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giovedì 19 luglio 2012

dentifricio


Sto portando alla mia detenuta una gigantografia di una foto di suo figlio da piccolo (nel frattempo lui è da poco andato a vivere con la sua nuova fidanzata, il tempo passa).
Mi preoccupo un po’ perché ai controlli all’entrata non sai mai. Cioè, in genere gli agenti non fanno questioni, fanno i loro controlli ragionevolmente, ma non puoi saperlo prima. Per dire, una volta non mi hanno permesso di entrare in prigione col piccolo telecomando del mio cancello di casa, che se ne stava tranquillo in borsa assieme alle chiavi della macchina, perché era una cosa “elettronica, come i telefonini” e i telefonini dentro è vietatissimo portarli.

Questa volta, invece, ho un rotolo lungo mezzo metro e passa con su la foto del faccione sorridente di un bimbo di un anno. Anche se è un oggetto palesemente innocuo, non si sa mai, magari è contrario al regolamento e di sicuro tutto dentro la mia borsa non ci sta, spunta fuori di parecchio e si vede, attirando l'attenzione.

Prima di uscire di casa mi leggo bene il permesso che ho (e che di solito non porto con me, perché per far entrare me in galera basta il tesserino) e tra le varie cose che mi autorizza a portare vedo che ci sono i poster. Che quella foto sia o meno da considerare un poster è opinabile, ma io a questo punto mi porto dietro il permesso e sono più tranquillo.

Arrivo in carcere e gli agenti al secondo posto di controllo (gli unici che si preoccupano di cosa porti dentro) sono in tutt’altre faccende affaccendati. Non mi degnano di uno sguardo. Potrei avere con me un sassofono, un poster o una giraffa, sarebbe uguale. A quelli del primo posto di controllo interessa solo che tu abbia un tesserino valido per entrare e a quelli del terzo interessa solo chi sei e che ci fai nel loro reparto, quindi è fatta!

Incontro la detenuta, oggi è un po’ giù (ché non è sempre facile essere su di tono, quando stai in galera) ed è una fortunata coincidenza che proprio qualche giorno prima mi sia arrivato per posta il tubo con dentro la sua gigantografia. Gliela do e lei è tutta contenta. Se la guarda, mi guarda e dice: “Ora vado su in camera, prendo il dentifricio e l’attacco”.
“Eh?!”
“Il dentifricio… Io le cose al muro le attacco col dentifricio: è resistente e quando le stacchi non restano i segni, i residui vengono via in un attimo senza lasciare alcuna traccia. È in questo modo che riesco a cambiare, spesso, aspetto alla mia cella senza rovinarne le pareti”.
“E ti regge anche un poster fotografico 60 x 90?!”
“Se è per questo il dentifricio mi regge anche una coperta di lana, sai quelle coperte africane, tutte colorate?”
“Sì… insomma, forse… diciamo di sì”
“Ecco, d’inverno la uso come coperta, mentre d’estate l’attacco al muro che mi fa allegria”
“Col dentifricio?”
“Certo”

Questa cosa dell’ingegno che in carcere bisogna, giocoforza, aguzzare (per esempio tenendosi i coperchi taglienti delle scatolette di tonno a strappo, per poi usarli come coltelli da cucina di fortuna, visto che di coltelli veri in galera, ovviamente, non te ne fanno tenere) a me ha sempre affascinato. Un paio di volte l'argomento che è saltato fuori pure qui. Magari varrebbe la pena di raccoglierle, in modo più organico, queste cose.

Mi pare fosse Thomas Mann che diceva che la creatività necessita di restrizioni.

Ah, il dentifricio deve essere quello bianco, mica quello verde coi microgranuli che uso io, ché altrimenti quella cosa che non lascia segni non è tanto vera.
senza passare dal via (17)

2 commenti:

viadellaviola ha detto...

avevo scrittoun commentone uff. s'è scancellato.

diceva che forse non è il caso di scrivere i piccoli trucchi dei detenuti. c'era tutta una storia su un libro che avevo letto, uff.

andrea 403 ha detto...

forse non è il caso di scrivere i piccoli trucchi dei detenuti

Rischio io?
Rischiano loro?
Il libro era su un uomo che aveva rivelato troppo?
Era un manuale di sopravvivenza carceraria?...

Questa incertezza mi uccide!

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