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mercoledì 29 febbraio 2012

complicati compleanni

Ne capita uno ogni millequattrocentosessantuno individui, il rapporto è, grossomodo, questo.

Parlo di gente come Goacchino Rossini, Khaled o il pittore Balthus, tutta gente che compie gli anni (o l'avrebbe compiuti) proprio oggi (e a Rossini google dedica il suo doodle odierno). Gente rara, con un compleanno "vero" ogni quattro anni.

E poi c'è qualcuno che, paradossalmente, il prossimo novembre compirà 50 anni ma che, ciò non di meno, oggi festeggia comunque il proprio compleanno.
Basandosi su quanto raccontato dalle sorelle Giussani, Diabolik aveva circa 22 anni quando fuggì dall’isola di King e si recò in Oriente. Pertanto ai tempi del primo episodio, IL RE DEL TERRORE, ne aveva più o meno 25.
Convenzionalmente si calcola che Ginko ne abbia un paio di più e Eva Kant qualcuno in meno. Sta di fatto che se per loro il tempo scorresse allo stesso ritmo del nostro, i tre sarebbero oggi ultra settantenni. Ma fortunatamente così non è per i nostri protagonisti: per una scelta preveggente delle storiche autrici si è stabilito che Diabolik sia nato il 29 febbraio e quindi festeggi il compleanno solo negli anni bisestili. Così lui, come tutti suoi compagni di avventura, invecchia di un solo anno per ogni quattro “ufficiali”, e da quando è arrivato a Clerville è passato poco più di un decennio.
La fonte sono le "faq" della casa editrice Astorina.


Di mio sono sempre stato incuriosito da questo giorno così incerto. Non vi pare un tema così tanto alla 403?... A me parecchio. E non fosse il periodo che è, credo che oggi vi avrei proposto e propinato più e più post a tal proposito.

Ma è il periodo che è e mi limiterò a ricordare che, nel 2000 e nel 2001, dedicai al 29 febbraio due storie di Martin Mystère di cui, incidentalmente, ho parlato in un mio vecchissimo post (se andate a leggerlo vi avviso sin d'ora che il telefilm incorporato non è più in linea e che di Karl Schaefer, in tutti questi anni di 403, non ho mai più parlato).

amor sacro, amor profano

Cepletischetis: oltre alle persone che parcheggiano in questo posto per un periodo limitato, come me, altre lo scelgono per passarci la vecchiaia. Il panorama è incantevole, l’aria piena di iodio è un toccasana. Il silenzio circonda i pensieri, interrotti solo da soffi di vento tiepidi che, anche se capaci di trasformarsi in raffiche impetuose, fanno sentire l’uomo tutt’uno con la natura. Tempeste improvvise danno l’illusione di mutare alberi in esseri che si muovono selvaggiamente, spariscono con la stessa velocità con la quale si erano presentate, sprigionando nell’aria odore di muschio, di terra bagnata e salsedine.
Un’isola così non può che favorire il risvegliarsi di passioni e ardori creduti ormai placati, anche se l’uomo in questione, il protagonista della storia di oggi, intendeva godersi tranquillamente i giorni che gli sarebbero rimasti su questo pianeta.

Il nostro, pungolato dal gioco della natura (chiamiamolo solo Giacomo per non intaccare la sua reputazione) era un ex-violinista della Fenice di Venezia. Intenzionato a riposare il suo gomito artritico e le dita dalle giunture infiammate dal suo tanto amato violino. In un lontano, molto lontano futuro, sarebbe serenamente morto, udendo unicamente il rumore del venticello e le onde del mare ma senza percepire con l'olfatto la tanfata dei canali veneziani.
Però, quel “però” che scombina spesso i nostri piani, mette sulla strada di Giacomo suor Kirstin.
È indiscusso il fatto, che persone in uniforme emettano un certo fascino e, se l’uniforme avvolge il corpo di una donna, l’attrazione diventa pressoché fatale. Aggiungiamo che suor Kirstin suona l’organo in chiesa, ha circa quarant’anni, è di natura allegra, disponibile e dall’aspetto più che piacevole. Questo sarebbe già sufficiente ma non basta: la mazzata finale a Giacomo l’infligge la lingua comune che devono usare per comunicare: l’inglese. Così suor Kirstin si trasforma in “Sister Kirstin”. Wouh, eh!

Tutte queste belle coincidenze basterebbero a far risvegliare non soltanto uno sulla sessantina, ma su quest’isoletta potrebbero aprirsi addirittura le tombe di uomini delusi del gioco che l’amore, con alcuni di loro, è stato capace di prendersi.
Per la santa pace di Giacomo, a Cepletischetis non esistono zombi del genere e così lui riesce a godersi la vicinanza di Sister Kirstin senza distrazioni.

Audacemente le tocca la spalluccia ogni qual volta che lei con le dita esili appoggiate sull’organo, la incita a suonare un crescendo mentre lui pizzica le corde del suo violino e muove l’arco, con un’intensità mai provata prima, quando, ancora giovane era all’opera.

Scordandosi l’artrite ma sentendo altre fiamme ardenti nelle dita, a fine esecuzione appoggia con gratitudine la mano sulla coscia, ricoperta dalla tunica candida, di Kirstin mentre un sorriso celestiale illumina il viso di entrambi.

Così la forza della natura unisce con la sua eterna melodia della vita ciò che l’uomo non vorrebbe nemmeno si sfiorasse.


Lucrezia semplicemente intenerita
cepletischetis (3)

martedì 28 febbraio 2012

ritiro spirituale

Giusto per capirci, quando si parla di ritiro spirituale a Cepletischetis:

– la meditazione avviene spesso in solitudine, nella propria stanza, oppure ti scegli una persona a piacimento, con la quale puoi intraprendere delle lunghe passeggiate nel parco del convento.

– nessuna frequentazione forzata delle funzioni religiose.
– non è autorizzato l’accesso all’unico confessionale che, a dire del reverendo, giustamente è riservato soltanto alle religiose (e, a riguardo, alcuni degli ospiti spesso trattengono a malapena occhiate maliziose e risatine ambigue). Per le altre persone, se mai qualcuno dovesse sentire il bisogno di alleggerirsi l’anima, previo appuntamento nell’ufficio del padre, riparato da un paravento, si accorda per il perdono.
Se in questo mondo a occhi chiusi, è quasi impossibile poter fare conto su qualcosa, l’assoluzione dei tuoi peccati ti è sicura come l’amen nella chiesa.

Ho conosciuto molti anni fa in Germania una persona che mi ha parlato di questo posto che ho poi scelto questo luogo per il mio riposo. Questa persona possiede il privilegio di un’accessibilità illimitata in tutto l’edificio. È talmente benvoluta che in uno dei sotterranei gli è stato riservato addirittura uno studio per dipingere. Sì, perché si tratta di un pittore molto famoso e di conseguenza un buon biglietto da visita per questo “beauty-convento”, che tenta con lui di attirare altre celebrità e, potete crederci, ci riesce.
Quando ci siamo conosciuti, lui mi ha raccontato molte storie e rivelato dei nascondigli dov’era possibile origliare, per scoprire in questo modo alcuni dei segreti del luogo. Ah! So che da piccoli ci hanno insegnato che non si deve ascoltare di nascosto dietro le porte, ma quanti di voi controllano i telefonini oppure le e-mail dell’amichetta o dell’amichetto! Siamo allora d’accordo che, non essendo io fidanzata di una suora, 
cuoca, giardiniere, di qualche ospite o personale di servizio, essendo insomma  completamente un’estranea, in questo caso mi posso considerare una semplice osservatrice.

Ora, dopo quello che ho appena scritto: fidanzamenti con suore, cuochi, ospiti e le chiacchiere sul confessionale, si potrebbe pensare che qui succedano delle grandi “ammucchiate” e sono benissimo in grado di immaginare che questa parte della storia possa suscitare un certo interesse in alcuni di voi. Ma non mi chiamerei Lucrezia se non vi lasciassi cuocere un po’ nella vostra curiosità, quindi per oggi vi dirò solamente dell’amico pittore.

Si chiama Wolfgang Darge, e se avete voglia di acquistare dei quadri, che sono veramente molto belli, cercatelo pure su internet in Germania.
Se non vi dovreste trovare d’accordo sul prezzo, gli potete dire che conoscete la signora alla quale ha fatto un dipinto particolare per un matrimonio. Oppure che abbiamo passato notti intere nel mio bar (ma a quei tempi avevo un altro nome) ascoltando Robert Long (un fantastico cantautore olandese) e perdendoci in lunghe conversazioni e silenzi.

La prossima storia per appagarvi della vostra pazienza, tratterrà di un amore paragonabile a lampi e tuoni che, se fossero innamorati, difficilmente arriverebbero a sfiorarsi. Visto che il suono viaggia alla velocità del suono, la luce a quella della luce.

Un suono vecchio e ansimante che cerca di correre dietro un raggio di luce, dove mai potrà arrivare?

Ora questa lettera partirà per raggiungere la dimora di “nuvoletta blu 403” che avrà il privilegio di conoscere per primo l’esito sorprendente di questo inseguimento così dispari.


Lucrezia in love
cepletischetis (2)

lunedì 27 febbraio 2012

benvenuti a cepletischetis!

Di certo è alquanto curioso per un’isoletta, sperduta in un mare agitato e freddo, chiamarsi così. Spontaneamente mi vengono in mente dei legionari romani lasciati in retroguardia, oppure dei guerrieri vichinghi che hanno cacciato i miei immaginari romani e mantenuto questo nome strampalato, forse solo perché faceva ridere, o perché no, ci è passato Vercingetorige in persona, lasciando la sua impronta nel nome.
Una sottile analogia del suono tra i due si può anche notare: Cepletischetis-Vercingetorige!

Comunque l’origine di questo nome non ha molta rilevanza, ciò che invece al momento m’interessa di più, sono le leggende passate, delle quali forse non posso garantire la completa veridicità, e soprattutto le storie di cronaca attuale, che si svolgono in questo splendidamente decrepito convento, dove ho preso alloggio.

Cercherò di raccontare vita, morte e “miracoli” (data la presenza delle suore) di questo posto adattato a “beauty farm che ti sistema per le feste”.

Ora è abitato da artisti annoiati cronici della libertà, che appena lasciano questo incantevole luogo, troppo presto ne fanno ritorno. Rintanati, spiritati, in cerca del senso della vita o semplicemente quello della sopravvivenza, e altri personaggi strambi (come me) tutti, chi più chi meno, in fuga dal proprio passato e non ancora pronto per combattere nel presente-futuro… suore comprese.

Dopo questa introduzione alzo lo sguardo un attimo verso il cielo, non per cogliere un “segno” o esprimere una preghiera, ma perché delle nuvole scure annunciano un temporale.

Lampi e tuoni! Che passione!

Lucrezia

cepletischetis (1)

domenica 26 febbraio 2012

cepletischetis

Chi è Lucrezia ve l’ho raccontato il giugno scorso e vi ho pure raccontato che, al momento, vive a Cepletischetis un’isoletta del mare del Nord, presso un convento di monache che funge anche da “beaty farm dell’anima” per ospiti dei più vari.

Essendo curioso, le ho scritto di raccontarmi di questi ospiti. Da domani, e fino a venerdì, leggeremo quello che mi ha scritto a riguardo.

Vi ricordo che lo scambio epistolare tra me e lei avviene ancora via posta “vera” quindi, in caso di commenti, li stamperò, l’imbusterò e glieli spedirò. Le arriveranno. Lei li leggerà, risponderà e mi spedirà le risposte. Io le riceverò e le ribatterò pubblicandole qui. Insomma, ci vorrà il suo bel tempo.

Intanto, da domani, Cepletischetis!

sabato 25 febbraio 2012

stamani...

Sono alla fermata del tram davanti casa. Sto andando in centro a ritirare dei libri (ordinati tempo fa, prima della dolorosa moratoria/auto-embargo cui sono sottoposto, evvai!).

Oggi qui è sabato grasso, accanto a me stanno aspettando il tram una mamma (sui 35) e sua figlia (sugli 8 anni). La piccola è carina e paffutella, a capo scoperto, capelli neri e un bel vestito da carnevale bianchissimo (con un motivo di stelle d'argento, piccole piccole, che sbrilluccicano un po' sotto il sole di oggi). La donna è al cellulare, sta parlando della bambina "sì, la pincipessa bianca è qui con me, siamo appena uscite di casa" e la bambina, sorridente, la corregge (ma non a voce così alta da farsi ascoltare da chi è all'altro capo): "non sono vestita da principessa, sono vestita da sposa". La mamma si corregge "sembra proprio una sposa", ma la bimba insiste "non sembra... è da sposa".

A me pare piuttosto un vestito da fatina a cui manca il cappello a punta, ma tutto può essere e me lo tengo per me. Intanto che il tram non arriva, la telefonata prosegue e io scopro chi c'è dall'altra parte del telefono: "vuoi salutare la nonna?", "sì".
La bimba prende in mano il cellulare e dice "ciao" poi sta zitta per un po', chissà che le sta dicendo la nonna... Infine, tutta seria, la bambina dice solo un'altra cosa: "comunque il vestito non è da principessa è da sposa".

E ridà il cellulare alla mamma.

venerdì 24 febbraio 2012

non son tutti poliglotti

A proposito di facebook, girovagando tra i profili di perfetti sconosciuti trovo quello di una persona che, beata lei, oltre all'italiano, sa l'inglese, il francese e lo spagnolo. Facebook me lo dice così:


Ecco, questa persona saprà anche l'inglese americano (e l'inglese inglese no, ohibò) ma facebook sull'italiano mi pare abbia qualche tentennamento...

Nulla rispetto a quanto mi diceva blogger qualche anno fa, però da un importante social network di cui si fa tutto 'sto gran parlare si può pretendere qualcosina in più.

il covo di diabolik su facebook

Dopo aver fieramente ignorato (o quasi) l'esistenza di facebook fino a oggi, mi ritrovo all'improvviso a farci i conti.

È che l'astorina ha, in fine, varato la pagina ufficiale di diabolik e io sono uno dei due referenti in redazione di chi la sta curando e quindi sto scoprendo un po' di cose di questo importante social network di cui si fa un gran parlare.


La prima è che, tecnicamente, facebook è un po' un colabrodo. La dico grossa, ma in certi momenti mi ricorda splinder. Messaggi privati temporaneamente inaccessibili, gente che ha cliccato "mi piace" sulla pagina che dopo un po' viene cancellata dal sistema senza che abbia cliccato "non mi piace più", post che - se privi di immagini - mi dice che li ha pubblicati e invece li vedo solo io mentre se poi gli metto un'immagine allora li vedono tutti e altri problemi variamente bizzarri.

Gli strumenti di analisi forniti a chi pubblica una pagina "prodotto/servizio" sono invece interessanti, facebook sa parecchie cose dei suoi utenti e quindi può darti in tempo reale la composizione anagrafica e geografica di chi visita la tua pagina, di chi condivide elementi della tua pagina, di chi clicca mi piace e un po' di altre robette interessanti.

Altre cose le sapevo di già, anche senza aver frequentato molto. Per esempio che facebook è il regno della mancanza di memoria. Gli strumenti che ti fornisce il sito, per analizzare l'impatto di un tuo post, smettono di considerarlo dopo 28 giorni dalla pubblicazione, e son già tantissimi.
E, visto che per facebook, stiamo producendo contenuti di un certo interesse (nel senso che interessano e piacciono a me :) stiamo approntando una nuova sezione del sito diabolik.it per archiviare questi contenuti a futura memoria (per il sito è in programma una radicale ristrutturazione, ma avverrà più avanti, l'area "backstage" invece l'inaugureremo già settimana prossima).

Altre ancora le sto scoprendo strada facendo, per esempio che i "mi piace" salgono più lentamente di quanto mi sarei immaginato (ho pure perso una quasi-scommessa a riguardo). Certo non è una regola generale, nel caso di Diabolik di fan page già attive, e da tempo, ce n'è più d'una e quindi è una nicchia ecologica già presidiata, in cui farsi spazio è cosa che, evidentemente, richiede il suo bravo tempo, anche se chi si sta occupando della nostra pagina sta facendo, a mio avviso, un ottimo lavoro e – va da sé – i contenuti che possiamo mettere in campo noi, che diabolik lo facciamo, non hanno rivali ;)

Dei materiali che sto producendo e che mi diverte produrre ve ne riparlo presto, molto presto.

giovedì 23 febbraio 2012

storie ritornate

Lei è la ragazzina dell'altra volta. È sempre alla stessa fermata del tram, ma questa volta è sola, non ci sono i suoi due amici ad ascoltarla.
L'altra volta raccontava tutta infervorata di qualcosa, non so bene cosa, direi questioni scolastiche (deve essere in prima liceo o alla fine delle medie) ma di sicuro c'era di mezzo anche un ragazzo che le piaceva e con cui avrebbe voluto capitasse qualcosa (ché, fino a quel momento, doveva essere capitato troppo poco).

Lei ora è sola (gli amici magari sono usciti all'ora prima) quindi non parla, ma spippola col cellulare.

Anche se è sola, anche se non parla, però capisco che qualcosa in questi giorni è cambiato. Penso che quella storia con quel ragazzo deve essere andata a finire bene.
Non è che sono sherlockholmes è che sulla sua cartella di tela rosa c'è in stampatello maiuscolo nero, bello grande, scrittura maschile, pennarello grosso, scritto da poco:

TVB TANTO
AMORE MIO SEI TUTTO PER ME
AMORE MIO TI AMO

e poi un cuoricino e la firma di un ragazzo.

Lui magari non sarà un letterato, ma lei mi sembra contenta così.

(e comunque, il tipo, almeno non ha scritto "sei tutto x me" magari, col tempo, si farà)

mercoledì 22 febbraio 2012

e io ce l'ho

È bello avere degli amici. Io ho un amico fotografo che mi ha fatto un regalo: un pomeriggio del suo lavoro. E così abbiamo fotografato alcuni oggetti che voglio mostrare qui su 403.

Si tratta di oggetti, per me, memorabili o anche solo curiosi che se ne stanno qui a casa mia.

Comincio con un'edizione minuscola de "La straordinaria invenzione di Hugo Cabret" di Brian Selznick.



È bello avere degli amici, io questo libro (non questo qui minuscolo, quello grande e leggibile) l'ho scoperto perché poco dopo l'uscita dell'edizione italiana, un mio amico (non il fotografo, un altro) mi ha mandato un sms apposta per dirmi che era uscito un libro che dovevo proprio leggere. Aveva ragione.

L'amico è Paolo e, se non avete presente che libro sia questo, uso le sue parole per spiegarvelo.
Un gioiello narrativo di 600 pagine che mette in crisi tutti i tentativi di classificazione. Le immagini occupano sempre doppie pagine, come in certa tradizione del picture book, ma si inseguono rapidamente, quasi giustapposte e sicuramente in sequenza. Non ci sono balloon e tutte le parole occupano coppie di pagine a loro esplicitamente dedicate. Il libro si compone di centinaia di pagine prive di figure e di centinaia di pagine prive di parole. Eppure, il codice verbale e quello iconico collaborano nella maniera più efficace. Il miglior libro che abbia letto da un sacco di tempo (non solo tra quelli illustrati) miscela parole e immagini e mette in crisi la definizione di fumetto in cui ci piace acciambellarci.
Poi, volendo, ci sarebbe da dire del film che è nelle sale in questo momento. Ma io ho commesso l'errore di accontentare le due amiche che lo volevano vedere in 3D e non avevo con me gli occhiali per il 2D (non li avevo perché non li ho mica comperati). Totale: ho patito per quasi tutta la proiezione e ho capito che, se i cartoni in 3D proprio non mi piacciono, i film con le persone in 3D mi fanno veramente schifo.
Ciò detto, se lo avessi visto in 2D credo lo avrei trovato carino ma non molto di più. Come spesso capita di dire: "il libro è meglio" (e per di più nel film si perdono per strada il taccuino del ragazzo, evvabbe').

Il fotografo mio amico si chiama Enrico Conti (sta qui e se ne avete bisogno ditemelo che magari vi faccio fare lo sconto) grazie Enrico! (e grazie pure a Paolo).

Ah, se fate clic sulle foto le potete vedere più grandi (e sì, ho le mani pelose).

e io ce l'ho (1)

martedì 21 febbraio 2012

il mondo del silenzio

«L'idea di fare un fumetto musicale mi interessa moltissimo, perché il fumetto è il mondo del silenzio. I disegnatori come Pratt, Blutch e Sempé, che tentano di mettere in scena la musica, mettono il lettore alle corde. Gli ordinano di dare la sveglia al suo immaginario poetico e di allestire mentre legge una musica silenziosa, come se i disegni che gli mettono davanti appartenessero alla scrittura musicale.

Al pari del teatro, il fumetto chiede molto al suo pubblico. Per leggere un fumetto bisogna non solo disporre di un'attiva immaginazione, ma anche accattare una serie di convenzioni inerenti al genere. Lo spettatore cinematografico è uno smidollato, tutto quello che deve fare è mettere le chiappe sulla poltrona e mandar giù quel che c'è. Chi preferisce i fumetti o il teatro, invece, è un lavoratore nel vero senso della parola. Accetta che un solo attore faccia tutte le voci, finge di non vedere le quinte, presta fede alle maschere che gli sventolano sotto il naso, entra in una successione di avvenimenti il cui orologio non segna il tempo del mondo. Sul serio, un cliente così è un buon cliente.»


Johann Sfar in appendice a Klezmer - 1. Conquista dell'Est (traduzione di Giovanni Zucca).

Questo libro, mi sa, che salterà fuori di nuovo nella prossima programmazione di 403. Quantomeno lo spero, ché ho in mente delle cose che vi vorrei raccontare (ma è anche vero che il tempo è tiranno).

pillole di saggezza (9)

lunedì 20 febbraio 2012

le sens de l’eau

Mia madre lo diceva sempre: “figliolo, tu sei destinato a grandi cose” povera mamma, il fegato le è stato fatale!
In realtà io non avevo nessuna intenzione, fosse stato per me avrei vissuto la mia vita tranquillo, non volevo di certo salvare il genere umano, io!
Volevo solo fare lunghe nuotate, lo confesso l'acqua mi è sempre piaciuta, mio padre, buon anima (siano maledetti i piumini!) mi diceva: “il volo figliolo, non c'è niente di più bello del volo”, ma per dirvela tutta mi è sempre sembrata pericolosa l'altezza, per non parlare dei rischi che si corrono in certe stagioni.
No, decisamente il nuoto, sarei diventato un campione!

Ma il destino volle altrimenti. Erano brutti anni, prima la grande guerra poi quella terribile influenza che aveva falcidiato almeno venti milioni di persone, forse ne avete sentito parlare, la chiamavano Spagnola. Ma era anche un secolo vitale, dove si pensava di poter risolvere i problemi del mondo, si era giovani, si era sciocchi.

Per l'appunto, a me toccò in sorte di imbattermi in un giovinastro, ricco di fervore, di immaginazione e di tante altre cose, si chiamava Joseph Roy.
Francese, come me, scoprì la causa di ogni male (o quasi)… e, purtroppo, scoprì anche la cura di ogni male (o quasi): IO!

Mi immolai per la scienza!
Anzi mi immolarono, per essere precisi, che io sarei rimasto nel mio laghetto, come vi ho spiegato prima, l'immortalità non mi interessava. E invece no, vennero a prendermi una sera, mi afferrarono e, terrorizzato, mi portarono via.

Così, con tutto il mio cuore (e anche col fegato) sconfissi il terribile Oscillococcinum. So che alcuni di voi penseranno che si tratti di un batterio inesistente, un grossolano errore, può essere, dico io, ma non è forse vero che le scoperte più clamorose nascono dal caso, dall'incidente, dall'errore?
Lo ammetto, all'inizio il giovane medico ha un po’ ecceduto, ma voi non commettete l'errore opposto. Non sottovalutate i nefandi effetti dell'influenza, centinaia di migliaia di morti all'anno non sono bruscolini e io ho abbastanza molecole per salvare questo mondo e tanti altri fino alla fine dei tempi.

Malelingue sostengono che sia tutto falso, solo un lucroso inganno, ma io questo non posso crederlo: chi può essere così cattivo da strappare barbaramente un tenero anatroccolo ai suoi affetti per vile denaro?

Serendipity

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Nel 1925 il medico francese Joseph Roy durante l'osservazione al microscopio di sangue e tessuti di pazienti affetti dalla spagnola, notò dei corpuscoli sferici che si muovevano e, pensando di trovarsi di fronte ai batteri causa della malattia, li battezzò oscillococci. In realtà, è probabile che fossero bolle d'aria causate dalla scorretta preparazione del vetrino.
Da questi studi ne derivò un rimedio omeopatico di grande successo, basato sull'estratto del cuore e del fegato di un’anatra, successivamente diluito 200 volte. Un livello di diluizione tale da far bastare il composto originale per tutti i preparati successivi per i millenni a venire. Infatti alla duecentesima diluizione, per avere la possibilità di ingerire anche una sola delle molecole d'anatra iniziali, bisognerebbe consumare una quantità di rimedio equivalente alla massa del nostro universo moltipticato per 10 alla 320 (10 seguito da 320 zeri).

Fonti:
MedBunker
Wikipedia

domenica 19 febbraio 2012

mi casa es tu casa

Ho aspettato la fine del trasloco, per ospitare qualcuno è bene che ci sia un posto in cui ospitarlo e io ho aspettato che questo posto smettesse di essere precario. Ora che 403 ha una nuova casa, posso pensare di avere di nuovo ospiti, blogger ospiti.

È già capitato lo scorso giugno con una serie di post di Lucrezia. Lucrezia tornerà presto, le ho chiesto di scrivermi qualcosa del posto in cui sta, il convento e l'isoletta di Cepletischetis. Lei mi ha risposto che forse si trova più a suo agio con argomenti più "truculenti", ma si è anche impegnata a provarci.

Domani invece, darò il benvenuto a una nuova blogger ospite. Una blogger misteriosa.
Pseudonimo: "Serendipity" .
Titolo del post: "le sens de l’eau".

Di più non mi è permesso dire.
A domani!

buona domenica...

Le avevo già citate tempo fa. In attesa di affrontare l'argomento col dovuto tempo e il dovuto spazio (chissà quando) ripesco le Barry Sisters dal mio caotico archivio musicale per augurarvi una buona giornata.

Chiribim Chiribom


Egh-choh-choh

E, per chiudere, una canzone non in yiddish:

Carina

sabato 18 febbraio 2012

fine prematura di un vecchio amico

Il post comincia col raccontarci della morte, avvenuta giusto un mese fa, del Senatore; un cipresso della Florida che aveva 3.500 anni. Una fine traumatica e a suo modo prematura, The Senator godeva di ottima salute e come ha detto, saggiamente, una volta un amico mio: "nessuno è così vecchio da non poter vivere ancora un pochino".

The Senator – cipresso calvo (3.500 anni, Seminole County, Florida)
A scrivere dei questo albero millenario che non c'è più è Rachel Sussman una fotografa che s'interessa, tra l'altro, alle più antiche creature viventi del pianeta. Il suo progetto scientifico-artistico "The Oldest Living Things in the World" raccoglie foto di organismi che abbiano dai 2.000 anni di vita in su.

QUI un po' delle foto.

QUI la mappa di dove si trovano questi testimoni degli ultimi millenni della storia dei pianeta.

QUI il blog del progetto (ma il post sul Senatore non viene da qui). 

 Welwitschia Mirabilis (2.000 anni, deserto Namib-Naukluft, Namibia)
La Sussman negli ultimi sei anni ha fotografato licheni in Groenlandia, bizzarre piante (cugine del prezzemolo) nel deserto del Cile, il Castagno dei cento cavalli in provincia di Catania (che ha tra i 2.000 e i 4.000 anni) e perfino batteri siberiani (conservati a Copenhagen) che hanno più di 500.000 anni.
Ma il post di ieri è soprattutto dedicato al suo rapporto col Senatore, distrutto dalle fiamme il 16 gennaio, per cause ancora sconosciute (ma lei è convinta che naturali non siano). Rachel era molto affezionata a quell'albero ed essendo stato al suo posto negli ultimi tre millenni e mezzo, mai si sarebbe aspettata che, all'improvviso, non ci fosse più. Il suo è post interessante e triste al contempo.

Ed è ospitato, il post della Sussman, da Brain Pickings (e ancora non l'avevo visto quando ho scritto il post di stamani) e che può fare idealmente il paio con questo mio post di due anni fa.

 Peccio (9.550 anni, Fulufjället, Svezia)
Corallo a cervello (2.000 anni, Tobago)
La llareta (fino a 3.000 anni, deserto di Atacama, Chile)
Insomma, il blog di Maria Popova in questi giorni mi sembra un po' l'anima gemella di 403 ma né lui (Brian Pickings) né la Popova mi sa che lo sanno...

aggiornamenti...

Brain Pickings è il brillante blog di Maria Popova (bulgara d'origine, brooklynese di adozione). Il blog è tutto in inglese. Se non masticate l'inglese tocca proprio che fate un corso, che per leggere Brain Pickings (e sopratutto il libri che segnala Brain Pickings) vale la pena impararlo, l'inglese.


Brain Pickings l'ho scoperto qualche tempo fa grazie alla mia amica Lee, una di quelle scoperte che cadono proprio nel momento sbagliato. Infatti, se per me non fosse il periodo che è (con tutto l'arretrato da leggere e scrivere che mi ritrovo) grazie a Brain Pickings avrei già fatto una decina di spendidi post e ordinato una ventina di ancor più slendidi libri. E, invece, sono i post di Brain Pickings ad accatastarsi, non letti, nel mio reader.
Uff!

L'altro giorno però, mentre passavo oltre, rassegnato a lasciare, come d'uso, non letti gli ultimi post di Brain Pickings (e non solo quelli), mi è caduto l'occhio sul titolo di un post che nominava una città il cui nome ricordo bene: "Urville". È una città che non c'è.



È una città di cui ho parlato qui parecchio tempo fa, e mi ha convinto a rompere il riserbo riguardo a Brain Pickings. Ciò mi dà la possibilità di riprendere due vecchi post di 403 che ho molto amato. L'unica relazione tra i due è che, per entrambi, ho trovato sul blog della Popova un loro possibile seguito.

In un post di Brain Pickings del 2008, si segnala il lavoro del fotografo coreano Yeondoo Jung con la sua serie Wonderlad:

«Ha raccolto oltre 1.000 disegni dai bambini della Corea del Sud cinque a sette anni, ha selezionato i pochi più adatti al progetto, poi ha ricreato le scene raffigurate con modelli dal vivo, costumi spettacolari e colori sgargianti».

 

Un meccanismo di "retroingegneria artistica" che in precedenza avevo incontrato con illustratori e con pupazzi di pezza (ma con foto mai) e ne avevo parlato in questo mio post qui.

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Ma torniamo a Urville. Città immaginata e illustrata dal suo autore, Gilles Trehin, in oltre vent'anni di assiduo lavoro. Di Gilles Trehin e di Urville avevo già parlato da queste parti, in un mio post dedicato ad alcuni "savant" ossia persone autistiche che dimostrano alcune capacità straordinarie.

Solo adesso, scopro che anni fa è stato pubblicato un libro dedicato a Urville ed è di questo libro che parla il post di Brain Pickings dell'altro giorno.

E così almeno di Brian Pickings vi ho detto.

sabato 11 febbraio 2012

ci sono un mongolo,
un bulgaro e un francese...

Visti a monza un paio d'ore fa, bravi e divertenti, sono i Violons Barbares.

È stata una vera sorpresa. In primis perché è stato un invito dell'ultimo momento quando io già pensavo di passarmi la serata a casetta e poi perché loro non li avevo mai sentiti neanche nominare.


Un percussionista francese (Fabien Guyot) che, occasionalmente, canta e per tutto il concerto crea la struttura ritmica che sostiene gli altri due.

Un cantante e suonatore di gadulka (Dimitar Gougov) ossia un violino verticale della Bulgaria con quattordici corde, tre più grandi che si suonano con archetto o pizzicate, undici più sottili che vibrano per simpatia.

Un musicista (Dandarvaanchig Enkhjargal) che canta in almeno quattro modi diversi (incluso il diplofonico) e suona il morin khuur, un violino verticale mongolo a tre corde (io però ne ho viste solo due).

Nel repertorio: loro composizioni e tanta musica tradizionale di tante parti del mondo (mogola, bulgara ma anche macedone, afgana e pure... della Georgia!) ma nei bis hanno fatto anche Purple Haze!

directory listing denied

C'è stato un perido in cui io ero pagato (anche) per bighellonare in rete alla ricerca di cose eccentriche, sorprendenti o interessanti. Roba da non credere.

Per dirla con uno degli ultimi neologismi raccolti da wordspy: ero un cyberflaneur, ma pagato per esserlo.
In realtà ero uno dei redattori della rivista Macworld Italia, assieme a marco aka ipofrigio (già mio compagno delle medie) e a enrico, direttore della testata (e già mio vecchio socio di sceneggiature) che mi aveva voluto lì con loro quando avevo deciso di prendermi una (lunga) pausa dallo scrivere fumetti.

Non ricordo come nacque l'idea di una rubrica, in chiusura di giornale, che si occupasse di quanto più strambo ci venisse in mente. Ricordo però che titolo e sottotitolo li inventò enrico: "Terminal – il miglioramento prima della fine".
Ai testi c'ero quasi sempre io (ma col saltuario contributo degli altri due) e all'impaginazione il nostro grafico mauro (anche lui un mio ex compagno di scuola, giusto per dire quanto mi sentivo a casa in quel posto lì).
La rubrica era comunque sempre firmata da un eteronimo: Massimo Bizarro.

È durata qualche anno (e, verso la fine, ha avuto anche una versione estesa sulla testata cugina PC World Italia, lì s'intitolava "Reset" e me la impaginavo da solo, ma era più bravo mauro, va detto).

Si parlava delle cose più oscure o anche solo curiose che avessero a che fare con la tecnologia e/o con la rete (questo post, per dire, è stato ripreso da una puntata di Terminal) e io mi divertivo un sacco. E ve l'ho detto che mi pagavano pure?

Poi spesso le cose belle finiscono, e per Macworld non c'è stato nemmeno il miglioramento prima della fine, anzi. Noi ce ne siamo andati e dopo qualche tempo smise pure di esistere la testata.

Uscito ormai da qualche mese dalla redazione ho aperto questo questa cosa, sì, insomma, ho aperto 403 (che all'inzio mi faceva impressione avere un blog e lo chiamavo 'sta cosa) l'ho aperto soprattutto per avere una ragione per continuare a navigare alla ricerca di cose eccentriche, sorprendenti o interessanti e per avere un posto dove riporle una volta trovate (poi, col tempo, 403 è diventato anche altro, soprattutto altro).


Con queste premesse, quando ho dovuto decidere il nome del blog, ho pensato alle mie scorribande nell'internet, alla ricerca di bit da dare in pasto a Terminal e allora l'ho chiamato "errore 403".
Che io all'epoca (e anche molto prima di Terminal) di errori 403 ne ho beccati tanti, da navigatore. Specie nei primi anni del web, quando i siti che trovavi in giro erano molto più spartani di adesso. Modificando a mano le url delle pagine in cui finivi, capitava spesso di trovare directory senza il file "index.html" che ti permettevano di vedere tutto l'albero dei loro contenuti, con cartelle e sotto cartelle e, magari, di accedere pure a file che il webmanager neanche pensava che fossero in linea.
Quando dall'altra parte trovavi un tecnico un po' più scafato, capitava che il suo server ti rifilasse un errore 403 ogni qual volta cercavi di ficcare il naso dove lui non voleva.

Lo so, quello che ho appena scritto, ancorché esrpresso a spanne, è un po' tanto tecnico, ma in soldoni vuol dire che all'origine del nome di questo posto c'è un messaggio d'errore ("accesso negato" o "indice della directory negato" o "privilegi non sufficienti") che a me ricorda i bei tempi in cui giravo la rete ficcando il naso un po' ovunque, anche dove non mi era permesso farlo.

In più di cinque anni di vita di questo blog non credo di aver mai raccontato il perché si chiama così. L'ho recentemente fatto in una mail al mio consulente (vedi il post precedente) e così ho pensato che anche i miei 25 lettori era giusto sapessero.

[fonte]
Certo, in 'sto modo ho tolto il fascino del mistero attorno al nome di 'sta cosa.
Pace.

venerdì 10 febbraio 2012

il mio consulente

Non posso certo dire che l'affondamento di Splinder mi abbia fatto piacere. Con tutti i suoi (tanti) difetti, ancora non riesco a essere contento del trasloco e, men che meno, sono contento del fatto che quel mondo non ci sia più.

Al momento mi vengono in mente solo due cose positive di questa storia. La prima è che ho potuto dare una mano a più di una persona a spostare il suo blog. La seconda è che, quando ho avuto io bisogno di aiuto per spostare questo blog, ho trovato una persona che ha dato una mano a me.


Avere a che fare con un programmatore esperto, che però è anche uno studente ai primi anni di liceo è stata un'esperienza curiosa, interessante e piacevole. Il discutere, via mail, di questioni tecniche con qualcuno di gran lunga più esperto e capace di me, ma che – al contempo – doveva preoccuparsi del compito in classe di fisica dell'indomani (che, per inciso, è andato bene) mi lasciava una sensazione lievemente straniante. E mi metteva allegria. Anche perché mi è stato chiaro sin da subito che "il mio consulente" (questo era il modo in cui ne facevo cenno con gli amici) aveva tenacia e capacità per risolvere tutti i mille problemi che, giorno dopo giorno, saltavano fuori (e che avevano impedito a me di fare il lavoro per conto mio). Non ho quindi mai temuto per la sorte dei miei vecchi post e dei miei vecchi commenti, sapevo che sarebbe stata solo questione di tempo.

Adesso Marco (perché  "il mio consulente" si chiama Marco) ha deciso di mettere nero su bianco il consuntivo di questa esperienza. Ed è un bel consuntivo, lo ha pubblicato sia qui che qui (in questo secondo posto si possono anche lasciare commenti).


Ah, c'è una terza cosa positiva della morte di splinder: ipofrigio ha smesso di rompermi i maroni con i suoi inviti a cambiare piattaforma.

giovedì 9 febbraio 2012

libri illeggibili

Se avessi più tempo per leggere e scrivere (per diletto) questo blog, mi sa, che per un po' sarebbe tutto dedicato alla geografia. Non sarebbe una scelta programmatica, la mia è una constatazione.
Ho recentemente comperato libri sull'argomento (isole remote, turismo sperimentale...) e, spesso, nel mio girovagare nell'internet, mi soffermo su pagine in cui si parla di luoghi insoliti o speciali. Le mappe, poi, sono sempre stata una mia passione.
A questo si aggiunga che, un paio di settimane fa, una mia amica (che nemmeno sa l'inglese) mi ha fatto scoprire la rubrica di Frank Jacobs per il Neww York Times dedicata ai luoghi di confine.

Ma invece nulla, non ho tempo, la geografia aspetterà. Che questi per me son giorni difficili, se si parla di leggere e scrivere (e per fortuna che nessuno mi chiede di far di conto).
Son giorni in cui lo "spread" tra le cose da leggere e il tempo per leggerle è sempre maggiore (e bookdepository cosa fa? mi offre un 10% di sconto aggiuntivo per tutto quello che ordino entro febbraio, e via della viola che fa? si mette a scrivere sul blog tutti i giorni e ipofrigio che fa? si mette a scriverle commenti più lunghi dei post, canaglie!)

Son giorni in cui mi sono imposto di non comperare più libri, almeno per un po'. Ché troppi son quelli in pila, in attesa del loro turno. E a me, non comperare libri, costa fatica. Però...

Però ci sono due categorie di libri che mi permetto ancora di comperare (ma con parsimonia, che cedere troppo arrendevolmente ai succedanei delle proprie debolezze non è bene):

1. I libri presi per essere regalati (e per fortuna che ho un amico a cui devo fare tre anni di regali di natale arretrati tutti d'un botto).

2. I libri illeggibili (che, se non si possono leggere, non vanno in competizione con quelli che se ne stanno in pila in attesa di lettura).

I libri illeggili posso dividerli in tre sottogruppi:

2a. Libri di sole immagini o principalmente d'immagini (in cui, quindi, da leggere c'è poco o nulla).

2b. Libri che sarebbero da leggere ma il cui valore per me è altro rispetto a quello di lettura.

2c. Libri diversamente illeggibili.

La sezione 2a non credo che abbia bisogno di gran spiegazioni, per altro delle tre sopra elencate e quella meno accettabile nella mia attuale situazione, perché comunque un libro di sole immagini (per esempio questo, con le sue centinaia e centinaia di foto) non è che non richieda anch'esso un certo tempo di lettura.

La sezione 2b è già più interessante, vi è incluso un libro che ho appena ordinato (il primo libro che compero in settimane!) quando mi arriva magari ve ne parlo.
Per questa sezione vi faccio un esempio con un libro che comperai da ragazzo trovandolo in un remainders: "Composizione n. 1" di Marc Saporta (qui vendono la stessa edizione del '67 che ho io). Si tratta di un romanzo combinatorio, ne prendo da qui la descrizione: " [l'autore] riduce il testo ad una sequenza di frammenti che possono essere letti in un ordine qualsiasi. Ogni pagina descrive una scena in cui agisce un personaggio. In questo caso la libertà del lettore è totale, perché egli può leggere il testo disponendo come crede l’ordine delle pagine. Per questo scopo, le pagine del romanzo, non numerate, sono separate fisicamente le une dalle altre, e stampate solo sul recto, mentre il verso è bianco".

Insomma, un'operazione para-oulipiana della quale mi fa piacere possedere il risultato ma di cui non ho mai sentito la necessità di leggere il testo (che però è stato pensato dall'autore per essere letto e non come mero ogetto, quale io lo considero).
[fonte]
La sezione 2c è invece formata da libri sui generis (che non vuol dire necessariamente che sono libri "solo fino a un certo punto"... ma che sono libri in cui ognuno fa genere a sé).

Per me stanno in questa sezione i prelibri di Bruno Munari, per esempio. Oggetti concepiti per bimbi che ancora non sanno leggere e che, prima ancora che a forme rappresentate, si affidano all'aspetto cromatico e tattile, impiegando i materiali più diversi.
[fonte]
Sta in questa sezione anche questo titolo: Anonimo "Tutto quello che gli uomini sanno delle donne" Moby Dick, 1992. Tra i best seller del piccolo editore faentino, con 150.000 copie vendute. Formato quello dei millelire di stampa alternativa (ma ne costava solo 900), in realtà è un non-libro che, di fatto, si rivela essere una battuta di spirito tridimensionale.


Facendo questo post scopro che l'anno scorso Newton Compton ha ripetuto l'operazione (chissà se in accordo con Moby Dick?).

In casa ho un altro libro pressoché uguale, ma ciò non di meno è cosa tutta diversa.


"Il segreto di una casa editrice di successo" è la carta, dice l'omonimo "libro bianco". Laddove gli altrettanto bianchi volumi Moby Dick e Newton Compton sono libri comici, questa è invece un'operazione pubblicitaria (nonché un campione del prodotto venduto) di una cartiera finlandese. Che in questa sezione, anche due libri che sembrano uguali fanno comunque genere a sé, l'ho detto.

L'idea di questo post nasce dal fatto che ho da poco trovato un altro libro (anzi una collana di 12 volumi) da inserire in questa sezione 2c e ci tenevo a comunicarvelo (ma prima dovevo spiegarvi dei libri illeggibili e della varie categorie degli stessi, altrimenti non si capiva).
L'ho trovato nel post di Giavasan "Sul libro come unità di misura astronomica" e si tratta di questa cosa qui:


«Un modello in scala del sistema solare in dodici volumi di 500 pagine l'uno, stampati "on demand". A pagina 1 il sole, a pagina 6.000 Plutone. L'ampiezza di ogni pagina equivale a un milione di chilometri» nel filmato qui sopra il primo volume: dal sole alla fascia degli asteroidi passando per Mercurio, Venere, la Terra e Marte (penso che il primo volume sia molto più appassionante degli undici successivi, ma spesso il primo libro è meglio dei sequel). In ogni caso li si può acquistare solo in blocco per 120 sterline.
Astronomical è un'opera di Mishka Henner, fotografo di Manchester.

Per il momento non credo che la compererò, la mia astinenza da libri non è ancora giunta a tanto (e poi in questo momento ho la passione per la geografia liscia, non per quella astronomica).

mercoledì 8 febbraio 2012

prosopagnosia e pareidolia

La prima volta che ho sentito parlare di prosopagnosia ero un ragazzino, in un documentario. Parlava di queste persone che a causa di un problema cerebrale (acquisito o congenito) non riescono a riconoscere le facce della gente.

Uno di questi casi dà anche il titolo a un famoso libro di Oliver Sacks, ma a me, da ragazzino, la cosa che mi fece più impressione di quel documentario fu un esperimento: a una persona affetta da prosopagnosia veniva proposta l'immagine di un volto molto stilizzato: un ovale con due palline per gli occhi, una riga verticale per il naso e una orizzontale, leggermente sorridente, per la bocca. Senza ombra di dubbio una faccia.
Il paziente invece no, non sapeva bene (ma è una faccia! dai) forse ci vedeva un frutto con dei tagli (ma no! dai) interrogato rispondeva che per lui la faccia proprio non c'era.
Che uno non riconoscesse sua mamma a me non faceva altrettanta impressione (neanche io conoscevo sua mamma) ma quella lì era proprio una faccia, che diamine!

Dalla parte opposta delle storture percettive c'è la pareidolia, ossia quella tendenza che ha il cervello umano a ricondurre a forme note quello che vede, anche se questo – in realtà – ha una forma casuale. Tante apparizioni di cristi, madonne e padri pii si possono spiegare anche così.
E si spiega così la tendenza di molti a vedere facce in ogni dove, mostravo questa cosa in un mio post di qualche tempo fa in cui nominavo il blog Faces in places.

Giocare con l'altrui prosopagnosia no, sarebbe crudele, ma giocare con la nostra e altrui pareidolia si può, e può essere divertente.

Per esempio lo fanno i tizi di Eyebombing, la loro idea è di aggiungere paia di occhietti agli oggetti inanimati, allo scopo di rendere un po' più "umani" i panorami cittadini e di portare il sorriso sulle facce dei passanti.
Hanno pure un gruppo su Flickr e stanno raccogliendo il materiale per un libro per cui sono in cerca di un editore. E per meno di 4 dollari ti vendono un set di occhietti autoadesivi pronti all'uso.

via Ektopia
E, ancor di più, gioca con la pareidolia di ognuno di noi Carl, il pezzo di cartone parlante, in questo video qui sotto (Carl è russo, parla un inglese un po' rude ma che – sempre che si capisca l'inglese – si capisce):

martedì 7 febbraio 2012

sabato scorso...

Questo è un post un po' triste. Lo dico perché capita che quando faccio i post tristi poi vi lamentate, nei commenti o a voce, che ci siete rimasti male che era triste e non ve lo aspettavate. Questa volta aspettavatevelo e, nel caso, non leggetelo.

Sabato scorso ho fatto un post di musica georgiana (lo dico perché mi sa che, a parte un paio di voi, lo avete calcolato in pochi quel post). Poi nel pomeriggio capita che vedo un'amica mia e le parlo di musica georgiana e dei georgiani che cantano a tavola e bevono vino e lei mi dice che aveva un'amica georgiana e che queste cose le sa già.

Che quando era in Germania lei aveva conosciuto questa ragazza della Georgia, più giovane di lei, che prima era nell'esercito georgiano, era una cecchina, poi aveva disertato e se ne stava clandestina in Germania. E loro erano diventate amiche, quella si era anche messa in testa di insegnarle il georgiano.
Poi però l'hanno beccata, che non aveva i documenti, e l'hanno rispedita in Georgia, dove ha dovuto decidere se starsene in galera o tornare nell'esercito.
Che forse era meglio se decideva per la galera, io penso, perché questa ragazza quattro anni fa è stata ammazzata durante guerra in Ossezia del Sud, tra Russia e Georgia (l'avevo detto che era triste).

Però, subito dopo la tristezza, ho pensato che era strano che io nominavo la Georgia a una mia amica e quella conosceva una della Georgia col dono di una mira prodigiosa, poi disertrice e, purtroppo, infine pure caduta in battaglia. Che, con questa cosa dei gradi di separazione (che in questo caso son mica sei, ma solo due), si può arrivare davvero dappertutto.

Ho chiesto alla mia amica come ha fatto a sapere che la sua amica era morta e lei mi ha detto che è stato il fratello di lei a scriverle. Il fratello di lei è nel coro dell'armata georgiana e fa concerti in tutto il mondo. E così il discorso è finito dove lo avevamo cominciato: sui cori maschili della Georgia.

Tristezza e stranezza.

lunedì 6 febbraio 2012

con google dieci anni di meno!
(e pure più di dieci)

Scopro sul sito di Attivissimo che Google non solo cerca di capire chi sei e cosa t'interessa ma ti permette anche di vedere quello che si è immaginato su di te (partendo dai siti che hai visitato) e, se ti va, puoi pure modificarlo (a lui serve per metterti le pubblicità più adatte ai tuoi interessi, che Google viene pagato solo se riesce a farti cliccare sui suoi banner).

Se navigate coi cookies attivi, potete vedere cosa Google s'immagina di voi: qui.

Riguardo ai miei interessi ci ha azzeccato su tutto, ma è su i dati anagrafici che mi ha dato più soddisfazioni:

considerando che quando avevo 34 anni io non si era neanche in questo secolo qua, non è male.

Però mi chiedo: sono le mie abitudini di navigazione che davvero dimostrano meno anni di quelli che ho? Oppure è Google che, per bon-ton, con meccanismo noto a chiunque, nel momento in cui deve dare gli anni a qulcuno spara basso, bassissimo, che tanto male non fa?...

Questa cosa delle preferenze ha appassionato anche Catastrofe (il tumblr che io amo) che ne ha detto in questo post. Le sue categorie, però, sono molto più interessanti delle mie. Io speravo che, col fatto che sono editabili, anch'io riuscissi ad avere tra i miei interessi "scienze: cani gonfiati ad azoto" ma non ce l'ho fatta. Mi sa che Catastrove ha usato un altro metodo di personalizzazione.

domenica 5 febbraio 2012

mi dispiace devo andare...

Il viminale dice di non mettersi in viaggio, verso il centro italia, a meno che non sia strettamente necessario. Ma nel mio caso è strettamente necessario, quindi io domani provo a mettermi in viaggio: col treno.

Se riesco a partire potrebbe essere che fino a mercoledì notte resti scollegato dall'internet, ancora non lo so. Come che sia, non avrò molto tempo per collegarmi, quindi non rimaneteci male se non rispondo ai commenti.


Per tenervi compagnia, mi sono portato avanti e vi ho messo un paio di post programmati per quando non ci sarò.

sanremo 1969

Scelta un po' scontata date le temperature di questi giorni, ma Nada mi piace proprio e mi è parsa una buona occasione per mostrar qui il suo primo successo.
Siamo nel '69 e lei - giovanissima - è al suo esordio sanremese (abbinata ai Rokes di Shel Shapiro). Due anni dopo, a 17 anni, avrebbe vinto con Il cuore è uno zingaro (in abbinamento con Nicola Di Bari).

sabato 4 febbraio 2012

intanto, a tbilisi...

«durante il cerimoniale della tavolata, quelli riuniti attorno al tavolo scelgono un capo: il "tamada". Il tamada deve essere un uomo che possa bere ingenti quantità di vino senza ubriacarsi, parlare con eloquenza, cantare bene»

Se io fossi uno che si ricorda le cose con precisione, questo blog sarebbe più interessante di così, ma pace.
Anni fa, su un quotidiano (il Manifesto, mah...) ho letto il resocono di un viaggio in Georgia (la repubblica ex sovietica) e la cosa che, forse, aveva più stupito l'articolista era la propensione al canto dei georgiani. Il tipo aveva cenato con qualcuno d'importante, un ministro o forse il primo ministro, in un ristorante. E, a fine cena, la tavolata si era messa a cantare in coro. Un'abitudine diffusa tra tutti gli strati sociali, pare.
Almeno, questo è quel poco che ricordo.

Ciò detto, non stupisce che questo disco, ripubblicato nel 1993 dalla Real Records di Peter Gabriel (ed edito già nel 1988 dalla Melodiya Records of Georgia), s'intitoli "Canzoni da Tavola della Georgia".


The Tsinandali Choir – Kakhuri Mravaljamieri
 (Table Songs Of Georgia)


The Tsinandali Choir – Makruli
 (Table Songs Of Georgia)


The Tsinandali Choir – Turpani Skhedan 
(Table Songs Of Georgia)



La prima è una canzone d'inizio festa: un'inno alla vita eterna che augura lunga vita a tutti i presenti. La seconda è una canzone da matrimonio, cantata dagli amici dello sposo quando la sposa è condotta nel cortine della casa in cui vivrà col proprio marito. L'ultima è una canzone che celebra la bellezza di una ragazza seduta a una tavola coperta da una cerata blu (e sopra c'è del vino). Partendo da questa ambientazione di base, i cantanti improvvisano sviluppando la scena.
A dire il vero, per il mio orecchio, sono un po' tutte uguali, ma visto che me ne piace una, in questo modo mi piacciono anche le altre. 

Tsinandali è una citta della regione della Kakhetia, città che ha dato il nome anche un popolare vitigno e vino della Georgia. La citazione iniziale è tratta dalle note del disco.

venerdì 3 febbraio 2012

un'altra parola

Un paio di giorni fa sono alla fermata del tram, quella sopra la stazione del metrò, è l'una e venti, sto rientrando a casa.
Accanto a me ci sono tre ragazzini, prima liceo o ultima delle medie, non so, tornano da scuola. Parla solo lei, una tipetta minuta, occhi e capelli nerissimi, faccia un po' da volpe un po' topino. Non la sto ad ascoltare, ma parla accalorata, dalle poche parole che colgo sta raccontando aneddoti scolastici, ma ci deve essere di mezzo anche un ragazzo che le piace.
Ad ascoltarla, come bloccati da tutte quelle parole, due suoi coetanei, uno è alto, capelli corti scuri un po' crespi, anche l'altro ha i capelli scuri, ma lisci, ed è più basso e rotondotto, è un ragazzo con la sindrome di Down.

Arriva il tram, montiamo tutti su, il ragazzino Down, salendo, saluta la metropolitana alla nostre spalle: "ciao, metrò!", la tipetta continua a raccontare con foga, senza fermarsi un attimo.
Li osservo, i due ragazzini seguono il racconto della tipa con partecipazione, ma nessuno dei due vuole o riesce a dire qualcosa a riguardo. E la conversazione è comunque destinata a durare poco: dopo due fermate arriva quella in cui i due maschi devono scendere, la femmina resta su. Si salutano.

Mentre sono giù i due, in qualche modo ci ripensano e lei in qualche modo lo capisce, scendono dalla penultima porta del tram e, un attimo dopo, risalgono da quella di coda. Faranno un'altra fermata con lei e poi si faranno un pezzeto in più a piedi per andare a casa, pace.
Lei corre lungo il corridoio del tram per andar loro incontro. Ridacchiando per la pantomima fatta dagli amici, li accoglie con un sonoro e divertito: "ma che mongoli!".

Per me, per un attimo, il tempo si ferma. Dare del "mongolo" a un ragazzo Down è una di quelle cose che, quando ero io un ragazzino, non si doveva e non si poteva proprio fare. Neanche scherzando. Sbircio le reazioni alla gaffe della tipetta. Nessuna reazione, nessuna gaffe. Son sempre tutti e tre allegri, lei racconta ancora qualcosa e poi, per i due, è già tempo di scendere alla fermata dopo.

E allora ho pensato. Ho pensato che, forse, sono ormai talmente tanto in uso i termini "Down", "sindrome di Down" e talmente scomparso il termine "mongoloide" che, per i ragazzini di oggi, "mongolo" vuol dire semplicemente "stupido, cretino" senza alcun riferimento alla sindrome di Down.
E poi ho pensato che quei tre sembravano proprio amici amici e mi è parso bello che un ragazzino Down possa ridancianamente prendersi del "mongolo" da un'amica, nel momento in cui faccia qualcosa di un po' scemo, così, senza alcuna malizia. Un piccolo segno di parità.

E poi ho pensato che ai miei tempi tutto questo difficilmente sarebbe successo.

giovedì 2 febbraio 2012

funghi e spaventapasseri

Vecchia canzone che io prendo da una raccolta, recuperata in rete, di demo e brani inediti della cantautrice nuovaiorchese (di origini russe) Regina Spektor. L'attacco del ritornello, con quella sua cascata di sillabe, cantate tutte fitte, mi ha sempre messo allegria (la canzone non si capisce bene cosa racconti, ma non parrebbe così allegra).

So che poi è stata pubblicata come bonus track nella deluxe version dell'album Soviet Kitsch (2007), potrebbe anche essere la stessa registrazione ma, non avendo quel disco in versione deluxe, non posso dire. A me, comunque, così piace.

Regina Spektor – Scarecrows & Fungus

mercoledì 1 febbraio 2012

scusa

Non so a voi, ma a me a volte basta una parola, un singolo termine, per partire con ragionamenti e considerazioni. L'aderenza alla realtà dei miei pensieri, poi, sarebbe tutta da dimostrare, ma pace...

Stamattina esco di casa e intorno è tutto bianco. Nevica da ieri, una neve rada, sottile e secca; pochi centimetri ma che hanno attecchito ovunque.
Fuori, da me, non sono passati né col sale né con gli spazzaneve, anche per strada c'è un sottile strato di neve compatta, bianchissima.
Tutto intabarrato vado verso la fermata del tram, per strada, piano piano una bicicletta mi viene incontro. Sopra c'è un ragazzo che avrà vent'anni: cappellino di lana, occhialini tondi, magro, due sacchetti di plastica sottile, celeste, uno per lato del manubrio, sono belli pieni. Mercoledì qui è giorno di mercato.

Lui è lento e dietro ha un'auto che non lo può superare. Sarà neanche a cinque metri da me quando, con un lentissimo testacoda, la bici scivola a terra. I due sacchetti si aprono e ne ruzzolano fuori una marea di pomodori rossi, enormi. Nei sacchetti non c'è altro.
Per un attimo sono rimasto stupito dalla bellezza della scena: sul tappeto bianco della neve tutti quei pomodori rossi erano splendidi. Un attimo dopo ero lì a raccattare pomodori.
Intanto lui si tira su, sposta la bici, tira su un sacchetto e io ci metto dentro i pomodori che ho preso e lui mi dice: "scusa capo..." e dall'accento, e dal fatto che non dice nientaltro, penso che debba essere magrebino, rispondo sorridente "ma figurati" e in quattro e quattr'otto sgombriamo la strada e l'auto dietro può passare. Lui è a posto, chiaramente non si è fatto nulla e i pomodori sono di nuovo tutti quanti nei sacchetti. Lo saluto, di rimando lui mi ridice "scusa capo" mentre mi allontano.

Ecco, io ho pensato che non mi piace che a casa mia, uno che deve essere arrivato qui mica da tanto, sia così abituato a dire "scusa" da usarlo anche al posto di "grazie". Anche perché, ho pensato, che se fa così forse di gran motivi per dire "grazie" può essere che quel ragazzo non ne abbia avuti da quando è qui.

Poi l'ho detto prima, io parto da una sola parola e magari mi faccio i film. Di quel ragazzo, per davvero, so solo che stamani è andato al mercato a prendere i pomodori, che sa poco l'italiano e che mi ha detto "scusa" invece di dirmi "grazie".

Magari domani ve ne dico un'altra. Un'altra parola, che ho sentito ieri e che invece mi ha messo allegria.

lo spread

Non solo ho la casa piena di libri che (ancora? mah...) non ho letto, ma ho il feed reader pieno di articoli che vorrei leggere e che (almeno in parte) non leggerò, come se non bastasse il circuito delle sale cinematografiche, quasi ogni settimana, espelle uno o due titoli che mi avrebbe incuriosito vedere e che invece no (e non parliamo di quanto sono indietro con la musica).

La forbice tra quanto d'interessante prodotto (da loro, da voi, da tutti insomma) e quanto consumato (da me) c'è sempre. In certi periodi si fa sentire di più. In questo periodo si fa sentire moltissimo.

Passerà.

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