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domenica 12 giugno 2011

silenzio

L’anatomopatologo che fa colazione accanto agli inservienti che lavano i corpi. Un altro toglie dalla cassa toracica un fegato e lo appende a un gancio per pesarlo. L’autista stanco che fa un sonnellino dentro una bara aspettando il prossimo viaggio, mentre seghe elettriche, coltelli di dimensioni impressionanti, divaricatori e cesoie danno vita a una danza macabra. Corpi, o parti di essi, che emettono dei rumori sinistri quando sono mossi dalle tavole da sezione. Risate, discorsi tecnici, comunicazioni di servizio, scherzi preparati per i novellini: «Mandalo sul tredici, che quello tra pochi minuti si muove», barzellette spinte, silenzi impenetrabili e pensieri inaccessibili.

E da questo luogo freddo dov’è la morte a segnare il tempo, sterile d’emotività però pieno d’umanità e di tolleranza, Wolfi e altri come lui partono solitari, coscienti di trasportare sul loro carro funebre anche la propria destinazione finale.

L’umorismo è da sempre un buon deterrente contro la paura, contro l’ignoto che viaggia sul sedile posteriore della tua macchina, ma ci vuole anche una grande forza per mantenere il distacco e svolgere il proprio compito in situazioni e momenti di grandi emozioni.

Noi che siamo gli impiegati della vita, quelli con la penna tra le dita, senza sangue sulle mani, vediamo la morte con distacco. Appartiene sì alla normalità e alla realtà di ogni giorno, ma comunque la teniamo separata dai nostri sentimenti. Solo se questa “gelida manina” ci tocca di persona scoprendo così la nostra vulnerabilità, allora si fa viva la disperazione e per un breve periodo ci svegliamo dal mondo della fiction. Ingenuamente urliamo: «perché nessuno mi ha preparato a questo?!»

Wolfi,  già scordato da molto tempo la morte peggiore che ha dovuto vedere, e si sottrae abilmente alle espressioni strazianti negli occhi dei parenti più disperati quando appoggia a terra il feretro. Il suo lavoro si è trasformato in abitudine e forte di questa convinzione è partito per l’ennesimo viaggio. Deve riportare in patria una giovane donna, arrivata da pochi mesi in Germania e deceduta a causa di un incidente stradale.

Il viaggio è lungo e faticoso a causa della neve che cade ininterrottamente, mentre lentamente si avvicina al paese. La strada si riduce a un sentiero che porta verso una piccola collina. Sente crescere un’inquietudine che non riesce a spiegarsi e parcheggia la sua macchina. Vede una casa vecchia dai muri scrostati, quasi fatiscente. Soltanto dall’unica finestra illuminata, dove filtra una luce fiocca, s’intuisce che è abitata. La neve assorbe il rumore del motore e per farsi  notare suona il clacson. La porta si apre e nell’uscio si presenta un uomo giovane. Tre bambini si aggrappano ai suoi pantaloni. In silenzio e nascondendosi le lacrime, seguiti dai piccoli, portano la bara nell’unica stanza della casa. Il padre per ringraziare offre un bicchierino di grappa, poi gli stringe la mano e chiude la porta alle sue spalle.

Wolfi si rimette al volante e lungo il tragitto ha un solo pensiero: Sono poveri, senza la loro madre e domani sarà Natale.

Guardando negli occhi di quei bambini e del loro padre, aveva capito che non sarebbe più stato in grado di continuare nel suo lavoro.

Ancora oggi, se dico a questo mio amico «Ci vediamo», la sua unica reazione è il silenzio.

Lucrezia
Wolfi 7 fine.

4 commenti:

anonimo ha detto...

Ma è morto 'sto blog?

403 ha detto...

ahahahahahah...

Sai che sono giorni che aspettavo questo commento? Giorni.

E ogni giorno pensavo: "perché Ipo non mi lascia quel commento? Cosa ho fatto di male?"

AcidMisanthrope ha detto...

... Straziante.

403 ha detto...

Già, lo è...

Benvenuta in questi lidi!

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