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mercoledì 23 gennaio 2013

gli avanzi dimenticati del meridiano

"Geografia", il libro di Franco Farinelli, è stato un libro da metrò che mi ha datto soddisfazioni e difficoltà. Difficoltà perché, raccontandomi, in un modo tutto suo, la storia del pensiero geografico occidentale ha messo in evidenza tutte le mie carenze relative alla storia del pensiero filosofico occidentale (e leggere di ontologia, in metropolitana, appena alzato e scritto piccolo, io, ecco, insomma...). Soddisfazioni perché, qua e là, anche un incolto come me inciampa in qualche idea che riesce a trovare illuminante.

Come quella che a un certo punto le mappe hanno smesso la loro funzione di ritrarre il territorio com'era e hanno cominciato a fare da modello per il territorio come doveva essere. A quel punto le strade battute dai carri hanno smeso di essere tortuose (ché in genere seguivano i tracciati dei fiumi o cose così) e hanno cominciato a essere rettilinee, prima tracciate su carta e poi rese reali e non più viceversa. Copio da pag. 23:
[nel 1669] l'abate Pichard inizia la costruzione del meridiano di Parigi, per volere di Luigi XIV e su comando del ministro Colbert: da Dunquerke a Perpignano, dunque per tutta la lunghezza della Francia, viene tracciata sul terreno una gigantesca retta, per poter calcolare con precisione il raggio della sfera terrestre. L'opera, portata a termine nel 1720 da Giacomo Cassini, sarebbe bastata da sola, secondo Voltaire, a rendere eterno il secolo del Re Sole. Per la prima volta una linea dell'astratto reticolo geografico diventava materiale, la Terra veniva modellata secondo la forma del suo disegno, diveniva copia della proprio copia.
E io mi sono immaginato una squadra di geografi, capimastri e manovali scavare una stretta trincea, dritta dritta per centinaia e centinaia di chilometri, e riempirla di ghiaia bianchissima (ma non è andata proprio così, ho l'impressione che Farinelli enfatizzi un po' l'aspetto materiale dell'operazione e che io abbia troppa fantasia).


E poi ho pensato a qualche angolo di Francia dove magari c'è ancora qualche resto dimenticato di questa traccia e quindi, pensando agli avanzi abbandonati del meridiano, mi è venuto in mente un pezzo di letteratura.
...In quell'Impero, l'Arte della Cartografia raggiunse una tale Perfezione che la Mappa di una sola Provincia occupava tutta una Città, e la Mappa dell'Impero, tutta una Provincia. Col tempo, codeste Mappe Smisurate non soddisfecero e i Collegi dei Cartografi eressero una Mappa dell'Impero che uguagliava in grandezza l'Impero e coincideva puntualmente con esso. Meno Dedite allo Studio della Cartografia, le Generazioni Successive compresero che quella vasta Mappa era Inutile e non senza Empietà la abbandonarono alle Inclemenze del Sole e degl'Inverni. Nei Deserti dell'Ovest rimangono lacere Rovine della Mappa, abitate da Animali e Mendichi; in tutto il Paese non è altra reliquia delle Discipline Geografiche.
Il brano, dal titolo "Del rigore della scienza" è falsamente attribuito dal suo vero autore a Suarez Miranda ("Viaggi di uomini prudenti", libro quarto, cap. XLV, Lérida, 1658) in realtà si tratta di un breve scritto di Jorge Luis Borges del 1946 (io l'ho preso da "L'Artefice" a pagina 1253 del primo tomo dei meridiani con la sua "opera completa").

Quando si cita questo brano di Borges sembra opportuno, quasi sempre (e una breve ricerca in rete sul concetto di mappa in scala 1:1 ve lo dimostrerà), citarne un altro di Lewis Carroll (che è, con ogni probabilità, la fonte d'ispirazione del pezzo di Borges) e io, volentieri, non mi ci sottraggo:
– «Che cosa utile, un mappa tascabile!» osservai.
– «È un'altra delle cose che abbiamo imparato dal vostro paese,» disse Mein Herr; «stendere le mappe; ma noi siamo andati oltre. Secondo lei quale sarebbe la massima scala utile per le mappe?»
– «Cento su mille, un centimetro per chilometro.»
– «Solo un centimetro!» esclamò Mein Herr. «L'abbiamo fatto subito, poi siamo arrivati a dieci metri per chilometro. Poi abbiamo provato cento metri per chilometro. E finalmente abbiamo avuto l'idea grandiosa! Abbiamo realizzato una mappa del paese su scala un chilometro per chilometro!»
– «L'avete utilizzata?»
– «Non è stata ancora dispiegata,» disse Mein Herr. «I contadini hanno fatto obiezione. Hanno detto che avrebbe coperto tutta la campagna e offuscato la luce del sole! Così adesso usiamo la campagna vera e propria come pianta di se stessa e vi assicuro che funziona ottimamente. [...]» 
Il pezzetto è preso dal "Sylvie and Bruno Concluded" ultimo romanzo pubblicato (nel 1893) dal reverendo Dodgson, che fa tutt'uno col penultimo: "Sylvie And Bruno", coppia di romanzi che paragonati ai due di Alice quasi sempre scompaiono.
Per esempio scompaiono dalle nostre librerie, l'unica edizione italiana, in volume unico (pubblicata da Garzanti nel 1978 e tradotta da Franco Cordelli) è fuori catalogo chissà da quanto (il passo sopra è preso da pag. 291). Ma è un peccato, perché un po' affogate in una storia edificante (in effetti, parecchio lontana dalla carica eversiva del Paese delle meraviglie e dello specchio) ci sono dei guizzi carrolliani di tutto rispetto (e magari un giorno parliamo della canzone del giardiniere pazzo).

Borges, Sylvie e Bruno però sono state per me letture adolescenziali e post-adolescenziali. Il concetto di mappa in scala 1 a 1 io l'ho incontrato per la prima volta grazie a Topolino.

In una storia letta all'epoca (e persa per sempre assieme alla collezione dei topolini) c'era un ladro che colpiva ripetutatmente Topolinia per poi, ogni volta, sparire letteralmente nel nulla. Per quel che ricordo, si scopriva che sfruttava dei varchi spaziali tra Topolinia e un deserto distante. Scoperto ciò, i nostri creavano in mezzo a quel deserto una mappa di Topolinia in scala uno a uno e così, mentre Basettoni (o chi per lui) inseguiva il ladro in città, Topolino seguiva lo stesso percorso sopra la mappa realizzata nel deserto, in questo modo, quando il ladro si trovò ad attraversare il varco, scomparendo da Topolina, si ritrovò faccia a faccia con Topolino che lo aspettava nel punto corrispondente delle mappa in scala uno a uno realizzata nel deserto. Chissà se mi ricapiterà mai di rivederla, questa storia? (neanche so di che anno è).

Ecco, a me da ragazzo capitava di leggere e di farmi rapire da cose così.
Poi non c'è da stupirsi se son venuto su in 'sto modo.
Sylvie, Bruno e Mein Herr nel capitolo dodici di "Sylvie and Bruno Concluded"

Un'altra volta vi racconto di come ho scoperto (grazie a Spari) dell'esistenza del libro di Farinelli sulla geografia e di quale peculiarità hanno i suoi capitoletti, perché quell'uomo – Farnelli, non Spari – non è mica normale (ma anche Spari, nel suo piccolo...).

Ah, vorrei anche dirvi di come il meridiano di parigi (quello vero, non quello pesudo-borgesiano di ghiaia bianca che mi sono figurato io) c'entra in qualche modo anche col libro da metrò in carica in questo momento "Favole Periodiche", in particolar modo, laddove parla del platino... ma 'sto post è già lungo di suo, il tempo d'altro canto invece è corto e, insomma, come si fa?...

5 commenti:

Anonimo ha detto...

Decisamente più interessante della lezione...

andrea 403 ha detto...

Bing (senza bing che sto in redazione) dal corso!

(che io ho pochi lettori ma così affezionati che mi leggono anche mentre seguono corsi professionali)

grazie del complimento...
(anche se so che contro certe lezioni si vince facili : )

Marco Bertoli ha detto...

Senti, tu che sei appassionato di Alice: è di qualche interesse un grosso volume illustrato (da John Tenniel) «the Annotated Alice, Introduction and notes by Martin Gardner, Bramhall House 1960, che ho ereditato (cioè, se l'è dimenticato qui) dalla ex-moglie?

andrea 403 ha detto...

È un gran bel libro, io ce l'ho nella ben più modesta edizione Penguin (e poi ce l'ho nella bella prima edizione italiana longanesi)... io ti consiglio di tenerlo, ma se proprio pensi di disfartene... :)

Marco Bertoli ha detto...

no no, me lo tengo stretto, che è bello l'avevo capito anch'io

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