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venerdì 11 settembre 2015

è lui o non è lui?...

A Diabolik lavoriamo con “soggetti” molto dettagliati, altrove li si chiamerebbe trattamenti. Anche una quindicina di pagine dattiloscritte per una storia a fumetti di 120 tavole (in realtà 119) in formato pocket. Ciò nonostante il passaggio dal soggetto alla sceneggiatura non è mai meccanico e immediato.

Comincio, con questo post, quella che nelle intenzioni vorrebbe essere una serie che parla – in modo pratico – di scrivere fumetti, raccontando di questioni concrete. Saranno quindi testi che partono da storie che ho scritto (ovvero contribuito a scrivere) per Diabolik. Saranno densi di SPOILER (quindi siete avvisati) ma il lettore del post non dovrà per forza aver letto gli albi in questione per capire di cosa parlo.

Partiamo dall'albo di agosto scorso (“Uno dei tre", soggetto di Mario Gomboli e Tito Faraci da un'idea di Alessandro Mainardi e sceneggiatura mia e di Rosalia Finocchiaro – le storie di Diabolik sono opere corali, mai album solisti) quindi se lo avete sul comodino in attesa di leggerlo non proseguite oltre (oppure proseguite e 'sticazzi).

Diabolik si accinge a prendere il posto di un altro ladro (e al lettore non diciamo chi sia) deve prendergli una collana che quell'altro ha da poco rubato. Stacco. Assistiamo a tre scene di rapimento: tre tizi, uno dopo l'altro, vengono rapiti per ordine di un tale e rinchiusi, assieme, in una cella. Quindi ci viene spiegato che cosa sta succedendo: i tre tizi sono tre ladri, tra di loro c'è il responsabile di un furto, fatto mesi prima, ai danni del tale, ossia del rapitore (un colpo a causa del quale la figlia del tale è stata ammazzata). Il tale è disposto a tutto pur di scoprire quale dei tre ladri è il responsabile di quel colpo e, se non salterà fuori in qualche modo di lì a dodici ore, per sicurezza li farà ammazzare tutti e tre.


La situazione, perciò, è questa: uno dei tre ladri è, in realtà, Diabolik ma grazie alle sue maschere perfette non possiamo sapere quale dei tre sia. Il problema di Diabolik è uscire vivo da quella cella, il nostro problema, da sceneggiatori, era invece gestire la cosa senza che il lettore sgamasse quale dei tre fosse Diabolik prima del tempo (ossia del finale).

Il che è più facile a dirsi che a farsi. Perché se Diabolik con maschera avesse pensato “Maledizione! sono prigioniero e non posso avvisare Eva!” avremmo scoperto subito tutte le nostre carte. Del resto non far pensare mai a Diabolik cose “diabolike” era impensabile e, infatti, da soggetto era previsto che Diabolik rimuginasse un po' sulla sua situazione (in primis per confermare al lettore che sì, uno dei tre era proprio lui).


Qui sopra (e giù sotto) vedete come ce la siamo cavata. In primo luogo con inquadrature che tagliassero via la testa di Diabolik. Perché fosse possibile, però, abbiamo dovuto vestire i tre prigionieri nello stesso modo. E, per giustificarlo, abbiamo pensato a questo: visto che il rapitore vuole far sentire i rapiti come dei veri e propri prigionieri, non solo gli fa portar via orologio ed altri oggetti personali (cosa narrativamente indispensabile per evitare che a Diabolik rimanesse addosso il radio orologio) ma li costringe pure a indossare una tuta uguale per tutti. Come fossero uniformi da carcerato.

Nella seconda vignetta della tavola qui sopra si usa un altro espediente che, in genere, però adoperiamo per un diverso scopo.
Come ogni fumettista sa bene, gestire una lunga scena di dialogo è sempre problematico. Il rischio “du` maroni” è costantemente dietro l'angolo. Molto spesso ci si trova a dover ravvivare visivamente una sequenza in cui due personaggi, magari chiusi in una stanza, se la contano su interminabilmente. Tanto può fare l'abilità registica del disegnatore, alternando primi piani a inquadrature più ampie dell'ambiente, ovviamente campi e controcampi aiutano e di sicuro aiuta anche il far fare qualche gesto ai personaggi (versarsi da bere e poi bere, accendersi la pipa e poi fumarla). Ma, se le chiacchiere persistono, una bella inquadratura di alleggerimento dell'esterno dello stabile (o dell'auto, o della nave) in cui avviene il dialogo (con un balloon proveniente dall'interno) darà al lettore (e al disegnatore) una vignetta di tregua.

Visto che, di solito, in un fumetto non sentiamo la voce dei personaggi una simile inquadratura va minimamente gestita in modo da non creare confusione su chi dice cosa (per esempio facendoci chiaramente continuare la battuta di un personaggio iniziata nella vignetta precedente) però, in qualche raro caso, è possibile sfruttare ai fini del racconto proprio il fatto che il lettore non sappia a chi appartenga il fumetto in questione (ed è ciò che abbiamo fatto questa volta).


Nel primo soggetto che scrissi per Diabolik (era il ‘99) usai questo escamotage per perpetrare un inganno al lettore. Leggendo, doveva sembrarci scontato che una certa battuta andava attribuita a un certo personaggio e invece, nel finale, avremmo capito che era stata detta da un altro (e ciò cambiava, e di parecchio, tutta la dinamica del finale). Ne ero tronfiamente fiero. Poi, in fase di sceneggiatura, il soggetto venne pesantemente modificato e tutta quella parte fu espunta. È da allora che sto aspettando l'occasione buona per riusare quel trucco.

Le matite delle vignette qui sopra sono di Matteo Buffagni con chine di Giorgio Montorio (personaggi) e Luigi Merati (sfondi) – come dicevo prima le storie di Diabolik sono opere corali, mai album solisti.
trucioli e sfridi 1

1 commenti:

MikiMoz ha detto...

Grande Pas, in effetti era l'unico modo per tenere il segreto su chi dei tre fosse Dk.
Vedo che è sempre più necessario, nelle storie, giocare molto coi cliché e coi pilastri costruiti nel passato. Perché ovviamente il lettore adesso è abituatissimo a certi svolgimenti...

Moz-

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