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sabato 31 marzo 2012

a (not so) simple life

La prima scritta dei titoli di testa di "A Simple Life" (molto hongkonghese, bello) ci dice che il film è tratto da una storia vera.

Alla fine dei titoli di coda, una scritta si premura di avvertirci che tutti i fatti e personaggi sono opera di fantasia e ogni eventuale somiglianza con persone o fatti reali è da ritenersi casuale.

[fonte]

mercoledì 28 marzo 2012

avevo un blog...

Tra il 2006 e il 2009 ho tenuto su splinder un blog d'argomento fumettistico. Non mi ci sono mai messo con la debita costanza. In tutto sono stati una sessantina di post, scomparsi nel nulla con la sparizione della vecchia piattaforma.

Ora quei post li ho importati qui su 403, e li ho taggati con questa etichetta: and.splinder.com, che poi era l'url del vecchio blog.

baby, bau bau

Skiantos – Bau Bau Baby ("Mono tono", 1978)

sabato 24 marzo 2012

oggi...

Arrivo al reparto femminile della prigione. Suono il campanello. Mi apre il portone un secondino giovane, mai visto prima. Faccia un po' da randa.

Mi guarda con un'espressione come a dire "chi cazzo sei? che cazzo ci fai qui?". Tiene il portone socchiuso, non mi fa entrare subito e con tono da "chi cazzo sei? che cazzo ci fai qui?" mi chiede: – “chi sei? dove devi andare?".
In due anni e mezzo mai un agente mi ha dato del tu.

Io, un po' stupito gli rispondo cortesemente (sempre essere cortesi con gli agenti, è la prima cosa che mi hanno insegnato frequentando la galera): – "Andrea Pasini, articolo 17, devo andare nella redazione del giornale del carcere". E lui, sempre con aria ed espressione alla "chi cazzo sei? che cazzo ci fai qui?", mi chiede: – "e la sconsegna dov'è?"

Ora è tutto chiaro. La sconsegna è il permesso che autorizza i detenuti a muoversi tra i reparti. Il giovanotto mi ha creduto un carcerato e: o non sa cosa sia un "articolo 17" (ossia un libero cittadino che entra in galera da volontario) e questo mi pare improbabile oppure, essendosi convinto che sono un detenuto, non è neanche stato a sentire bene cosa gli ho detto.

Sempre con gentilezza tiro fuori il tesserino che certifica il mio status, dicendo: – "non ho la sconsegna, ho questo". Mi fa entrare. La sua collega in guardiola sa bene chi sono e non ho neanche bisogno di dire con chi mi devo vedere. Prende su il telefono e fa mandar giù la mia detenuta.

Settimana scorsa due detenute parlando tra loro di me, a un metro da me, come se non fossi stato lì o non capissi l'italiano, si sono dette che probabilmente ero un prete. Oggi mi han preso per un galeotto.

Son proprio curioso di sapere settimana prossima per chi mi scambiano (un agente non è possibile, io vesto molto più casual).

senza passare dal via (16)

giovedì 22 marzo 2012

nuovi malanni

sindrome da cellulare fantasma – avrere ripetutamente l'impressione che il cellulare ti stia vibrando nella tasca e non è vero (e magari non hai neanche il cellulare in tasca, e magari non hai neanche tasche).

lunedì 19 marzo 2012

I survived cartoomics 2012

Standista di piccola casa editrice (di qualità) parla con cliente con cui è in confidenza. Gli indica il primo di una serie di romanzi (non a fumetti) che ha lì in vendita.

Standista – Questo te lo consiglio, mi è piaciuto tantissimo. È talmente bello che pare di leggere un telefilm.

giovedì 15 marzo 2012

diabolik vince sempre

Io spero di arrivare vivo ai 50 anni di Diabolik... che noi stiamo cominciando a festeggiare ora ma che, per davvero, cadono a novembre. E spero che, prima, non si cada noi, sul campo (ché il lavoro straordinario si accumula con l'ordinaria ammistrazione che, quando hai a che fare col "maledetto criminale", tanto ordinaria non è mai e qui non si sta tirando il fiato da un po', e poi dicono che trascuro 403).

20 teche realizzate fatikosamente
Un primo punto fermo di questo cinquantesimo anno lo porremo domani, con l'inaugurazione a Cartoomics della mostra "50 anni vissuti diabolikamente". Una mostra che è costata al mio capo lacrime, sudore e sangue e di cui io, per ora, ho visto solo le prime tre teche (su venti che sono). Veramente belle, non vedo l'ora di vedere tutte le altre.

Domani spero di fare almeno una scappata, ché la curiosità è parecchia ma ho una sceneggiatura da chiudere e finché non è chiusa non posso uscire dalla redazione. Poi sabato in fiera c'è il "Diabolik Day" con varie iniziative e, almeno, il pomeriggio di sicuro sarò lì.

Quest'anno avrei tanto voluto non saltare la fiera del libro per ragazzi a bologna, ma Diabolik – si sa – vince sempre...

mercoledì 14 marzo 2012

non è...

Non è che non ho cose da dirvi, anzi.
È che proprio non ho il tempo per dirvele.
Va così.

sabato 10 marzo 2012

niente riassunti oggi


QUI lui che disegna dal vivo ad Anguleme 2009.
QUI una carrellata di suoi autoritratti.

Il titolo del mio post viene dalla puntata del Garage Ermetico da cui ho preso l'immagine (facci clic) l'idea che in una puntata ci fosse una sorta di sciopero del riassunto, mi è sempre sembrata emblematica dell'anticonvenzionalità di quella storia così sgangherata e così bella.

E moebius è stato molto molto altro. 

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Il feedreader di Spari non fa che piangere, pure il mio. Tra gli altri:

QUI uno stralcio dalla prefazione di Moebius del Garage Ermetico
QUI una carrellata di foto che lo ritraggono
QUI "Gli occhi del gatto"

giovedì 8 marzo 2012

con largo anticipo...

Il post per l'otto marzo di quest'anno io l'ho postato nel gennaio del 2011.
Quando si dice l'essere previdenti!

(dell'otto marzo parlo nella seconda metà di quel post, nella prima parte invece cito Rosa Luxemburg, di recente ho chiesto al Professor B. e mi ha confermato che quella donna non ha mai parlato di pane e rose)

mercoledì 7 marzo 2012

non raggiungendo il picco

Spam sempre più mostruosa. Restano i riferimenti sessuali, ma sono cupi e oscuri, i tempi dei gioiosi "enlarge your penis" o "herbal viagra" sono lontanti.
È la terza mail di seguito che ricevo, tutti testi diversi, tutte sullo stesso tono, tutte e tre forse collegate a un sito dal nome "criceto morto" ("dead hamster"). Questo testo è appena arrivato nella mia casella di posta:
In terzo luogo, tutti gli esperimenti sono stati chiusi, a condizione che ci fosse il dolore.
Il dolore e un segno che qualcosa e andato storto. La sua apparizione e un segnale che deve fermarsi.
Dal momento che uno dei due partner non e rilassato, eccitato, o non ha raggiunto il picco.
Fine. Nient'altro. Solo un link a una pagina che risulta vuota, completamente bianca e che, magari, chissà, ha cercato di infettarmi con un virus ("il dolore" che premonisce il testo). O, più cripticamente, vuole solo affermare la spam come espressione di null'altro che se stessa.

Spam gratia spammis

martedì 6 marzo 2012

tu

Entro nell'ampia sala d'aspetto della dottoressa. Non sto male, devo solo farmi fare la ricetta per la roba che prendo per dormire. Ci sono solo due persone (oggi gira bene) una tipa sui trent'anni e un tipo sui quaranta.
Saluti a mezza voce e poi mi siedo e tiro fuori il mio libro da metrò (che i libri da metrò si possono leggere anche fuori dal metrò, basta non leggerli a casa) dopo poco (che oggi gira bene) si apre la porta dello studio della dottoressa, esce il paziente di prima e entra dentro il tipo quarantenne, restiamo io e la tipa.
Passano sì e no cinque minuti ed entra nella sala d'aspetto una ragazza. È carina, anche lei sulla trentina, capelli castani, corti e ben curati, cappottino. Guarda la tipa, guarda me e poi chiede: «chi è l'ultimo?»

Chi è l'ultimo?!
Come chi è l'ultimo? Ma che cazzo ti frega chi è l'ultimo?...
L'ultimo (che sarei io) è uno dei due che hai davanti: sarai capace di tenere il conto fino a due?
L'ultimo è quello che entrerà per secondo. Hai forse paura che poi s'intrufoli un terzo figuro e ti freghi, approfittando della calca, infilandosi dalla dottoressa tra me e te?

Questo è quello che vorrei dirle.
Anzi no, quello che vorrei davvero risponderle alla domanda «chi è l'ultimo?» è: «tu». Punto.

E invece non le dico nulla e, senza rialzare gli occhi dal mio libro da metrò, alzo invece il ditino indice. Non sia mai che l'ansia di non aver saputo chi era l'ultimo la facesse entrare dalla dottoressa con la tachicardia o la pressione alta.

lunedì 5 marzo 2012

cartoni futuri


sabato 3 marzo 2012

surrealismo urbano

Red Ball Project di Kurt Perschke: Abu Dhabi, Norwich, Taipei, Grand Rapids, Toronto, Chicago, Scottsdale, Portland, Sydney, Barcelona, St. Louis e, ancora per oggi, è a Perth in Australia.

[via Wooster Collective > Juxtapoz]
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Uomini volanti a New York (trovati QUI).

venerdì 2 marzo 2012

fidati di me

È 1961 ed esce il suo album d'esordio "At Last!" (infine, finalmente) e, in effetti, è già da sei anni che pubblica 45 giri. Lei ne ha 23, di anni, e ha un nome d'arte corto, efficace, ma il vero nome è Jamesetta Hawkins, che poi Jamesetta da noi sarebbe come dire Giacomina.
Tra le canzoni di questo suo primo ellepì c'è anche una versione di un vecchio brano che però lei canta con un'energia tutta nuova.

Etta James – Trust in Me (At Last!, 1961)


Che poi Etta James è morta poco più di un mese fa, qualche giorno prima del suo 74esimo compleanno, ma non la posto per questo, è che srtasera mi è tornata in mente questa canzone e ho pensato di buonanottarvi con lei. Buonanotte!

mister thor

Basta pronunciarne il suo nome e tutta l’isola trema.
Si potrebbe iniziare così a raccontare la storia su mister Thor, l’abitante più conosciuto, invidiato ma, pure più criticato e anche odiato di Cepletischetis.
Più conosciuto perché fornisce agli abitanti tutto ciò di cui hanno bisogno. Più invidiato perché il suo conto in banca è molto cospicuo e, conseguentemente, man mano che il gruzzolo cresceva, diventava il più criticato e odiato per l’avarizia che spesso invade il carattere di persone che si arricchiscono con il sudore della loro fronte.
I cosiddetti “self made man” che sono partiti dalla strada (cosa che per Thor è da prendere alla lettera) tendono facilmente, dopo un accumulo di ricchezza, a non vedere che anche in quest’attività è necessario porsi dei limiti. Per loro, purtroppo, spesso non esistono confini e il nostro Thor non ha fatto eccezione alla “quasi di regola”.
A quanto mi è stato riferito, suo papà, dietro una bancarella, vendeva frutta e verdura, attività che il figlio appena adulto ha ereditato. Il carattere agitato frenetico, ha fatto sì che spendesse tutta l’energia disponibile in un ventenne per ingrandire l’azienda. Suo padre non aveva molte ambizioni, Thor invece sì. Certo ai tempi di suo padre anche i bisogni degli abitanti erano limitati: il convento era ancora solo un convento e le suore, da brave, coltivavano da sé la loro frutta e verdura, tenevano capre per il latte e maiali per la carne.

Nell’epoca dell’ascesa di Thor le persone cominciarono a sentire desideri nuovi e la sua anima imprenditoriale capì che bastava raggruppare questi desideri e raggiungere il continente per acquistare agli altri insulari ciò di cui avevano bisogno o che poteva dilettare loro il cuore e l’anima per rendere così (con un piccolo sovrapprezzo per il trasporto) felici le persone, e cosa più importante, il suo portafoglio. Arrivarono televisori, frigoriferi, parabole, elettrodomestici di ogni genere, per non parlare di vestiti e gioielli, tutte cose di cui ormai nessuno poteva fare a meno.
I primi guadagni Thor li spese in una barca grande, sicura e veloce, e l’avanti e indietro della sua imbarcazione diventò per anni la sua occupazione preferita, tanto da dimenticarsi non solo del suo aspetto, ma anche di quello della sua casa. Girava vestito sempre con una tuta grigia, capelli arruffati e anche per un bagno sembrava gli mancasse il tempo a causa del suo ritmo frenetico di lavoro.
Poco ci volle per lui (perché nei suoi occhi giravano i dollari come a Paperon de’ Paperoni) a capire che la sua barca era sì grande a sufficienza per “importare” materiale da costruzione, armadi, cucine intere e non so dire cos’altro ancora, ma per certe consegne urgenti (e quindi a cui sarebbe stato applicabile un ulteriore sovrapprezzo) non era veloce abbastanza.
Fatto sta che un bel giorno sopra l’isola si sentì un rumore assordante e poco dopo atterrò un elicottero. Poiché Thor non era di troppe parole, se non si trattava di discutere d’affari, nessuno seppe né del brevetto preso e quindi dell’arrivo del velivolo. 


Gli isolani da un lato gli dovevano esser grati perché si occupava di merci che la maggior parte di loro non era in grado di caricare sulla propria barca ma, d’altro canto, se già prima la convivenza era difficile con questa persona, taciturna e burbera e che non potevano evitare perché possedeva il monopolio delle vendite, a quel punto le voci si fecero ancor più aspre nei suoi confronti.
Tutti temevano per la tranquillità dell’isoletta, già messa alla prova dalla trasformazione del convento in un centro di “meditazione” con il conseguente arrivo di stranieri curiosi, che portavano i loro soldi alle monache (e a Thor) ma non alla popolazione indigena, che aveva ben pochi profitti da questo cambiamento. E dopo l’arrivo dell’elicottero tutto il paese decise che, in qualche modo, l’ingordigia di Thor era stata l’inizio di tutto il male presente, per non parlare di ciò che sarebbe diventata l’isoletta nel tempo.
Un’unica soddisfazione però accomunava tutti i paesani e fece sì che mantenessero un certo distacco da tutta questa agitazione: Thor ormai aveva passato i quaranta e ancora non aveva trovato moglie.

“Mah, chi si prende uno che gira come un barbone? E magari la povera sposa non avrebbe altro compito che lavorare per ammucchiare altri soldi, senza nemmeno potersi togliere qualche sfizio ogni tanto!”


Sì, il povero Thor era solo come un cane, anzi, la maggior parte dei cagnolini hanno un padroncino, quindi il paragone non calza. Il povero Thor per soddisfare il suo bisogno d’amore, no anche questo non calza, perché il suo unico vero amore portava il nome di “soldi”. Insomma per soddisfare il suo bisogno, ogni fine settimana, indossando l’unico completo in suo possesso, partiva con la sua barca dove poi, volente o nolente, svuotava il taschino (e non solo) presso qualche signorina a pagamento.
Questo gli isolani lo sapevano e ognuno di loro provava rallegramento perché mai sarebbe esistito un piccolo Thor che, chissà, magari avrebbe costruito perfino una pista d’atterraggio per aerei. Con Thor sarebbe finita questa dinastia tenuta in piedi solo per accumulare dimenticando la condivisione.

Volete che vi dica che i soldi non fanno felici o che chi non mette in comune la propria vita rimane una persona sola? Già. E per concludere potrei anche citare Oscar Wilde che disse: “l’ambizione è l’ultimo rifugio del fallito”.

Lucrezia senza altre parole
 
cepletischetis – fine (5)

giovedì 1 marzo 2012

filomena!

Oggi comincia BilBOlbul, festival di fumetti bolognese a cui – per una ragione o per l'altra – non sono riuscito ad andare e me ne dispiaccio. Tutti me ne dicono un gran bene. Neanche quest'anno ce la fo e c'è un motivo in più per dispiacermi di non farcela: Filomena.


Il festival ha una rivista ufficiale, chiamata Filomena. Scritta e disegnata da più di quindici mani diverse, Filomena è il magazine che racconta il BilBOlbul giorno dopo giorno, foglio dopo foglio, componendo una cronaca inesatta del festival senza diventarne il libretto ufficiale.
E' possibile acquistare la rivista all’interno dell'indie bookshop in Biblioteca Salaborsa o presso Inuit Associazione Culturale (via Petroni 19/c) e assistere alla creazione e alla stampa negli spazi della Galleria Tedofra (via Belle Arti 54), tutti i giorni dalle 10.30 alle 18.30.
Dieci pagine serigrafate, incollate, cucite, spillate e tagliate, e ogni giorno un pezzo in più, che con solo due euro i visitatori potranno oortare a casa: per ritirare i nuovi contenuti, basterà presentare presso i punti vendita il tagliando giornaliero allegato alla rivista. [fonte]
Qui dovrei dirvi dei Cani, e linkarvi la nostra vecchia hompage, ma ci sta qualche problema tecnico e l'homepage non c'è. Eravamo un gruppo di fumettisti autoprodotti e per qualche anno ci siamo dati un po' da fare in giro per l'Italia.

Leggere di Filomena mi ha fatto tenerezza perché a me è parsa l'unione di una cosa che facemmo a Napoli nel 2008 e la nostra gloriosa Fabbrica del fumetto del 2007.
A Napoli (assieme a ernest, lamette e selfcomics) realizzammo un piccolo reportage a fumetti, giornaliero, sulla mostra medesima.
L'anno prima a Milano, durante Cartoomics, organizzammo qualcosa di ben più impegnativo: tre albi a fumetti di 24 tavole ognuno, realizzate dal vivo da altrettanti fumettisti. Gli albi venivano poi confezionati sotto gli occhi dei visitatori che potevano quindi acquistarli freschi freschi di fotocopiatrice (ossia ancora caldi).

Pensare che oggidì c'è ancora qualcuno (e con mezzi ben maggiori dei nostri all'epoca, mi pare) che mette in piedi iniziative del genere mi fa proprio contento. Auguri Filomena!
(e peccato non esserci, sigh!)

[fonte]
Tornando per un attimo ai Cani: le testimonianze dell'happening di Napoli son pure quelle al momento fuori linea, ma le altre nostre imprese pubbliche son documentate QUI (oltre alla Fabbrica anche Stupid – supereroe ispirato a me, già a partire dal nome – e Pongolodi, una nostra produzione a pupazzi inanimati) di tutti potete leggere la storia dell'evento e le storie poi prodotte, tutte quante scaricabili aggratis.

arrivano le sensitive

Pochi giorni fa si sono presentate due signore al convento. A quanto affermano sono delle sensitive che collaborano regolarmente con Scotland Yard!
Elisabeth, la più anziana, veste completi molto simili all’attuale regina d’Inghilterra, cappelli compresi, dai quali spuntano ciuffi disordinati tinti in biondo. Susan invece mostra un’evidente predilezione per gonne lunghe, larghe e coloratissime. I suoi capelli, raccolti in una coda di cavallo, sono neri. Viene spontaneo dire “neri come un corvo” perché, il suo naso ricurvo come il becco di un rapace, fa sembrare il nero ancora più nero, anche agli occhi di un osservatore poco attento.
Questa differenza molto appariscente tra le due, le fa già apparire alquanto particolari, se poi si accomunano con Scotland Yard e di conseguenza con chissà quali crimini, non stupisce che, da subito, si siano incuriositi tanti ospiti di qui, me compresa.

Mi sono accorta durante la mia lunga vita, che molte persone affermano che gli basta uno sguardo per capire e valutare un individuo appena conosciuto. Beh, io non possiedo questo dono, e proprio per questo motivo non ho intenzione di affermare che a quelle signore, oltretutto già in età un po’ avanzata, ho associato qualcosa di spiacevole o sconvenevole. Non sono superiore alla norma e quindi evito di predire chi o cosa è una persona, o come può essere (al contrario di tanti dei nostri ospiti qui).
Comunque, siamo onesti, delle signore così suscitano curiosità, attenzione e una marea di supposizioni e domande si fanno strada nella mente di chiunque.
Oh ragazzi! Quelle sono delle sensitive e hanno un fiuto come un bracchetto per catturare i criminali, e parlano niente popò di meno con i morti e chi può dire con quali altri spiriti. Giusto!
E così un po’ tutti se le sono prese sotto braccio, portandosele distanti da orecchie indiscrete, per sapere di mariti defunti, di tradimenti e altri segreti “naturalmente” rimasti poi tali tra gli ospiti.
Io mi sono tenuta in disparte per osservare quella corsa frenetica alla ricerca di certe confidenze e rivelazioni perché, da sempre, diffido di chi mi vuole raccontare che Roy, il mio cane morto, che ora vive nel paradiso degli animaletti, non mi ha ancora scordato e solo al pensiero di me comincia a scodinzolare da matto. Preferisco la terra ferma sotto i miei piedi, toccare con mano e la scienza all’esoterismo per spiegare le cose strane del mondo.

Comunque le gentili signore Elisabeth e Susan, dopo una breve permanenza sulla nostra isoletta, una mattina si sono volatilizzate. A quel punto malelingue (solo di quelle si può trattare!) hanno sostenuto che di sicuro erano state delle zingare, altro che consigliere di Scotland Yard! E che erano lì solo per ripulire gli ospiti del convento della loro pensione o di qualche gioiello, in cambio delle loro presunte consulenze.
C’è da dire che, in effetti, tutti quei miei compagni di ritiro che più si erano intrattenuti con le due sensitive, dopo la partenza di quelle, mi sono sembrati decisamente “alleggeriti”, ma non tanto dai pesi dell’animo causati dalla nostalgia dei nostri cari estinti, quanto piuttosto da orologi, collane e perfino rotoli di banconote fruscianti.
Ma si è sicuramente trattato di una mia impressione non giusta, visto che a quel punto tutti quanti hanno affermato di aver riconosciuto a colpo d’occhio con chi avevano a che fare ed è stato evidente che proprio nessuno aveva creduto ai loro doni.
Meno male!

Lucrezia, senza dono ma anche senza danno.

cepletischetis (4)

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