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martedì 7 giugno 2011

il bisogno del goccetto

Come già accennato ieri, ci troviamo in Germania, paese come tutti sappiamo organizzato al meglio. Tutto funziona alla perfezione e naturalmente si è indotti a pensare che niente sia lasciato al caso. Laddove ogni bus e tram parte e arriva in orario, dove basta una telefonata al 110 ed entro cinque minuti a casa tua si presenta l’ambulanza, dove nessuno negli ospedali dorme nei corridoi e dove ci s’immagina di conseguenza che la morte, con tutte le cose annesse e connesse, sia trattata con professionalità e perfezione quasi militare. Dove niente dovrebbe sfuggire al controllo e dove tutto si trova al posto giusto al momento giusto, capitano invece degli intoppi. Si è indotti per abitudine a pensarla diversamente, ma anche un tedesco è pur sempre un essere umano al quale a volte la situazione può sfuggire di mano con danni se non irreversibili, almeno alquanto imbarazzanti. Di una di queste disgrazie, promesso, ve ne parlo nella prossima storia.

Anche Wolfi, nato già con la particella cromosomica: “So fare tutto io, e la perfezione mi viene naturale”, era dotato pure di una genuina predisposizione all’uso della bibita al luppolo.
Così Hans, suo compagno di lavoro presso l’agenzia di pompe funebri, un tipo magro, segnato già dalla cirrosi epatica a causa della quale pochi anni dopo si sarebbe trovato disteso su quel tavolo di acciaio, gelido, ma “esentbatteri”, non fece fatica a insegnargli: «Mai uscire con la macchina senza la borraccia di grappa che serve a toglierti l’odore della morte che si fa strada anche in bocca, e le birre per tenere alto il morale durante la giornata. Credimi, gli diceva, la polizia non ti ferma per farti soffiare nel palloncino, perché capiscono che senza qualche bicchierino sei spacciato, come il poveretto che ha il piacere di averti come ultimo autista».

Il lavoro è lavoro e Wolfi, persona pragmatica per natura, forte degli insegnamenti e consigli del suo collega, veterano del mestiere, e di conseguenza più che affidabile, si buttò a capofitto nel suo nuovo mestiere.
Non poteva immaginare che la sua prima bevuta, fatta, non per divertimento ma utile solo per digerire quel nuovo mestiere, avrebbe messo le basi – traballanti, degne di un ubriaco (ci sta come paragone) – che lo avrebbero portato, alla fine, per sfuggire ai morti, a un matrimonio durato neanche un anno e a un figlio, concepito, non si sa bene se dal postino o da chi altro mentre lui, imbevuto di birra cercava di reggersi in piedi su un tetto, infruttuosamente. Com’era da temere, quella volta lì del tetto il baratro si aprì facendolo cadere e lui salvò la pelle per un pelo. Si sa. Alcool e lavoro non vanno d’accordo. Con certi lavori bisogna avere la forza di smettere prima che creino dipendenza, per evitare altrimenti l’inevitabile.

Ho fatto una gaffe, perché non bisogna bere quando si lavora e non viceversa. Mah’, siamo sicuri che sia così? Non si è mai visto che un bicchierino ti costringa ad andare a lavorare, certi lavori invece quasi t’impediscono di affrontarli senza aver fatto prima una visitina alla damigiana.
Lasciamo correre perché altrimenti ci troviamo nel solito dilemma del prima l’uovo o la gallina.

Lucrezia

Wolfi 2, continua.

1 commenti:

darthcrane ha detto...

Lucrezia dovrebbe provare a spiegarlo ai miei colleghi polacchi che Alcool e lavoro non vanno d'accordo. :P
Le offrirebbero un buon cicchetto di zubrowka.

- Luigi

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