60 x 90?!”
“Se è per questo il dentifricio mi regge anche una coperta di lana, sai quelle coperte africane, tutte colorate?”
“Sì… insomma, forse… diciamo di sì”
“Ecco, d’inverno la uso come coperta, mentre d’estate l’attacco al muro che mi fa allegria”
“Col dentifricio?”
“Certo”

Questa cosa dell’ingegno che in carcere bisogna, giocoforza, aguzzare (per esempio tenendosi i coperchi taglienti delle scatolette di tonno a strappo, per poi usarli come coltelli da cucina di fortuna, visto che di coltelli veri in galera, ovviamente, non te ne fanno tenere) a me ha sempre affascinato. Un paio di volte l'argomento che è saltato fuori pure qui. Magari varrebbe la pena di raccoglierle, in modo più organico, queste cose.

Mi pare fosse Thomas Mann che diceva che la creatività necessita di restrizioni.

Ah, il dentifricio deve essere quello bianco, mica quello verde coi microgranuli che uso io, ché altrimenti quella cosa che non lascia segni non è tanto vera.
senza passare dal via (17)

lunedì 16 luglio 2012

a lume di naso...

In realtà io non sono del tutto anosmico. Diciamo che ho un olfatto torpido, estremamente torpido. Non abbastanza da evitare di sentire l'odore, forte, di bruciato quando c'è, ma abbastanza dal non salvarmi dalla fuga di gas (e, infatti, quella volta del gas aperto si è accorta la mia vicina passata a salutare, io mi ero già addormentato alla tivù, sostanzialmente perdendo i sensi).


Oggi rientro a casa e, per l'appunto, c'è odore di bruciato. Lo sento. Ma la mia quasi anosmia non mi permette di localizzarne la fonte. Viene da fuori? (ho le finestre sempre aperte in 'sto periodo). La fatina ha fatto uno dei suoi danni? (stamattina la maldestra fatina brasiliana della pulizia era da me, conoscendola potrebbe aver dato fuoco a una maglietta, stirandola, ma trattandosi di lei potrebbe averle dato fuoco anche solo mettendola nell'armadio). Uno dei miei grovigli di cavi e prese ha fatto contatto e si è bruciata un po' di plastica? (ché, solo attorno al computer, ho un guazzabuglio di ciabatte in serie che sembra un groviglio biomeccanico alla Giger, solo disegnato male).

Niente, sono abbastanza anosmico da girare per casa facendo "snif snif" per ogni dove e non capire se l'acre odore di roba combusta viene da dentro (e, nel caso, da dentro dove?) o da fuori.

Lascio perdere, da lontano ci vedo ancora bene, se qualcosa prenderà fuoco a più di trenta centimetri dal mio naso, me ne accorgerò.


Più tardi, girellando per casa, mi accordo che - sopra uno dei mobili dei cd - c'è un piattino di plastica con sopra uno zampirone acceso. Insomma la fatina è andata via lasciando - in corrente d'aria - uno zampirone anti zanzara acceso (su un piattino di plastica e accanto a dei fogli di carta, per altro). Con quella donna si deve stare sempre all'erta.

Poi c'è da dire che a casa mia le zanzare lavorano su tre turni e hanno una tale produttività che sarebbero il sogno di uno come Marchionne. E penso che la fatina, in brasile, sarà anche abituata a insetti più grandi, ma di certo non altrettanto molesti.


ah, invece i sapori li sento benissimo, si stupiscono sempre tutti di 'stacosa

venerdì 13 luglio 2012

nelle ultime 36 ore

Ieri ho lasciato casa dei miei al mare, in toscana, alle ore tredici. Ho messo piede a casa mia a milano alle ore ventidue. Il tutto perché – con giorni di anticipo – trenitalia ha cancellato il treno su cui ero prenotato e non ha ritenuto opportuno avvisarmi.

Arrivo qui e scopro che qualcuno, in mia assenza, non ha chiuso bene la porta del mio frigo (a volte capita che, in mia assenza, casa mia venga adoperata da altri, per esempio come sala prove) ho dovuto buttare tutte le scorte di cibo lì conservate (su cui, per altro, contavo per la cena).

Stamani, all'alba, sono a un ospedale. Niente di che, ho bisogno che in fine qualcuno verifichi quanto sono ciecato da vicino, così finalmente mi potrò far fare un paio di occhiali.
Pago il ticket, scendo sotterra nell'area degli ambulatori e, dopo un po' di attesa, riesco a dare il mio foglietto all'infermiera che si occupa dell'accettazione.

L'infermiera – rotondetta, aria simpatica, molto gentile – per tutto il tempo non smette un attimo di parlare da sola. Continua a dirsi fitta fitta "la camomilla devo prendere al mattino! mica il caffé! basta caffé, solo camomilla" e poi fa spesso cenno, in modo oscuro, a una certa "missione su marte".

Della missione su marte poi ne dice anche a me, al momento di congedarmi. Credo volesse intendere che ci sono i soldi per andare su marte ma non ci sono i soldi per prendere una stampate a loro. Il numero di pratica che mi servirà un domani per aver copia della documentazione medica, infatti, me lo scarabocchia su un'etichetta autoadesiva appiccicata a un pezzetto di plastica (e un po' la calligrafia, un po' che da vicino sono ciecato, se no non sarei lì, io quel numero mica l'ho ancora capito bene).

Ecco comunque sono tornato.

venerdì 6 luglio 2012

tante care cose

Vado, per una settimana non ci sarò, nel senso che non potrò neppure accedere all'internet (non è bello, ma non ci posso fare nulla). Statemi bene e non trapazzatevi troppo in mia assenza.


giovedì 5 luglio 2012

lo sapevate?

In Siberia esiste un'incisione rupestre che raffigura un uomo sugli sci apparentemente intenzionato ad accoppiarsi con un alce e che viene datata al 5000 a.C.
Un uomo sugli sci apparentemente intenzionato ad accoppiarsi con un alce?!
Il mio libro da metrò di cui dicevo ieri è pieno di notizie curiose.

mercoledì 4 luglio 2012

capelli e peli pubici

Il vantaggi strategici dell'avere un pollice opponibile o una struttura fisica che favorisca la postura eretta sono lampanti. Non stupisce quindi che, rispetto ai nostri antenati scimmieschi, la selezione naturale che ci ha portato a essere homo sapiens sapiens abbia operato in tali direzioni. Ma perché la selezione che ci ha voluti tutti glabri ha fatto eccezione per peli pubici, barba e capelli?

Insomma, perché abbiamo i capelli?
E, ancora, perché non smettono mai di crescere?
(una cosa che, in natura capita, solo a noi!)
E dei peli pubici? Che possiamo dire?

Non so voi, a me non è mai venuto in mente di chiedermelo. Almeno non fino a quando non me lo ha fatto notare questo libro:


Il mio libro da metrò del momento, comperato grazie alla puntuale segnalazione di un'amica (che ormai qui, nella mia combriccola, c'è una gara di solidarietà per segnalarmi titoli papabili per la carica di "libro da metrò". Di questo passo, mi toccherà fare viaggi più lunghi e/o più frequenti in metropolitana).

Del libro parlo fra un attimo. Per prima cosa però un pensiero a quelli della casa editrice (per altro, in genere, stimabile) che secondo me ha tradotto titolo e, soprattutto, sottotitolo davvero un po' a cazzo.
Da noi il libro s'intitola "Le cose che non sappiamo" e si sottotitola "501 casi di comune ignoranza" detta così parrebbe uno di quei libri che presentano raccolte di nozioni che, in genere, l'uomo comune ignora quando invece non è convinto di saperle ma le sa sbagliate (un po' come "Il libro dell'ignoranza" o "Il libro dell'ignoranza degli animali", testi per altro gustosi). L'edizione originale di questo invece fa "The Things that Nobody Knows: 501 Mysteries of Life, the Universe and Everything" come a dire "Le cose che nessuno sa: 501 misteri della vita, l'universo e tutto quanto". E proprio quello vuole essere: un repertorio di tutte quelle cose che lo scibile umano non è ancora arrivato a sapere (e in qualche caso, forse, mai saprà).

Sono a un terzo del volumone e qualche cosa già mi sento di dirla: l'idea di mappare l'intera ignoranza umana è ovviamente un'ambizione impossibile, ma l'autore (scacchista, matematico, psicologo e presentatore TV britannico) non si perde d'animo e l'affronta con una certa serietà.

Le domande (tutte con una risposta che non risponde davvero alla domanda, ma che ti spiega perché non si può dare davvero una risposta) sono divise per argomento e gli argomenti stanno in rigoroso ordine alfabetico, garantendo così un effetto "di palo in frasca" davvero gradevole: acqua, aglio, alfabeti, america, antartide... e più avanti: cosmologia, cristianesimo, dinosauri, dna... ("cristianesimo" però se lo sono dimenticati nell'indice, ma cosa avranno avuto per la testa il signor Bollati e il signor Boringhieri quando si stavano occupando di 'sto libro? Saranno stati innamorati...)

Arrivato a un terzo delle 400 e passa pagine posso dire: un po' discontinuo (non tutte le "non-risposte" le ho trovate egualmente efficaci) ma nel complesso non male, ottimo come libro da metrò, se scrivessi ancora per Martin Mystère qua e là ci troverei pure qualche spunto interessante (e non banale) per qualche storia di fanta-archelogia, fanta-storia o fanta-qualcosaltro.

Ma torniamo ai capelli, così vi copio un pezzo del libro e vi fate meglio un'idea. Questo è quello che ci racconta Hartston a riguardo (la domanda è nella sezione "capelli e peli" che si trova tra "cannibalismo" e "cartografia"):
Perché i capelli diventano così lunghi?

Da un punto di vista evoluzionistico, la nostra capacità di far crescere così tanto i capelli sembra alquanto strana. Si ritiene di norma che il comune antenato che condividiamo con i primati fosse parecchio peloso. Nel corso dell'evoluzione, durame la quale ci siamo allontanati dai nostri parenti scimmie, ci siamo disfatti gradualmente della maggior parte dei peli che ricoprivano il nostro corpo. I capelli, ovvero i peli che abbiamo sulla testa, crescono invece molto di più di quelli di qualsiasi scimmia, nonché di qualsiasi altro animale. I peli corporei crescono per lo più fino a una certa lunghezza e poi cadono, come accade alla maggior parte dei mammiferi. In testa, invece, e anche sul mento e le guance degli umani di sesso maschile, capelli e peli possono crescere fino a un metro e anche più.
Ancora una volta è stata data come spiegazione la selezione sessuale, anche se non è stato specificato se essa si basi sulla bellezza dei capelli lunghi, sulla convinzione che essi comunichino una buona forma fisica o sugli odori che possono trattenere.
E comunque sì, anche sul perché dei peli pubici non abbiamo molte certezze (ci erano utili poiché indicatori della raggiunta maturità sessuale? poiché ci proteggevano zone quantomeno delicate? perché, trattenendo i feromoni, facilitavano così l'accoppiamento? mah... non si sà).

Dai, questa volta vi metto pure la scheda seria seria, come fossimo su un blog serio serio.

William Hartston
Le cose che non sappiamo
isbn: 9788833923307
traduzione Luigi Giacone
Bollati Boringhieri
pagine 403
euri 16,50

lunedì 2 luglio 2012

stagione di caccia

Lasciando da parte la mia naturale modestia per un attimo, posso proprio dirlo: sono stato un grande uccisore di zanzare (con buona pace del mio karma ma tanta pace della mia epidermide) quelle mi volavano attorno con intenzioni e attenzioni di tipo alimentare e io SMAK come nella vecchia pubblicità del Sole Piatti (ma senza piatti) suggellavo con un singolo e sonoro applauso il loro ultimo istante di vita.

Poi: la presbiopia! Per uno schiffeggiatore di zanzare, pro o semi-pro, la presbiopia è la fine della carriera.
Ché quelle cabrano, vanno in picchiata e, soprattutto, s'allontanano e s'avvicinano e tu, una volta che le hai agganciate, sempre le devi seguire con lo sguardo, è lo sguardo il tuo radar, sempre a fuoco le devi tenere se vuoi suggellare con un seco battimano il loro ultimo batter d'ali.

Totale:
Il primo sintomo della presbiopia è stata la difficoltà a mettere a fuoco da vicino.
Il secondo intomo della presbiopia, per me, sono stati ponfi grossi così su braccia e gambe.


Ché come uccisore di zanzare io sarò anche al crepuscolo ma quelle, da queste parti, mica attaccano solo al crepuscolo! Qui quelle son feroci e lavorano su tre turni (come i metalmeccanici ai tempi del boom) e io ormai becco solo le più lente, le più rovinate (contribuendo così – almeno secondo Darwin – a selezionare un razza ancor più efficiente e più letale).

(e così i miei ponfi, col tempo, aumenteranno anche di più)